QUESTO SONO I SANTONI DELLA CENSURA UNIVERSALE


Facebook

  • Fundação

    Estados Unidos, em 04 de Fevereiro de 2004

O início do Facebook se deu em 2003, quando Mark Zuckerberg, Dustin Moskovitz e Chris Hughes, estudantes na Universidade de Harvard, desenvolveram uma rede social exclusiva para o campus. Em 2004, Zuckerberg criou o thefacebook.com, que se tornou o Facebook no ano seguinte.

Hoje, o Facebook é a maior rede social do mundo, com mais de 2 bilhões de usuários ativos. Na plataforma, os usuários podem criar um perfil ou uma fan page, interagindo entre si através de "likes", mensagens e compartilhamentos de imagens e textos. 

De acordo com Mark Zuckerberg, o objetivo da rede social é conectar pessoas, criando um mundo mais transparente. Entre os valores da companhia estão a liberdade de compartilhamento de informações e de conexão, respeito à privacidade dos usuários, liberdade e fluxo livre de informações, igualdade de fundamentos, responsabilidade e transparência.

O Facebook chegou oficialmente ao Brasil em 2007, quando recebeu suporte à língua portuguesa. 

Últimas sobre Facebook

  • I Fauci Files: ecco perché la tesi dell’origine artificiale del virus doveva essere screditata

     

    I Fauci Files: ecco perché la tesi dell’origine artificiale del virus doveva essere screditata

    Federico Punzi di Federico Punzi, in China Virus, Rubriche, del

    L’avvertimento ai vertici del Dipartimento di Stato: non continuate con l’indagine sull’origine del virus, perché aprirebbe un “vaso di Pandora”.

    La possibilità che il virus fosse il risultato di esperimenti di “gain-of-function” nei laboratori di Wuhan finanziati anche con fondi governativi Usa mise in allarme Fauci e il suo staff, come si evince dalle email pubblicate nelle scorse ore. I vertici del Dipartimento di Stato furono “avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del Covid-19”, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui finanziamenti Usa alla ricerca del Wuhan Institute of Virology, rischiando di aprire un “vaso di Pandora”… Pompeo conferma l’intensa opposizione all’indagine di funzionari del Dipartimento di Stato e dell’intelligence (“contentious battle”)

    Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive Usa (NIAID) e consigliere della Casa Bianca sul Covid, fu avvertito già nel febbraio 2020 della possibilità che il coronavirus responsabile della pandemia fosse stato creato in laboratorio, che si trattasse di un virus “ingegnerizzato”. Un’ipotesi che, nonostante fosse presa seriamente in considerazione nei messaggi via email con i suoi autorevoli interlocutori, Fauci ha pubblicamente scartato e ridicolizzato per mesi, tranne poi ammettere pochi giorni fa di ritenerla plausibile.

    È quanto emerge – oltre alla sua sottovalutazione del virus e alle contrastanti versioni sull’utilità delle mascherine – dalle email scambiate da Fauci tra il gennaio e il giugno 2020 e ottenute legalmente, tramite Foia (Freedom of Information Act), dal sito Buzzfeed e dal Washington Post (che nel frattempo è corso a ritoccare i suoi titoli fino a 15 mesi fa, in una doppia operazione di insabbiamento).

    Nelle email Fauci sembra prendere abbastanza seriamente l’ipotesi, avanzata da alcuni suoi colleghi, della creazione del virus in laboratorio e di una sua accidentale uscita, ma allo stesso tempo, in pubblico, la escludeva categoricamente, e ripetutamente, ridicolizzandola (“circular argument”), anche dopo che il presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo avevano cominciato ad esercitare pressioni sul regime di Pechino sull’origine del virus e la sua mancanza di trasparenza.

    Lo stesso Fauci oggi, con nonchalance, si dice “non convinto” dell’origine naturale del virus e, riguardo l’incidente di laboratorio, ammette che “that possibility certainly exists”. Ma in quelle settimane iniziali, quando almeno nei suoi messaggi privati prendeva in seria considerazione l’origine artificiale del virus, Fauci ha aggiornato la Casa Bianca su queste ipotesi?

    Dalle email emerge, o meglio trova conferme, anche una possibile spiegazione della condotta di Fauci: sapeva che il principale sospettato per il presunto leak del virus era il Wuhan Institute of Virology, al quale erano arrivati nei 5 anni precedenti circa 600 mila dollari dal NIAID, da lui diretto, tramite la ong EcoHealth Alliance. Fondi che in audizione al Senato lo scienziato ha ammesso di non poter garantire che non siano stati usati dall’istituto cinese per esperimenti di “gain-of-functions”.

    Ma procediamo con ordine.

    Il 31 gennaio 2020, Fauci manda una email ai ricercatori Kristian Andersen, immunologo che dirige un laboratorio in genomica virale presso lo Scripps Research Institute, con sede a La Jolla, California, e Jeremy Farrar, direttore della fondazione di ricerca in campo sanitario Wellcome Trust. In questa email segnala loro un articolo uscito su Science intitolato “Mining coronavirus genomes for clues to the outbreak’s origins”, accompagnandolo con poche parole: “Questo è uscito oggi. Potreste averlo visto. Se no, è interessante per la discussione in corso”.

    Ancora più eloquente è la risposta che Fauci riceve un paio d’ore dopo da Andersen: “Il problema è che le nostre analisi filogenetiche non sono in grado di valutare se le sequenze siano insolite rispetto alle singole sostanze, a meno che non siano completamente sballate”. Ma osserva: “Le caratteristiche insolite del virus costituiscono una parte davvero piccola del genoma (<0,1%), quindi bisogna guardare molto da vicino tutte le sequenze per vedere che alcune delle caratteristiche (potenzialmente) sembrano ingegnerizzate“. “Abbiamo una buona squadra dedicata a valutare molto seriamente” questa ipotesi, aggiunge Andersen, e “dopo le discussioni di oggi, Eddie, Bob, Mike, ed io tutti troviamo il genoma in contrasto con le aspettative della teoria evoluzionistica”, anche se “ulteriori analisi devono essere fatte”.

