I Fauci Files: ecco perché la tesi dell’origine artificiale del virus doveva essere screditata
L’avvertimento ai vertici del Dipartimento di Stato: non
continuate con l’indagine sull’origine del virus, perché aprirebbe un
“vaso di Pandora”.
La possibilità che il virus fosse il risultato di esperimenti di
“gain-of-function” nei laboratori di Wuhan finanziati anche con fondi
governativi Usa mise in allarme Fauci e il suo staff, come si evince
dalle email pubblicate nelle scorse ore. I vertici del Dipartimento di
Stato furono “avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del
Covid-19”, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui
finanziamenti Usa alla ricerca del Wuhan Institute of Virology,
rischiando di aprire un “vaso di Pandora”… Pompeo conferma
l’intensa opposizione all’indagine di funzionari del Dipartimento di
Stato e dell’intelligence (“contentious battle”)
Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive Usa (NIAID) e consigliere della Casa Bianca sul Covid, fu avvertito già nel febbraio 2020 della possibilità che il coronavirus
responsabile della pandemia fosse stato creato in laboratorio, che si
trattasse di un virus “ingegnerizzato”. Un’ipotesi che, nonostante fosse
presa seriamente in considerazione nei messaggi via email con i suoi
autorevoli interlocutori, Fauci ha pubblicamente scartato e
ridicolizzato per mesi, tranne poi ammettere pochi giorni fa di
ritenerla plausibile.
È quanto emerge – oltre alla sua sottovalutazione del virus e alle
contrastanti versioni sull’utilità delle mascherine – dalle email
scambiate da Fauci tra il gennaio e il giugno 2020 e ottenute
legalmente, tramite Foia (Freedom of Information Act), dal sito Buzzfeed e dal Washington Post (che nel frattempo è corso a ritoccare i suoi titoli fino a 15 mesi fa, in una doppia operazione di insabbiamento).
Nelle email Fauci sembra prendere abbastanza seriamente l’ipotesi,
avanzata da alcuni suoi colleghi, della creazione del virus in
laboratorio e di una sua accidentale uscita, ma allo stesso tempo, in
pubblico, la escludeva categoricamente, e ripetutamente,
ridicolizzandola (“circular argument”), anche dopo che il
presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo avevano cominciato ad
esercitare pressioni sul regime di Pechino sull’origine del virus e la
sua mancanza di trasparenza.
Lo stesso Fauci oggi, con nonchalance, si dice “non convinto” dell’origine naturale del virus e, riguardo l’incidente di laboratorio, ammette che “that possibility certainly exists”.
Ma in quelle settimane iniziali, quando almeno nei suoi messaggi
privati prendeva in seria considerazione l’origine artificiale del
virus, Fauci ha aggiornato la Casa Bianca su queste ipotesi?
Dalle email emerge, o meglio trova conferme, anche una possibile
spiegazione della condotta di Fauci: sapeva che il principale sospettato
per il presunto leak del virus era il Wuhan Institute of Virology, al quale erano arrivati nei 5 anni precedenti circa 600 mila dollari dal NIAID, da lui diretto, tramite la ong EcoHealth Alliance.
Fondi che in audizione al Senato lo scienziato ha ammesso di non poter
garantire che non siano stati usati dall’istituto cinese per esperimenti
di “gain-of-functions”.
Ma procediamo con ordine.
Il 31 gennaio 2020, Fauci manda una email ai ricercatori Kristian
Andersen, immunologo che dirige un laboratorio in genomica virale presso
lo Scripps Research Institute, con sede a La Jolla, California, e Jeremy Farrar, direttore della fondazione di ricerca in campo sanitario Wellcome Trust. In questa email segnala loro un articolo uscito su Science intitolato “Mining coronavirus genomes for clues to the outbreak’s origins”,
accompagnandolo con poche parole: “Questo è uscito oggi. Potreste
averlo visto. Se no, è interessante per la discussione in corso”.
Ancora più eloquente è la risposta che Fauci riceve un paio d’ore
dopo da Andersen: “Il problema è che le nostre analisi filogenetiche non
sono in grado di valutare se le sequenze siano insolite rispetto alle
singole sostanze, a meno che non siano completamente sballate”. Ma
osserva: “Le caratteristiche insolite del virus costituiscono
una parte davvero piccola del genoma (<0,1%), quindi bisogna guardare
molto da vicino tutte le sequenze per vedere che alcune delle
caratteristiche (potenzialmente) sembrano ingegnerizzate“.
