INCREDIBILE: MADRI TRATTATE DALLO STATO PSICOPATOLOGICO ITALIANO PEGGIO DEI BOSS MAFIOSI

 

Giada Giunti non vede il figlio da sette mesi: “Nemmeno ai boss si nega questo”

Il bimbo portato in casa famiglia. La criminologa: "Da diversi anni ormai si finisce in un'inquisizione dei comportamenti materni"
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ROMA – È  il 15 dicembre 2016 quando il figlio di Giada Giunti viene prelevato da scuola e portato in una casa famiglia. È un tema sul rispetto, scritto proprio dal piccolo G., “portato via come un criminale” dice sua madre, che allora aveva 10 anni, a ricordare quei momenti di paura: ‘La poliziotta mi ha cominciato a dire che mi dovevano portare via senza che mia madre lo sapesse, mi sono messo a piangere perché non volevo andare in casa famiglia’”. Giada è una donna esile. Arriva nella redazione dell’agenzia Dire con i faldoni di quello che definisce “un calvario giudiziario” ed è un’altra mamma che due CTU, una del 2013 e una seconda del 2016, hanno definito “simbiotica”, capace di tenere il proprio figlio “in un conflitto di lealtà” e in “una relazione fusionale”. Eppure il “procedimento al Tribunale dei minori- come ha ricordato intervistata per lo speciale ‘Mamme coraggio’– si è aperto – e sembra quasi una beffa per una mamma che ama troppo – per una denuncia di abbandono di minore” al circolo sportivo che il piccolo frequentava assiduamente.

I 450 soci del circolo hanno testimoniato dicendo che non avevo abbandonato mio figlio quel giorno– ha spiegato Giada- e che ero sempre con lui, ma a nulla è valso. Al penale è stato tutto archiviato, ma al Tribunale dei minori è stata emanata l’ordinanza che ci ha fatto precipitare nell’inferno. Non vedo mio figlio da quasi 7 mesi. Sono 4 anni che non lo vedo a Natale, a Capodanno, al compleanno. Non ho mai chiesto che fosse allontanato, non ho fatto nulla e non ero io a stabilire gli incontri protetti, era la CTU. Loro li hanno sospesi perché si trattava di ‘incontri inumani, violenti e deteriorati per tutti e prima di tutto per il bambino’, come ha scritto la seconda CTU e prima ancora gli stessi servizi sociali che dal 2014 chiedevano ‘di intervenire sulle figure adulte e sul conflitto delle figure genitoriali'”. Ma conflitto o violenza? Intanto il risultato è che oggi, come ha detto Giada: “Sento mio figlio ogni settimana per 20 minuti e non posso mandargli nemmeno un regalo“. Il piccolo G. vive presso il padre “con affido esclusivo. La mia responsabilità genitoriale è stata sospesa nel 2015” ha spiegato Giada, ricordando che “le denunce sporte per maltrattamenti e stalking sarebbero state considerate ‘troppe e di pregiudizio per il bambino'”.

Giada infatti ha ripercorso la vita con il padre di suo figlio, la fase di separazione e ha parlato di “violenze che sono avvenute- ha detto- sempre alla presenza di mio figlio”. Pochi giorni fa, venerdì 24 gennaio, si e’ chiusa con l’astensione della giudice Simona Calegari la quarta udienza del procedimento penale per calunnia in corso al Tribunale penale di Roma proprio a carico di Giada, la quale, dopo aver denunciato l’ex marito per aggressione, è stata a sua volta accusata dall’uomo di ‘simulazione del reato’, capo d’imputazione poi trasformato in ‘calunnia‘. “Il 27 luglio del 2017- ha detto Giada- la mia denuncia di violenza e’ stata archiviata”, mentre come ha spiegato il legale della donna, “è stato chiesto per Giada il rinvio a giudizio, per le accuse ricevute, nove mesi prima della fine delle indagini preliminari sull’episodio di aggressione”.