    Due giorni dopo, l’altro scienziato incluso nello scambio precedente, Farrar, segnala a Fauci un articolo di ZeroHedge intitolato “Coronavirus Contains ‘HIV Insertions’, Stoking Fears Over Artificially Created Bioweapon” (per il quale ZeroHedge si vide sospeso l’account Twitter). Si tratta dello studio indiano, poi frettolosamente ritirato, in cui si sosteneva la presenza nel coronavirus di “innesti di HIV”, per renderlo più infettivo – conclusione a cui sarebbe giunto anche il biologo Premio Nobel Luc Montagnier. Nelle settimane successive sarebbe divenuta l’ipotesi bollata come la più strampalata. Fauci che fa, ignora l’email? La cestina? No, inoltra tutto lo scambio a Francis Collins, direttore del National Institutes of Health (NIH), chiedendogli: “Do you have a minute for a quick call?”

    Il 16 aprile 2020 Collins manda a Fauci una email (oggetto: “conspiracy gains momentum”), con il link ad un servizio di Fox News sull’ipotesi della fuga da laboratorio: secondo diverse fonti “c’è una crescente fiducia che il virus – Covid-19 – sia uscito da un laboratorio di Wuhan”. Ma il testo sia dell’email di Collins sia della risposta di Fauci è oscurato.

    Erik A. Nilsen, dottorato in fisica applicata, in una email di marzo avverte Fauci che “i dati pubblicati dalla Cina non sono solo spazzatura, hanno ingannato il mondo inducendo un falso senso di sicurezza”, e che il Covid-19 potrebbe diventare uno “tsunami negli Stati Uniti”. E aggiunge: “Credo che abbiamo perso il controllo molto tempo fa”, spiegando di aver appreso che 5 milioni di persone hanno lasciato Wuhan il 22 gennaio, prima che la Cina chiudesse la città, e si sono “disperse” in oltre 13 mila luoghi diversi. Cosa fa Fauci? Inoltra l’email ad un suo collaboratore: “Too long for me to read”.

    Ma l’email forse più imbarazzante per Fauci è quella in cui riceve il messaggio di “ringraziamento personale”, per aver sostenuto l’origine naturale del virus e smentito l’ipotesi della fuga da laboratorio, da Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, ente nonprofit che ha usato 3,4 milioni di dollari di fondi governativi Usa per finanziare diversi enti di ricerca cinesi, tra cui l’istituto di Wuhan da cui si sospetta che possa essere fuoriuscito il virus.

    “Volevo solo ringraziarti personalmente a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per esserti pubblicamente opposto e aver affermato che le prove scientifiche supportano un’origine naturale del Covid-19 da uno spillover tra pipistrelli e umani, non una fuga da laboratorio dall’Istituto di Virologia di Wuhan”.

    Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, con i fondi del NIH la EcoHealth Alliance ha finanziato la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli cinesi, e in particolare il Wuhan Institute of Virology per un totale di 598 mila dollari (133 mila l’anno dal 2014 al 2018 e 66 mila nel 2019). Un finanziamento di 3,7 milioni di dollari era stato rinnovato nel 2019, ma cancellato nell’aprile 2020 dall’amministrazione Trump.

    Fauci (NIAID) e Collins (NIH) hanno più volte negato che i fondi siano stati utilizzati per la ricerca denominata “gain-of-function”, ma entrambi hanno ammesso che non c’è modo di sapere se l’istituto cinese non li abbia effettivamente utilizzati almeno in parte a quello scopo. Anche perché, osserviamo, i fondi sono arrivati per via indiretta al WIV.

    Come ha ricordato ieri Enzo Reale su Atlantico Quotidiano – nella ricostruzione più completa ad oggi disponibile sull’ipotesi dell’origine artificiale del virus – nel dicembre 2019, poco prima dello scoppio dell’epidemia a Wuhan, lo stesso Daszak spiegava con un certo compiacimento nel corso di un’intervista come i ricercatori del WIV avevano riprogrammato la proteina spike e generato coronavirus chimerici in grado di infettare topi “umanizzati”. Lo stesso Fauci, in un articolo del 2012 per l’American Society for Microbiology, spiegava che i rischi connessi ai procedimenti di gain-of-function erano “ampiamente compensati dai benefici della manipolazione dei virus”.

    Si capisce quindi perché Fauci potesse essere preoccupato che prendesse piedi la tesi di una origine del virus dal Wuhan Institute of Virology e perché, come vedremo, temeva potesse emergere un collegamento tra il suo istituto e gli esperimenti di “gain-of-function” condotti nei laboratori cinesi da cui si sospetta sia uscito il virus.

    A far scattare l’allarme è l’email in cui Andersen parla di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“. La mattina del giorno dopo, l’1 febbraio, Fauci scrive una email (oggetto: IMPORTANT, in capital letters) al suo vice, l’immunologo Hugh Auchincloss, preallertandolo: “È essenziale che parliamo questa mattina, tieni il telefono acceso… Leggiti il paper e l’email che ti inoltrerò. Hai compiti oggi che devono essere svolti”.

    Il paper accademico allegato, intitolato “A Sars-like cluster of circulating bat coronaviruses shows potential for human emergence”, è co-firmato da Shi Zhengli, ormai nota alle cronache come bat-woman, la principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology, e da Ralph Baric della North Carolina University. Ed è del 2015 – lo stesso periodo dei finanziamenti del NIAID, via EcoHealth Alliance, ma anche della moratoria Usa sugli esperimenti di gain-of-function, in attesa di elaborare linee guida. Nel paper si presentavano i risultati dei ricercatori cinesi e americani nella manipolazione dei coronavirus per comprendere meglio come possono infettare gli essere umani attraverso l’enzima ACE2, proprio la peculiare capacità del coronavirus che provoca il Covid-19.

    Nel pomeriggio arriva la risposta di Auchincloss:

    “Il paper che mi hai inviato dice che gli esperimenti sono stati eseguiti prima della sospensione del gain-of-function [2014-2017, ndr], ma da allora sono stati rivisti e approvati dal NIH. Non sono sicuro di cosa significhi, perché Emily è sicura che nessun coronavirus sia passato attraverso un framework P3 [partnership pubblico-privato, ndr]. Cercherà di determinare se abbiamo dei legami lontani con questo lavoro all’estero“.