“Abbiamo una buona squadra dedicata a valutare molto seriamente” questa
ipotesi, aggiunge Andersen, e “dopo le discussioni di oggi, Eddie, Bob,
Mike, ed io tutti troviamo il genoma in contrasto con le aspettative della teoria evoluzionistica”, anche se “ulteriori analisi devono essere fatte”.
Due giorni dopo, l’altro scienziato incluso nello scambio precedente, Farrar, segnala a Fauci un articolo di ZeroHedge intitolato “Coronavirus Contains ‘HIV Insertions’, Stoking Fears Over Artificially Created Bioweapon” (per il quale ZeroHedge si vide sospeso l’account Twitter). Si tratta dello studio indiano, poi frettolosamente ritirato, in cui si sosteneva la presenza nel coronavirus
di “innesti di HIV”, per renderlo più infettivo – conclusione a cui
sarebbe giunto anche il biologo Premio Nobel Luc Montagnier. Nelle
settimane successive sarebbe divenuta l’ipotesi bollata come la più
strampalata. Fauci che fa, ignora l’email? La cestina? No, inoltra tutto
lo scambio a Francis Collins, direttore del National Institutes of
Health (NIH), chiedendogli: “Do you have a minute for a quick call?”
Il 16 aprile 2020 Collins manda a Fauci una email (oggetto: “conspiracy gains momentum”), con il link ad un servizio di Fox News sull’ipotesi della fuga da laboratorio: secondo diverse fonti “c’è una crescente fiducia che il virus – Covid-19 – sia uscito da un laboratorio di Wuhan”. Ma il testo sia dell’email di Collins sia della risposta di Fauci è oscurato.
Erik A. Nilsen, dottorato in fisica applicata, in una email di marzo
avverte Fauci che “i dati pubblicati dalla Cina non sono solo
spazzatura, hanno ingannato il mondo inducendo un falso senso di
sicurezza”, e che il Covid-19 potrebbe diventare uno “tsunami
negli Stati Uniti”. E aggiunge: “Credo che abbiamo perso il controllo
molto tempo fa”, spiegando di aver appreso che 5 milioni di persone
hanno lasciato Wuhan il 22 gennaio, prima che la Cina chiudesse la
città, e si sono “disperse” in oltre 13 mila luoghi diversi. Cosa fa
Fauci? Inoltra l’email ad un suo collaboratore: “Too long for me to read”.
Ma l’email forse più imbarazzante per Fauci è quella in cui riceve il
messaggio di “ringraziamento personale”, per aver sostenuto l’origine
naturale del virus e smentito l’ipotesi della fuga da laboratorio, da
Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, ente nonprofit
che ha usato 3,4 milioni di dollari di fondi governativi Usa per
finanziare diversi enti di ricerca cinesi, tra cui l’istituto di Wuhan
da cui si sospetta che possa essere fuoriuscito il virus.
“Volevo solo ringraziarti
personalmente a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per
esserti pubblicamente opposto e aver affermato che le prove scientifiche
supportano un’origine naturale del Covid-19 da uno spillover tra pipistrelli e umani, non una fuga da laboratorio dall’Istituto di Virologia di Wuhan”.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, con i fondi del NIH la EcoHealth Alliance ha finanziato la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli cinesi, e in particolare il Wuhan Institute of Virology
per un totale di 598 mila dollari (133 mila l’anno dal 2014 al 2018 e
66 mila nel 2019). Un finanziamento di 3,7 milioni di dollari era stato
rinnovato nel 2019, ma cancellato nell’aprile 2020 dall’amministrazione
Trump.
Fauci (NIAID) e Collins (NIH) hanno più volte negato che i fondi siano stati utilizzati per la ricerca denominata “gain-of-function”,
ma entrambi hanno ammesso che non c’è modo di sapere se l’istituto
cinese non li abbia effettivamente utilizzati almeno in parte a quello
scopo. Anche perché, osserviamo, i fondi sono arrivati per via indiretta
al WIV.