La storia di G. e’ quella di un bambino che non vuole vedere il padre, che chiama “quello”. “Quando l’ho lasciato- ha ricordato Giada- mi aveva minacciato che mi avrebbe tolto il bambino. Dal 2013 l’ha chiesto in atti. Mio figlio era spaventato dal papà e anche dalle minacce di non frequentare lo sport e la vita sociale. ‘O vedi tuo padre o ti allontaniamo da mamma’, ‘O vedi tuo padre o ti togliamo il circolo e lo sport’. Richieste fatte dal tutore e dalla CTU. Mio figlio non ha partecipato alla gita scolastica o alla recita di fine anno per vedere il padre. Gli è stato impedito di vivere la sua vita e in questo stato agli incontri andava malcontento. La stessa CTU ha relazionato ‘cedimenti importanti del padre del bambino durante l’esame testologico che ha evidenziato finanche un disturbo del pensiero'”.

Vale la pena a questo proposito ricordare la recente sentenza Massaro che su questa modalità di incontri e frequentazione dei genitori ha stabilito che “la bigenitorialità non si impone con la forza e il diritto di visita del padre deve adeguarsi agli impegni di sport e vita sociale del bambino”.

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“Faccio questo lavoro dal 2003- ha aggiunto Roberta Sacchi, criminologa e psicologa forense che sta affiancando Giada Giunti in questa battaglia che conta circa “4.500 pagine di atti. Da diversi anni ormai si finisce in un’inquisizione dei comportamenti materni. Ogni comportamento femminile viene posto sotto la lente d’ingrandimento e interpretato in modo sospettoso. L’osservo anche quando sono consulente dei padri. Ho cercato Giada per questo. E’ una tossicodipendente incoercibile? Ha messo in drammatico pericolo il figlio? Perché queste- ha detto- sono le uniche situazioni in cui si provvede ad un’operazione cosi innaturale” come quella che ha subito il piccolo G.. “E’ stata descritta come alienazione parentale o genitoriale, o sindrome di alienazione, simbiosi, conflitto di lealtà tutto quello che indurrebbe paura nei confronti del padre. Nel 99% dei casi si finisce invece per indagare sulla madre. E’ tipico che la CTU dica: ‘Io non mi occupo della questione penale’, come se la paura del bambino fosse aliena da comportamenti discussi in tribunale ad esempio. La Convenzione di Istanbul dice che le parti devono sottoporre al giudice civile e quindi al suo incaricato CTU eventuali condizioni di violenza e quindi pregiudizievoli per il benessere del bambino. Da 2-3 anni inizio a sentire dalle donne che non denuncerebbero mai più. Questa è la ragione per cui ho cercato Giada”.

“Mio figlio ha scritto a tutti, al giudice, anche a Papa Francesco- ha detto Giada- Era in casa famiglia e voleva tornare a casa dalla mamma, nel suo ambiente. Colpevolizzava ‘quello’, come ha sempre chiamato il padre. L’ultima sentenza è stata fatta sulla base delle relazioni dei servizi sociali. Mio figlio ha sempre chiesto di tornare a casa da me. E’ stato isolato da tutti, gli è stato sequestrato il cellulare- ha sottolineato Giada- e da quel momento in poi i servizi sociali hanno relazionato che voleva vivere con il mio ex marito. Hanno detto che ho con mio figlio un rapporto fusionale, parassitante e che devo rimanere a regime protetto di incontri 1 ora ogni 15 giorni alla presenza di un’educatrice. Ma questa cosa non è mai accaduta e non so perché, sono 7 mesi che non lo vedo e in questi ultimi 3 anni, quando era in Toscana presso mia madre, ho fatto 800 chilometri per vederlo un’ora ogni 15 giorni. Ma per mio figlio ne avrei fatti miliardi“.