    Non sorprende quindi la preoccupazione di Fauci e del suo staff che gli esperimenti di gain-of-function sui coronavirus condotti al Wuhan Institute of Virology fossero all’origine del Covid-19 e in qualche modo riconducibili ai fondi arrivati dal NIAID all’istituto cinese via EcoHealth Alliance.

    Una lettura avvalorata da una notizia di ieri. I vertici del Dipartimento di Stato sono stati avvertiti di non perseguire un’indagine sulle origini del Covid-19, hanno confermato a Fox News ex funzionari del Dipartimento, nel timore che avrebbe attirato l’attenzione sui finanziamenti governativi Usa arrivati al Wuhan Institute of Virology, dal quale il virus potrebbe essere sfuggito. Secondo un’inchiesta di Vanity Fair, ai funzionari che chiedevano trasparenza al governo cinese fu detto di non indagare sulla ricerca denominata “gain-of-function” condotta nell’istituto cinese, perché avrebbe portato un’attenzione “indesiderata” sui finanziamenti del governo Usa in quella ricerca. Indagare sulle origini del virus rischiava di aprire un “vaso di Pandora”.

    “La storia del perché parti del governo degli Stati Uniti non erano così curiose come molti di noi pensano che avrebbero dovuto essere è estremamente importante”, ha spiegato a Vanity Fair David Feith, ex vice assistente del segretario di Stato. Thomas DiNanno, ex funzionario nominato da Trump, racconta come la sua indagine sull’ipotesi della fuga da laboratorio sia stata ostacolata ad ogni passaggio, con personale tecnico ostile e antagonistico che lo avvertiva di non aprire il “vaso di Pandora”.

    Uno degli aspetti più grotteschi, ma anche più indicativi della inaffidabilità di certi organismi internazionali, è che Daszak ha fatto parte del team di “investigatori” dell’OMS mandato a Wuhan nel febbraio 2021 per indagare sulle origini della pandemia. Lo stesso Daszak, la cui organizzazione ha finanziato con almeno 600 mila dollari la ricerca del Wuhan Institute of Virology basata sulla modifica dei coronavirus (non decine di anni fa ma fino al 2019), avrebbe dovuto trovare le prove che in pratica avrebbero incolpato non solo l’istituto ma anche se stesso. Non sorprende quindi che in tre ore di visita ai laboratori abbia concluso che “non c’è nulla da vedere qui”: come ha ammesso alla Cbs, gli esperti dell’Oms hanno creduto agli scienziati cinesi sulla parola (“cos’altro potevamo fare?”) e, comunque, “non era nostro compito scoprire se la Cina ha insabbiato” [sic].

    Breve storia triste nella storia: Facebook – che ha da pochi giorni rimosso il ban verso chiunque osasse postare riferimenti all’origine artificiale del virus – si è avvalso di Daszak come fact-checker, proprio lui che ha finanziato il laboratorio di Wuhan da cui il virus sarebbe uscito secondo le teorie sottoposte a fact-checking. Science Feedback, infatti, una delle principali piattaforme di fact-checking utilizzate da Facebook, nel febbraio 2020 ha citato Daszak come fonte esperta per bollare come “debunked” la teoria della fuga da laboratorio, presupposto della censura scattata da lì in avanti nei confronti degli utenti che continuavano a sostenerla. Eccolo, il fact-checking che i social media spacciano per “indipendente”…

    Va ricordato che poco dopo l’email spedita a Fauci il 31 gennaio 2020, in cui parlava di caratteristiche del virus che “sembrano ingegnerizzate“, Kristian Andersen avrebbe cambiato avviso, sposando la tesi dell’origine naturale. Una conversione assai repentina, se già quattro giorni dopo, il 4 febbraio, definiva “crackpot”, folli, squinternate, le teorie secondo cui il virus fosse “in qualche modo ingegnerizzato”, in una email indirizzata tra gli altri (indovinate un po’?) al solito Daszak di EcoHealth Alliance, e nella quale si discuteva di una bozza di lettera per “contrastare quelle teorie estremiste”. Il 17 marzo 2020 Andersen avrebbe pubblicato un suo articolo su Nature Medicine, sostenendo l’origine naturale ed escludendo interventi di laboratorio – articolo poi citato da Fauci per fugare ogni dubbio. Anche se, come ha riconosciuto lo stesso Andersen su Twitter, “non dimostra definitivamente che non si è verificata una fuga da laboratorio” e “non significa che non dovremmo considerarla come possibilità”, ma solo che è “estremamente improbabile”.

    Ma il punto è proprio questo: per oltre un anno, a partire dalla dichiarazione apparsa su The Lancet il 19 febbraio 2020 (in cui compare il solito Daszak), è stata etichettata da scienziati e media, tradizionali e social, come “conspiracy theory” e già “debunked” l’ipotesi dell’origine del virus dai laboratori di Wuhan, mentre le email di Fauci suggeriscono che non è mai stata una teoria complottista, ma al contrario una ipotesi presa seriamente in considerazione. E la giravolta dello stesso Fauci pochi giorni fa, gli elementi emersi in questi mesi, la decisione dell’amministrazione Biden di aprire un’indagine dopo averne appena chiusa una, mostrano che è ancora oggi fondata e meritevole di approfondimento.

    La fretta della scienza “ufficiale” e “governativa”, dei Fauci e dei Daszak, con i loro conflitti di interesse, e ovviamente della Cina, di declassarla a teoria complottista e chiudere il discorso, assecondata da certi media e politici mossi da pregiudizio anti-Trump, solleva l’inquietante sospetto di un cover-up globale senza precedenti, determinato da una manifesta coincidenza di riflessi e interessi.

    D’altra parte, al momento, nonostante gli sforzi dei ricercatori cinesi, il Sars-CoV-2 non è stato isolato in nessuna specie animale, né è emersa prova che sia transitato in una specie intermedia, né si sono registrati casi di Covid-19 antecedenti i primi di Wuhan nelle zone – a 1.500 chilometri di distanza – dove i pipistrelli vivono. Insomma, non è dimostrato che esista in natura. Se non abbiamo certezze sull’origine, non abbiamo nemmeno elementi definitivi a supporto di una origine naturale. E Pechino ancora si rifiuta di collaborare.