Come ha ricordato ieri Enzo Reale su Atlantico Quotidiano – nella ricostruzione più completa
ad oggi disponibile sull’ipotesi dell’origine artificiale del virus –
nel dicembre 2019, poco prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, lo
stesso Daszak spiegava con un certo compiacimento nel corso di un’intervista come i ricercatori del WIV avevano riprogrammato la proteina spike e generato coronavirus chimerici in grado di infettare topi “umanizzati”. Lo stesso Fauci, in un articolo del 2012 per l’American Society for Microbiology, spiegava che i rischi connessi ai procedimenti di gain-of-function erano “ampiamente compensati dai benefici della manipolazione dei virus”.
Si capisce quindi perché Fauci potesse essere preoccupato che prendesse piedi la tesi di una origine del virus dal Wuhan Institute of Virology e perché, come vedremo, temeva potesse emergere un collegamento tra il suo istituto e gli esperimenti di “gain-of-function” condotti nei laboratori cinesi da cui si sospetta sia uscito il virus.
A far scattare l’allarme è l’email in cui Andersen parla di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“. La mattina del giorno dopo, l’1 febbraio, Fauci scrive una email (oggetto: IMPORTANT, in capital letters)
al suo vice, l’immunologo Hugh Auchincloss, preallertandolo: “È
essenziale che parliamo questa mattina, tieni il telefono acceso…
Leggiti il paper e l’email che ti inoltrerò. Hai compiti oggi che devono
essere svolti”.
Il paper accademico allegato, intitolato “A Sars-like cluster of circulating bat coronaviruses shows potential for human emergence”, è co-firmato da Shi Zhengli, ormai nota alle cronache come bat-woman, la principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology, e da Ralph Baric della North Carolina University. Ed è del 2015 – lo stesso periodo dei finanziamenti del NIAID, via EcoHealth Alliance, ma anche della moratoria Usa sugli esperimenti di gain-of-function,
in attesa di elaborare linee guida. Nel paper si presentavano i
risultati dei ricercatori cinesi e americani nella manipolazione dei coronavirus per comprendere meglio come possono infettare gli essere umani attraverso l’enzima ACE2, proprio la peculiare capacità del coronavirus che provoca il Covid-19.
Nel pomeriggio arriva la risposta di Auchincloss:
“Il paper che mi hai inviato dice che gli esperimenti sono stati eseguiti prima della sospensione del gain-of-function [2014-2017, ndr], ma da allora sono stati rivisti e approvati dal NIH. Non sono sicuro di cosa significhi, perché Emily è sicura che nessun coronavirus sia passato attraverso un framework P3 [partnership pubblico-privato, ndr]. Cercherà di determinare se abbiamo dei legami lontani con questo lavoro all’estero“.
Non sorprende quindi la preoccupazione di Fauci e del suo staff che gli esperimenti di gain-of-function sui coronavirus condotti al Wuhan Institute of Virology fossero all’origine del Covid-19 e in qualche modo riconducibili ai fondi arrivati dal NIAID all’istituto cinese via EcoHealth Alliance.
Una lettura avvalorata da una notizia di ieri. I vertici del
Dipartimento di Stato sono stati avvertiti di non perseguire un’indagine
sulle origini del Covid-19, hanno confermato a Fox News ex funzionari del Dipartimento, nel timore che avrebbe attirato l’attenzione sui finanziamenti governativi Usa arrivati al Wuhan Institute of Virology, dal quale il virus potrebbe essere sfuggito. Secondo un’inchiesta di Vanity Fair, ai funzionari che chiedevano trasparenza al governo cinese fu detto di non indagare sulla ricerca denominata “gain-of-function”
condotta nell’istituto cinese, perché avrebbe portato un’attenzione
“indesiderata” sui finanziamenti del governo Usa in quella ricerca.
Indagare sulle origini del virus rischiava di aprire un “vaso di Pandora”.
“La storia del perché parti del governo degli Stati Uniti non erano
così curiose come molti di noi pensano che avrebbero dovuto essere è
estremamente importante”, ha spiegato a Vanity Fair David
Feith, ex vice assistente del segretario di Stato. Thomas DiNanno, ex
funzionario nominato da Trump, racconta come la sua indagine
sull’ipotesi della fuga da laboratorio sia stata ostacolata ad ogni
passaggio, con personale tecnico ostile e antagonistico che lo avvertiva
di non aprire il “vaso di Pandora”.