Giada non si è arresa: “Abbiamo proposto appello e depositato provvedimenti d’urgenza e sono stati tutti rigettati, anche la richiesta di anticipo d’ udienza, è stato tutto rifiutato e ignorato. Anche il fatto che il padre di G. gli somministrasse cibo con glutine, pur essendo mio figlio celiaco“. Tutto ignorato, anche le “33 richieste di conciliazione proposte” da Giada che ha spiegato: “Nonostante avessi subito violenza ho scritto al padre di mio figlio, alla Corte d’Appello, e l’ho fatto perché sono 9 anni che questo bambino viene sottoposto al dolore più grande. Avevo chiesto che lui lo vedesse tutti i giorni. Ma mentre io lo chiedevo, dall’altra parte c’era silenzio o si depositavano atti contro di me”. La prossima udienza è a marzo. “Non ci sono psicopatologie e non c’è ne è stata mai alcuna che possa far considerare Giada inabile a fare il genitore. Nemmeno ai boss di mafia- ha concluso la criminologa- si nega l’incontro con i propri familiari“.

INCREDIBILE: LO STATO DEI DEFICENTI CHE PRETENDE DI SURROGARE UN GENITORE | La storia di papà Daniele: “Mio figlio in casa famiglia perché gli volevo troppo bene”

 

VIDEO | La storia di papà Daniele: “Mio figlio in casa famiglia perché gli volevo troppo bene”

Il dramma del figlio tolto alle cure paterne perché ritenute 'alienanti'
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ROMA – Daniele F. è un papà che entra nella rubrica del coraggio, quella che abbiamo dedicato ai figli tolti a genitori definiti ‘alienanti’, di solito mamme. Questa volta c’è un uomo, un padre che ha spiegato all’agenzia Dire che tipo di dolore sia quello che si prova quando ti portano via un figlio, quando te lo strappano dalle braccia con un prelevamento forzato e “tu sei lì, impotente, davanti al suo dolore”. Lo paragona a quello dei naufraghi, a vedere “un bambino, un figlio, una persona” che affoga nel mare. Questo padre “è oggetto di persecuzione- afferma alla Dire il suo legale, Edoardo Scordamaglia- anche in ambito penale ed è stato messo ai domiciliari per quasi un anno. Sono all’ordine del giorno querele e denunce strumentali, da parte della madre di suo figlio, che lo accusa di stalking a mezzo social network, soltanto perché Daniele pubblica ogni tanto, per sfogarsi, alcuni commenti sulla vicenda, senza mai rivolgersi direttamente alla sua ex o a persone specifiche”. Questo è solo l’ultimo atto in ordine cronologico della storia, iniziata con una CTU del 2017 che ha diagnosticato “l’alienazione del bambino”, “il vincolo simbiotico” da parte del padre, “il troppo amore” come dice Daniele nel corso dell’intervista; ‘mio figlio, un bambino di 3 anni, è finito in casa famiglia per 9 mesi’.

Oggi questo padre da quel dolore prova a risorgere dicendo a se stesso quello che proverà a reinsegnare a suo figlio: “Che non c’è nulla di male nel volere troppo bene. Il bene non può essere troppo. Ma non potrò prenderlo subito per mano, dovrò riavvicinarmi piano” perché il bambino di una volta non c’è più, quel dolore “rompe ogni cosa- dice Daniele- rompe tutte le cose belle”.

La storia giudiziaria che porterà il piccolo Luca (nome di fantasia, ndr) a finire in casa famiglia è una storia di alti e bassi, di tentativi di superamento della conflittualità, di prove di ‘affidamento condiviso’, di ricorsi e di ben “4 richieste di decadenza in 4 anni dell’autorità genitoriale paterna”, da parte della madre del bambino, “tutte rigettate”.