    L’ultimo e ancor più grottesco caso di censura: chi non supporta l’agenda progressista messo all’indice

     

    L’ultimo e ancor più grottesco caso di censura: chi non supporta l’agenda progressista messo all’indice

    Avatar di Andrea Venanzoni, in Cultura, Politica, Quotidiano, del

    Ho idea, ed è una idea che non mi piace per niente, che andando di questo passo potrà essere aperta una autentica e autonoma rubrica del tipo ‘la vittima di censura del giorno’.

    Una sorta di Bestiario della negazione della libertà di espressione che pure accidenti sarebbe, condizionale d’obbligo a questo punto, garantita dall’art. 10 par. 2 CEDU, dal Regolamento Ue 11 marzo 2014, 235, par. 11, dall’art. 19 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dall’art. 21 della Costituzione.

    In un mondo che ha fatto feticismo per ogni forma di diritto, spesso inventato di sana pianta, impossibile da implementare, surreale, ecco che invece la autentica pietra angolare del dibattito pubblico, la libertà di espressione, recede, si fa ancillare, evanescente, e ne rimane solo un esangue corpicino: non si può più dire o scrivere niente, perché la suscettibilità altrui si fa subito rossiccia, avvizzita nel volto folle di una massa digitale la quale lungi dal controbattere con argomentazioni preferisce inabissarsi nella faida, nel linciaggio mediatico, nel dossieraggio spinto e nella richiesta, vero apice del parossismo, di interventi normativi o legali, di procedimenti disciplinari o sanzioni di varia natura.

    Ultimo in ordine di tempo, ma temo non ultimo in senso assoluto, il professor Francesco Venier, dell’Università di Trieste, ‘reo’, a dire di una indegna gazzarra sollevata da gente che avrebbe sollevato una canea pure se avesse letto le previsioni del tempo, di aver vergato digitalmente un post in cui chiedeva che cosa se ne sarebbero fatti dei 10 mila euro paventati da Enrico Letta i ragazzi di Scampia.

    Non sia mai, peste gliene colga. Un moto di indignazione digitale si è sollevato come lo tsunami delle interpretazioni distorte: nessuno, chiaramente, dei linciatori entustiasti si è posto il problema sollevato dalla domanda di Venier, che polemica o sarcastica che fosse comunque un tema, e non banale, lo sollevava. E che alla fine della battaglia online è rimasta del tutto inevasa.

    Formulazione infelice della domanda? Anti-meridionalismo? Tentativo di mascherare dietro una domanda latamente politica una forma di discriminazione contro i ragazzini di Scampia? Siamo nel pieno della sagra infelice del retro-pensiero, del processo alle intenzioni, del voler vedere e leggere qualcosa anche se quel qualcosa non c’è: perché Venier ha scritto una cosa chiara, lineare e limpida, una polemica nei confronti della proposta di Letta, sulla quale ci auguriamo tutti si possa continuare a polemizzare e ad essere critici senza dover incorrere nella lesa maestà, e non certo una stucchevole tirata anti-meridionalistica.

    Eppure le orde digitali, spesso account fittizi e senza follower, troll, e gente dalla identità incerta, sono letteralmente salite sulle barricate per aver letto ‘Scampia’.

    Non per la proposta di ennesimo assistenzialismo statalista, autentica rovina del Meridione d’Italia, da sempre sussidiato senza interventi radicali di razionalizzazione del proprio tessuto economico, spesso a causa di classi dirigenti e politiche locali inadeguate, ma per quel luogo, ‘Scampia’.

    Come se vi fosse un individuatore automatico di parole proibite, di dogmi di fede, impronunciabili, non contestabili, non utilizzabili. Eppure Scampia non è un mero quartiere malfamato, piaccia o non piaccia, tra Gomorra, serie tv, documentari, film, ricostruzioni saggistiche, è divenuto uno di quei feroci paradigmi de-territorializzati di pura anomia sociale: Scampia cessa di essere Napoli e Campania, nella stessa misura in cui Tor Bella Monaca cessa di essere Roma e Lazio o lo Zen quartiere di Palermo e della Sicilia, e potrei dire lo stesso della Barriera a Torino o della Barona nel milanese.

    Sono intersezioni di una geografia del disagio sociale, in cui mancanza di istituzioni, di servizi pubblici, presenza asfissiante di micro e macro delinquenza finiscono tra loro cospiranti per produrre un assetto ulteriore rispetto alla appartenenza geografica: il cittadino di Scampia è più simile a quello dello Zen o di San Basilio piuttosto che all’abitante del Vomero.

    Ma la domanda di Venier non era nemmeno contro Scampia, intesa come ambito territoriale o contro i suoi abitanti: perché, che cosa te ne fai di 10 mila euro se vivi in un tessuto sociale in cui le scuole si devono barricare come nemmeno in “Distretto 13 – le brigate della morte”, oppure i palazzoni anodini e grigi si popolano di una smunta umanità in cui camorra e gang si ergono a unico Stato legittimo?

    La questione sollevata da quella domanda, che non era nemmeno feroce come avrebbe potuto esserlo un paradosso alla Jonathan Swift, il quale oggi marcirebbe in galera, verteva assai semplicemente sul sempiterno canone assistenzialistico e sussidiario da cui lo Stato italiano non riesce a riprendersi. Invece di potenziare il tessuto sociale di una data area, ci si lava la coscienza con una regalia dal sapore medievale.

    C’è qualcuno che ha svolto anche solo una parte di queste considerazioni? Chiaramente no, meglio linciare Venier, dipingerlo come un razzista, un anti-meridionalista, come un discriminatore, e tutto per una mera domanda. Il copione purtroppo tende ad essere sempre lo stesso, e sta diventando giorno dopo giorno sempre più pericoloso.

    Se nel caso di Marco Gervasoni, sebbene a mio avviso ampiamente discutibile, almeno c’era la legittimazione di una indagine penale, poi abbiamo avuto Luigi Marco Bassani, nella cui vicenda scompariva del tutto la sfera penale e rimaneva un meme classificato dai custodi della ortodossia politicamente corretta come ‘sessista’, ed ora nel caso di Francesco Venier abbiamo il nulla, abbiamo semplicemente il processo alle intenzioni per aver utilizzato il nome ‘Scampia’.