Uno degli aspetti più grotteschi, ma anche più indicativi della
inaffidabilità di certi organismi internazionali, è che Daszak ha fatto
parte del team di “investigatori” dell’OMS mandato a Wuhan nel febbraio
2021 per indagare sulle origini della pandemia. Lo stesso Daszak, la cui
organizzazione ha finanziato con almeno 600 mila dollari la ricerca del
Wuhan Institute of Virology basata sulla modifica dei coronavirus
(non decine di anni fa ma fino al 2019), avrebbe dovuto trovare le
prove che in pratica avrebbero incolpato non solo l’istituto ma anche se
stesso. Non sorprende quindi che in tre ore di visita ai laboratori
abbia concluso che “non c’è nulla da vedere qui”: come ha ammesso alla Cbs,
gli esperti dell’Oms hanno creduto agli scienziati cinesi sulla parola
(“cos’altro potevamo fare?”) e, comunque, “non era nostro compito
scoprire se la Cina ha insabbiato” [sic].
Breve storia triste nella storia: Facebook – che ha da pochi
giorni rimosso il ban verso chiunque osasse postare riferimenti
all’origine artificiale del virus – si è avvalso di Daszak come fact-checker, proprio lui che ha finanziato il laboratorio di Wuhan da cui il virus sarebbe uscito secondo le teorie sottoposte a fact-checking. Science Feedback, infatti, una delle principali piattaforme di fact-checking utilizzate da Facebook, nel febbraio 2020 ha citato Daszak come fonte esperta per bollare come “debunked”
la teoria della fuga da laboratorio, presupposto della censura scattata
da lì in avanti nei confronti degli utenti che continuavano a
sostenerla. Eccolo, il fact-checking che i social media spacciano per “indipendente”…
Va ricordato che poco dopo l’email spedita a Fauci il 31 gennaio
2020, in cui parlava di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“,
Kristian Andersen avrebbe cambiato avviso, sposando la tesi
dell’origine naturale. Una conversione assai repentina, se già quattro
giorni dopo, il 4 febbraio, definiva “crackpot”, folli,
squinternate, le teorie secondo cui il virus fosse “in qualche modo
ingegnerizzato”, in una email indirizzata tra gli altri (indovinate un
po’?) al solito Daszak di EcoHealth Alliance, e nella quale si
discuteva di una bozza di lettera per “contrastare quelle teorie
estremiste”. Il 17 marzo 2020 Andersen avrebbe pubblicato un suo
articolo su Nature Medicine, sostenendo l’origine naturale ed
escludendo interventi di laboratorio – articolo poi citato da Fauci per
fugare ogni dubbio. Anche se, come ha riconosciuto lo stesso Andersen su
Twitter, “non dimostra definitivamente che non si è verificata
una fuga da laboratorio” e “non significa che non dovremmo considerarla
come possibilità”, ma solo che è “estremamente improbabile”.
Ma il punto è proprio questo: per oltre un anno, a partire dalla dichiarazione apparsa su The Lancet il 19 febbraio 2020 (in cui compare il solito Daszak), è stata etichettata da scienziati e media, tradizionali e social, come “conspiracy theory” e già “debunked”
l’ipotesi dell’origine del virus dai laboratori di Wuhan, mentre le
email di Fauci suggeriscono che non è mai stata una teoria complottista,
ma al contrario una ipotesi presa seriamente in considerazione. E la
giravolta dello stesso Fauci pochi giorni fa, gli elementi emersi in
questi mesi, la decisione dell’amministrazione Biden di aprire
un’indagine dopo averne appena chiusa una, mostrano che è ancora oggi
fondata e meritevole di approfondimento.
La fretta della scienza “ufficiale” e “governativa”, dei Fauci e dei
Daszak, con i loro conflitti di interesse, e ovviamente della Cina, di
declassarla a teoria complottista e chiudere il discorso, assecondata da
certi media e politici mossi da pregiudizio anti-Trump, solleva
l’inquietante sospetto di un cover-up globale senza precedenti, determinato da una manifesta coincidenza di riflessi e interessi.
D’altra parte, al momento, nonostante gli sforzi dei ricercatori cinesi, il Sars-CoV-2
non è stato isolato in nessuna specie animale, né è emersa prova che
sia transitato in una specie intermedia, né si sono registrati casi di Covid-19
antecedenti i primi di Wuhan nelle zone – a 1.500 chilometri di
distanza – dove i pipistrelli vivono. Insomma, non è dimostrato che
esista in natura. Se non abbiamo certezze sull’origine, non abbiamo
nemmeno elementi definitivi a supporto di una origine naturale. E
Pechino ancora si rifiuta di collaborare.