    Ormai, è chiaro, siamo alle liste di termini, parole, concetti proibiti, il Sillabo del politicamente corretto, la proscrizione dei ‘dannati’ la cui colpa principale agli occhi delle masse digitali idrofobe è il non aderire ad una agenda progressista: perché, e questo pur nelle differenze accomuna Gervasoni, Bassani e Venier nessuno di loro è sospetto di simpatie per il progressismo e per il comunismo.

    Perché i professori comunisti sono intoccabili e per sottoporli a una qualche vaga polemica pubblica e forse a un procedimento disciplinare si deve essere in presenza di pesanti insulti mirati ad personam, con tanto di oggetto delle proprie offese ben riconoscibile, oppure attraverso goliardici inviti ad appendere a testa in giù e via discorrendo: per i non progressisti, basta l’ironia o il porre la domanda nel modo che i progressisti reputano scorretto o sbagliato, e loro come si sa bene reputano tutto ciò che non sia comunista come ontologicamente sbagliato.

    L’attitudine da massa, da linciaggio senza scuse e senza giustificazioni, si palesa nel modus operandi dei giustizieri del politicamente corretto: forniscono la loro peculiare interpretazione di quanto hanno letto, e chiaramente lo distorcono in maniera strumentale, trasformano il tutto in una sorta di guerra totale e di scontro di civiltà, utilizzano hashtag, spesso minacce e insulti (invito a leggere con quali epiteti è stato appellato il professor Venier…), e poi non paghi dell’aver macinato le ossa della vittima prescelta, iniziano a delinearne il profilo, fanno doxing, chiamano in causa parenti, amici, e il datore di lavoro.

    Dato che infatti i comunisti, per loro costituzione storica, sono autentici paladini della strategia provocatoria, spesso lambente la pura infamia, eccoli evocare, mediante tag, l’Università di Trieste, come già avvenuto nel caso dell’Università dove insegna Bassani: le università, sommerse da un profluvio di insulti, richieste di chiarimenti, accuse varie e variamente formulate, si scusano ormai in automatico, prendono le distanze, stigmatizzano, in alcuni casi anticipano che adotteranno provvedimenti, in assenza però di qualunque formale istruttoria per capire che cosa davvero stia accadendo.

    La china è di rara pericolosità: così facendo, si legittima e si concede sponda privilegiata alla voce delle masse impazzite, alla strumentalità, perché i linciatori dei social capiranno di aver escogitato la strategia vincente e si lanceranno contro chiunque possano individuare in loro nemico, avversario o antagonista utilizzando sempre la medesima tattica.

    La fase finale di questa deriva è la morte della coscienza critica, della libertà di espressione, del dibattito accademico, culturale e sociale: perché non si potrà più dire niente, per quanto innocente possa essere ciò che stiamo scrivendo o asserendo, le opzioni ideologiche e teoriche sgradite alla massa imperante saranno espunte dal consesso civile e gettate nelle catacombe, o nelle fogne come piace tanto dire ai comunisti.

    È chiaro che sia ora di finirla con la ‘maggioranza silenziosa’, tutti quelli che esprimono solidarietà in silenzio, in punta di piedi, quelli che ritengono inaccettabile e gravissima la situazione dovrebbero superare i loro timori, la loro timidezza e iniziare a reagire, prima che sia troppo tardi.

    Organizzarsi, difendersi, darsi consigli di natura legale, non farsi mettere in mezzo, né piegare dall’onda montante dell’odio digitale rosso, proporre e promuovere dibattiti e slanci di opinione che sappiano bilanciare le ondate di odio e di riprovazione politicamente corretta, denunciare, gridare che il Re è nudo, e che i soviet che si annidano tra redazioni, case editrici e università non hanno l’esclusiva né la patente di legittimazione ad essere, unici, presenti dibattito pubblico.

    Di Maio scopre il garantismo: vera conversione o mossa opportunistica?

     

    Di Maio scopre il garantismo: vera conversione o mossa opportunistica?

    Avatar di Roberto Penna, in Politica, Quotidiano, del

    Luigi Di Maio, un po’ a sorpresa o forse no, ha deciso di scusarsi pubblicamente con Simone Uggetti, ex sindaco Pd di Lodi, e lo ha fatto mediante una lettera a Il Foglio. Uggetti fu accusato di turbativa d’asta ed arrestato nel 2016. Durante la campagna elettorale, risalente sempre a quell’anno, per il rinnovo delle amministrazioni di importanti città come Roma, Torino, Napoli, Milano e Bologna, il Movimento 5 Stelle cavalcò con la solita virulenza forcaiola la vicenda giudiziaria del primo cittadino di Lodi. Uggetti fu additato al pubblico ludibrio sui social e in diverse manifestazioni di piazza, e l’attuale ministro degli affari esteri non fu meno violento, dal punto di vista verbale, degli altri pentastellati. Per la cronaca, Simone Uggetti è stato assolto in appello, ed oggi Di Maio ritiene di dovergli delle scuse, ammettendo che l’aggressione politica e mediatica del 2016 fu, sono parole sue, grottesca e disdicevole.

    Cambiare idea può essere a volte salutare, e se un manettaro riesce a tornare alla ragione, ciò non è mai da rifiutare a priori. Tuttavia, siamo davvero in presenza di una sincera conversione garantista da parte del Giggino nazionale, oppure si tratta di una piccola mossa opportunistica e politicante? È lecito avere qualche dubbio circa la buonafede del titolare della Farnesina. Intanto, c’è ancora, e pesa parecchio, il caso giudiziario di Ciro Grillo, figlio del ben più noto Beppe. Forse dalle parti del Movimento 5 Stelle ci si vuole prendere una pausa, smettere per un periodo di sventolare le manette davanti a tutti. “Arrendetevi, siete circondati”, così urlavano nelle piazze del Vaffa negli anni “migliori” del grillismo. Il destino ha poi voluto che fosse proprio Beppe Grillo ad apparire come “circondato”, quasi alla pari di un dittatore disperato che lancia i suoi ultimi proclami dal proprio bunker.

    La presunta colpevolezza o l’altrettanto presunta innocenza di Ciro Grillo sono materia esclusiva degli inquirenti, ma quel video pubblicato dal fondatore del M5S a difesa del proprio pargolo, rimarrà una pagina sguaiata e poco edificante. È possibile che i pentastellati siano andati a lezione dai loro quasi alleati del Partito democratico. Ovvero, anziché essere garantisti sempre e con tutti, con Ciro Grillo e con chiunque si trovi coinvolto in inchieste giudiziarie, si preferisce rivendicare garanzie e diritti dell’imputato soltanto per i propri sodali politici o famigliari. Per tutti gli altri, a maggior ragione se si tratta di avversari dotati di un capitale elettorale ingombrante, si fa finta di nulla o peggio ancora, si tifa per le procure e il tintinnio di manette.

    L’ex sindaco di Lodi appartiene al Pd, ma se egli fosse stato, per dire, della Lega o di Fratelli d’Italia, avremmo assistito ugualmente alla sedicente svolta garantista di Luigi Di Maio? Forse no, perché a quest’ultimo e ad una parte almeno del Movimento 5 Stelle, a cominciare da Grillo, interessa andare d’accordo, il più possibile, soprattutto con il Pd. Grillini e piddini faticano a costituire una alleanza uniforme in tutto il territorio nazionale (si prevede infatti una coalizione giallorossa un po’ a macchia di leopardo per le prossime amministrative), e le scarse doti da tessitore di Enrico Letta non aiutano. Ma sia i primi che i secondi sanno di non potersi permettere delle corse in solitaria. La logica dei numeri, impietosa ad ogni sondaggio, impedisce di ammainare la bandiera giallorossa.

    Il buon Di Maio, che evidentemente ha imparato a conoscere qualche aspetto della politica, si adegua. Il suo spessore politico e culturale non ha registrato grandi miglioramenti negli ultimi anni e resta nella media di quello di tutti gli altri pentastellati, ma egli ha recepito almeno le regole della sopravvivenza politica fine a sé stessa. Rimanere a galla il più possibile, abbracciando tutto e il contrario di tutto, e tentando pure di oscurare persone che dovrebbero essere vicine come Giuseppe Conte, lo strano leader del M5S. Giggino ha accettato ogni diktat da parte di Grillo, si è fatto piacere Matteo Salvini per poi scoprire di amare in realtà il Pd. Oggi si ridisegna come garantista e chissà, fra qualche tempo si professerà anche liberale e liberista…

    Quando la democrazia tende al dispotismo: servitù volontaria e tirannia della maggioranza

     

    Quando la democrazia tende al dispotismo: servitù volontaria e tirannia della maggioranza

    Avatar di Andrea Venanzoni, in Cultura, Politica, Quotidiano, del

    Proprio in questi ultimi mesi, nell’infuriare della pandemia e nell’incedere sempre più pesante e pressante delle restrizioni alla libertà, l’editore Liberilibri ha nuovamente pubblicato il “Discorso sulla servitù volontaria” di Etienne de La Boétie, giurista e diplomatico francese del XVI secolo che ci ha lasciato questa opera fondamentale sul ‘mistero della obbedienza’.

    Originariamente apparso nel 2004, dopo la prima traduzione fuori dai confini francesi operata dal Mises Institute di Auburn, Stati Uniti, e presto approdato da noi, con la pregevole introduzione curata da Murray N. Rothbard e, nella edizione italiana, con postfazione curata da Nicola Iannello e Carlo Lottieri, si tratta di un testo estremamente ridotto ma acutissimo che investiga la natura umana, il portato saliente della libertà e quella tendenza/tentazione che affiora nella civiltà umana a spogliarsi, volontariamente appunto, delle proprie garanzie, della propria sete di libertà e di massificarsi nella rincorsa cieca alla obbedienza.

    Con buona pace di altre edizioni circolanti, che simbolicamente vorrebbero far apparire de La Boétie come una sorta di antesignano proto-anarchico comunista, la ricostruzione concettuale offerta è quella di un robusto liberalismo desideroso di indagare, investigare e decostruire la radice della rinuncia alla libertà, sotto le spoglie malmostose del farsi Stato: e non a caso l’autore si trova a vivere nell’incarnazione stessa, concettuale, figurata ed empirica, della montante sovranità statale, la terra patria di Jean Bodin, che assieme a Machiavelli ed Hobbes avrebbe gettato le radici feconde e tremende dello Stato moderno.

    De la Boétie, al contrario, pone a vaglio critico la logica della maggioranza e la sua intrinseca tirannia, secondo uno spunto che avrebbe informato secoli dopo il pensiero liberale e libertario che nello Stato vedeva e vede una forma di coercizione, sia attraverso la tassazione sia attraverso la limitazione della libertà, mediante la finzione del patto sociale: l’apertura del testo è folgorante e sembra l’epitaffio di qualunque forma di accettazione della legittimità di uno Stato democratico basato sul principio di maggioranza.

    Sono le parole di Ulisse, riportate da Omero: “No, non è un bene il comando di molti: uno sia il capo, uno sia il Re”. E se si fosse fermato a ‘molti’, dice l’autore, sarebbe stato un bene, e invece, certo per strategia visto il contesto della asserzione, Ulisse decise di legittimare, forse proprio per legittimare sé stesso, l’idea della tirannia regale come modalità di consolidamento del potere.

    La lezione di questo giovane pensatore francese è preziosa perché sfata il mito, imputridito, secondo cui la maggioranza avrebbe sempre ragione. L’essenza stessa della democrazia è in fondo tirannia della maggioranza in danno della minoranza, delle minoranze e dei singoli individui, i quali sono spogliati, mediante tassazione, per patrocinare l’agenda politica della maggioranza stessa, secondo la linea concettuale di quel ‘costo dei diritti’ evocato da Cass R. Sunstein e Stephen Holmes nel loro noto, omonimo libro.

    Come nota acutamente Rothbard nella introduzione, il senso saliente dell’opera è l’opposizione tra legge naturale, la quale protegge e riconosce la libertà del singolo, e la servitù volontaria, per consenso, che statalizza la comunità.

    Non c’è alcun dubbio che lo stesso sistema democratico sia una forma di dispotismo, proprio perché basandosi su un assetto giuspositivo determina canoni di azione e di riconoscimento basati su procedure di maggioranza, le quali finiranno per estromettere le minoranze problematiche e le specificità dei singoli individui: non casualmente la democrazia tende alla ipertrofia, alla spesa pubblica in eccesso e spesso patentemente irrazionale, alla centralizzazione, allo sgretolamento delle autonomie territoriali, e tutto questo per sussidiare la servitù che appunto si basa su un assunto ‘volontario’.

    Volontario, lo si precisa e specifica, perché la violenza che porta i molti a farsi soggiogare non è esibita, palese, sanguinaria, ma al contrario è più ellittica, suadente, liminale: si insinua nella coscienza degli individui, li corrode, li corrompe, facendo loro credere che la sete per la libertà del singolo sia solo becero egoismo. E per questo essi finiscono per prestare il consenso alla loro stessa riduzione in schiavitù.

    Il consenso della maggioranza, che viene misurato mediante le tornate elettorali, è letteralmente ‘acquistato’ mediante i meccanismi di redistribuzione delle risorse, prelevate mediante tassazione, e indirizzate per implementare determinate politiche segnaleticamente esibite per rinsaldare il proprio status quo.

    La democrazia, oltre che tirannia della maggioranza, è anche inno al conformismo: un peana di mediocrità che distribuendo risorse non proprie, non prodotte mediante libero scambio o ingegno, finisce per livellare tutti i cittadini verso il basso, determinando cioè la assoluta non convenienza della ipotesi dissonante, della genialità, della libera iniziativa.

    Come ha ampiamente dimostrato Hans-Hermann Hoppe, qualunque flusso elettorale risolto dalla logica della maggioranza tenderà per fisiologica conservazione alla tutela esclusiva dei propri elettori di riferimento, quindi della massa stessa.

    Nel cuore della pandemia, la logica cieca della obbedienza si è poi tinta di ulteriori, inquietanti sfumature: molto spesso, nonostante norme, regole e articoli dalla formulazione ambigua, dalla interpretazione ai limiti dell’arbitrio, nonostante la evanescente rispondenza al sistema delle fonti, la massa dei cittadini si è prostrata per accondiscendenza nei confronti del concetto di ‘salute pubblica’, nuova forma di feticcio tirannico elevato sull’altare dei dogmi contemporanei, assieme alla ‘democrazia’.

    In questo senso il mistero dell’obbedienza è stato rinsaldato mediante una comunicazione feroce, dolorosa, ai limiti della pornografia, che attingendo a vette inumane di autentici ricatti morali, far cioè credere che chiunque mettesse in dubbio la vulgata istituzionale fosse un potenziale genocida alleato del virus, ha desertificato oltre alle libertà individuali e pure collettive anche il dibattito pubblico: esattamente come ogni critico della democrazia viene subito, ipocritamente, rubricato sotto la infamante dizione di sostenitore dei totalitarismi, allo stesso modo ogni critico della gestione pubblica della pandemia è stato fatto scomparire dal sociale, mediante la inserzione coattiva e frettolosa nella categoria dei complottisti o dei negazionisti.

    E così la lezione di de La Boétie è davvero fresca ed essenziale, tanto più in un momento storico pericoloso e doloroso come il presente. Ricordando sempre, come scrive il giovane autore, che “la libertà è un diritto naturale, e a mio avviso bisogna aggiungere che siamo nati non solo padroni della nostra libertà ma anche inclini a difenderla”.

    CHE COSA VI HANNO RACCONTATO? I 200 MILIARDI DI BALLE DI CONTE, DRAGHI & C.

     

    L’Italia è il Paese degli avvocati, ma i giudici sono pochi e le cause restano aperte

    Il rapporto della Commissione Ue: tra le nostre lacune anche la scarsa digitalizzazione

    L’Italia è il Paese degli  avvocati, ma i giudici sono pochi e le cause restano aperte

    Tante cause aperte, molto tempo per una decisione di primo grado, poca digitalizzazione. Eppure è il Paese degli avvocati (quattro volte quelli della Francia e due volte quelli della Germania), e l’ottavo per spese pubbliche destinate al buon funzionamento dei Tribunali. I conti, però, non tornano: la giustizia italiana è sinonimo di sprechi economici e perdite di tempo. Le sentenze del Tar italiano richiedono tre anni, quelle svedesi tre mesi. E’ quanto emerge dal rapporto della Commissione europea sulla giustizia, diffuso oggi. Il documento traccia un quadro evolutivo per Paese dal 2010 al 2015, e per l’Italia i cambiamenti in questo lasso temporale non sembrano essere molti.

    Giustizia troppo lenta

    E’ il tallone di Achille del nostro Paese. I tempi della giustizia nazionale restano tra i più lunghi in Europa. L’Italia è al 19esimo per numero di giorni necessari per chiudere le cause civili, commerciali, amministrative in primo grado: 400 giorni circa. Peggio, nel 2015, solo Malta, Portogallo e Cipro. Un dato peraltro non cambiato rispetto al 2010, a conferma delle difficoltà a rendere il sistema più rapido. Italia 24esima su 24 (non disponibili i dati Belgio, Cipro, Irlanda e Regno Unito) per giorni necessari per una prima decisione in un contenzioso: più di 500 giorni, quando in Germania ne occorrono 200 circa. Detto in altri termini, gli Italiano fanno in un anno e mezzo quello che in Germania fanno in meno di un anno. La buona notizia è che nel 2015 il Belpaese era secondo in Europa per tasso di contenziosi chiusi, anche se il numero di contenziosi pendenti resta elevato (4 per ogni centomila abitanti, il più alto).

    L’Italia è il Paese degli  avvocati, ma i giudici sono pochi e le cause restano aperte

    Il numero di giudici per 100 mila abitanti

    Tar, tre anni per una sentenza. In Svezia tre mesi

    Se poi bisogna fare causa agli Enti locali, occorre armarsi innanzitutto di pazienza: in Italia bisogna attendere 1.000 giorni per una decisione di prima istanza. Solo Cipro è peggio dell’Italia, che impiega cinque volte tanto la Romania a esprimersi in primo grado nelle controversie tra cittadinanza e amministrazione pubblica. Per chiudere un procedimento al Tar servono dunque tre anni, in Svezia poco più di tre mesi.

    Riciclaggio, i terzi più lenti

    Italia terzo Paese per tempo maggior tempo necessario a prendere decisioni in casi relativi a riciclaggio di denaro: oltre 600 giorni il limite nazionale. Peggio Lettonia (quasi 800) e Ungheria (1.100 circa).

    Il Paese degli avvocati

    Se l’Italia non è il centro europeo per avvocati è solo perché in questa speciale classifica vince il Lussemburgo, Stato a vocazione di servizi, studi legali e consulenti. Ad ogni modo l’Italia conta 391 avvocati ogni 100mila abitanti, quattro volte la Francia e due volta la Germania. IL numero dei giudici, invece, è tra i più bassi d’Europa: appena 11 su 100mila abitanti, meno della metà della Germania. In sintesi: la legge sono più quelli chiamati a interpretarla che quelli che la devono applicare.

    L’Italia è il Paese degli  avvocati, ma i giudici sono pochi e le cause restano aperte

    Il numero degli avvocati per 100 mila abitanti

    Giustizia nazionale poco digitale

    La digitalizzazione della giustizia stenta. Internet serve solo per vedere lo stato di avanzamento del procedimento. Utilizzare il computer per presentare reclami o trasmettere convocazioni in Italia, 16esima in questa classifica, che misura l’indice di «disponibilità» dei mezzi elettronica. In pratica nella Penisola non «e-justice» è un’espressione sconosciuta.

    L’Italia investe male?

    E dire che l’Italia è tra i Paesi che, secondo la Commissione, investe nel sistema di giustizia. Non è certamente ai primi posti, ma neppure agli ultimi. L’Italia è ottavo per risorse spese delle amministrazioni pubbliche per i tribunali, anche se la spesa non raggiunge i 100 euro a persona mentre i primi tre Stati membri (Lussemburgo, Regno Unito e Danimarca) ne investono dai 150 in su. La spesa generale del governo per i tribunali rappresenta lo 0,35% del Pil. Si tratta dell’ottavo contributo europeo, superiore pure a quello della Danimarca, dove più dell’80% dei danesi ha fiducia nel sistema di giustizia.

    Italiani non hanno fiducia nell’indipendenza della giustizia

    Non sorprende che gli italiani non abbiano fiducia nel sistema di giustizia nazionale. Le cose funzionano poco e male. Ma non sembra essere questo il problema principale dell’Italia: c’è una maggioranza assoluta che non fiducia nella giustizia. Il 56% risponde tra «abbastanza male» e «veramente male» quando si chiede di giudicare la percezione dell’indipendenza dei tribunali e dei giudici.

    CHE COSA VI HANNO RACCONTATO? I 200 MILIARDI DI BALLE DI CONTE, DRAGHI & C.

    Pochi (!) pm, ma i magistrati donne sono più del 50%

    Sono 3,5 ogni 100mila abitanti. Solo Francia e Irlanda fanno peggio. I più manettari sono i lituani

    L’Italia Paese di manettari? Giustizialista? Forcaiolo? Forse, ma a guardare il numero dei magistrati in Italia è solo un’intenzione, un’aspirazione (al massimo), non un dato di fatto. Perché? Perché non ce ne sono abbastanza, di magistrati. Contrariamente a quello che tutti pensano, i pubblici ministeri sono pochissimi. E, sempre contrariamente a quello che tutti pensano, i magistrati donne sono più numerosi dei magistrati uomini.

    Quanti magistrati italiani

    Siamo in terzultima posizione per numero di pubblici ministeri in Europa. Gli ultimi dati disponibili sono quelli dell’European commission for the efficiency of justice e si riferiscono al 2016: solo Francia e Irlanda hanno meno pubblici ministeri per 100mila abitanti dell’Italia: appena 3,5. Ovvero, come mostra il grafico sopra: 3,5 magistrati incaricati di perseguire i reati ogni 100mila italiani.

    Attaccati spesso dalla politica e accusati di essere una vera e propria “casta”, i magistrati, lo ricordiamo per inciso, sono stati anche oggetto di un referendum del 1988 che chiedeva di stabilire per loro una forma di responsabilità civile (venne superato il quorum e l’80,1% dei votanti fu d’accordo). Non se ne fece niente, e anche per questo rimangono, ancora oggi, una delle categorie della Pubblica amministrazione più malvista. Sarà anche per gli stipendi da favola che hanno?

    Però, bisogna ammetterlo, i magistrati in Italia sono pochi. In Europa sono quasi ovunque molti di più in relazione al numero degli abitanti. In Lituania, ad esempio, sono 24,4 ogni 100mila abitanti.

    La differenza tra magistrato e giudice

    I magistrati italiani sono 9.400 e il conteggio, aggiornato al 28 febbraio 2019, è stato pubblicato nel rapporto “Distribuzione per genere del personale di magistratura” del Consiglio Superiore della Magistratura. Non si tratta, però, solo dei pubblici ministeri ma di tutti i magistrati che lavorano nei tribunali italiani. In questo dato, quindi, ci sono anche i giudici. I magistrati donne sono il 53% di tutto l’organico, sono più degli uomini e la la loro età media è più bassa: 48 anni contro 52. Dove lavorano? Il 40% dei magistrati (uomini e donne) sono nelle regioni del Sud, il 33% al Nord e il 21% al Centro. Al Nord, però, i magistrati donne sono di più: il 62% a Milano, il 58% a Torino e il 57% a Brescia.

    I magistrati donne

    Potrebbero essere i nuovi ingressi nella magistratura ad aumentare gli organici delle procure italiane. Si diventa magistrato con un concorso pubblico che prevede tre prove scritte e una orale. L’ultimo è stato organizzato dal Ministero della giustizia negli ultimi mesi ed è ancora in corso. C’è, però, un problema: alle prove scritte hanno partecipato 3.091 persone, ma tra i 706 elaborati corretti, solo l’8,3%, cioè solo 59, sono risultati idonei.

    I dati si riferiscono al: 2017 e 2019 

    Fonti: European commission for the efficiency of justice e Csm 

    Leggi anche: Quanti sono i giudici in Italia che tutelano la concorrenza 

    La Corte di Cassazione è ancora un miraggio per le donne 





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