“Il calvario giudiziario inizia nel gennaio 2013- racconta Daniele alla Dire- quando mio figlio aveva 2 anni e c’era un tira e molla con la mamma. Viene depositata una richiesta di decadenza della patria potestà nei miei confronti dal Tribunale per i minorenni di Sassari. La motivazione era pazzesca: ‘pretendevo di allattare mio figlio dal mio seno’ e ‘gli insegnavo e parlavo in inglese e per questo venivo accusato di isolarlo socialmente’. Anche con il giapponese i servizi sociali mi hanno accusato di ‘adultizzare il bambino’. Quella richiesta non portò a nulla e il giudice ci invitò a seguire un percorso genitoriale al quale abbiamo adempiuto”.

Ma “durante l’estate il bambino era sempre con me, mi veniva lasciato. Sono un libero professionista, sono onorato di essere il padre di mio figlio e ho deciso di dedicarmi a lui magari con qualche soldo in meno”. Daniele in tutto il corso dell’intervista, non esprime giudizi sulla mamma di suo figlio, parla di “differenza di età” e “scelte di vita” della mamma del piccolo che la portano spesso ad allontanarsi, a lasciare il bambino, “non giudico” ripete di continuo.

“Il 22 ottobre 2014” arriva il primo prelevamento di Luca. “Vivevamo in due case e il bimbo era sempre con me. Per la seconda volta il Tribunale dei minori su istanza della madre emette una sospensione temporanea della patria potestà ‘inaudita altera parte’ e mi portano via il bambino. Mi chiedono di farmi trovare nella piazza presso lo studio del mio legale. Quattro ore di paura, singhiozzi, le urla di mio figlio e delle persone dai balconi che assistevano alla scena. Presenti la madre, il legale, la madre di lei e un paio di amiche”. Il video che Daniele porta alla nostra redazione documenta questi momenti di grande paura che vive il bambino, mentre cerca di attaccarsi al padre con tutte le sue forze. “Ma il bambino non era stato rapito” dice Daniele, “era spesso lasciato alle mie cure”, “la mamma andava e veniva”.

“La mattina a Sassari m’incateno al Tribunale e chiedo di avere udienza con il giudice che ha deciso questo, decide di uscire fuori e mi dice: ‘Non ho ordinato nulla del genere’. Entro e faccio la mia deposizione. E il Tribunale stabilisce- precisa Daniele- che lo posso vedere tre pomeriggi alla settimana, ma non succede. Lo vedo solo un paio di mesi dopo e il bimbo scappa via, io ovviamente non l’ho forzato”.

“A gennaio 2015, poi- continua il racconto- il Tribunale dei minori mi restituisce la patria potestà e stabilisce che sia il Tribunale ordinario a stabilire orari di visita”.
Le cose cambiano ancora. “La mamma si riavvicina” spiega Daniele, che accetta per il bene del bambino “un percorso di affido più che condiviso: viviamo a 3 km uno dall’altra e con questa modalità Luca avrebbe potuto godere di entrambi i genitori. Era una proposta di affido più che congiunto che ebbe i complimenti del Tribunale quando l’abbiamo presentata, solo incentrato sull’equilibrio del bambino, di noi non c’era niente e firmiamo così questo decreto che responsabilizzava ognuno di noi”. Ma il tutto dura poco, pochissimo. “Il bambino- racconta Daniele- è sempre con me. Io sono contento, ma chiedeva della mamma e la mancanza di un genitore si sente nella crescita e bisognerebbe cercare di minimizzarlo. Glielo dicevo. Le spiegavo. Ad aprile lei va in Svizzera. Ogni tanto chiamava il bimbo che iniziava a non volerle rispondere al telefono”. Daniele dice di provare a mediare, a tenere la rotta di quel modello di affido condiviso, ‘fino alla proposta della mamma di andare a vivere in Svizzera con il piccolo”, che invece Daniele rifiuta. “Per mesi di lei non si sa niente, Luca inizia l’asilo e lo trasferisco nel plesso del mio paese ma dopo una settimana mi dicono che non possono tenerlo perché la madre si è opposta a questo trasferimento”.

E’ allora che Daniele si dice costretto a un “ricorso al tribunale ordinario per l’affido esclusivo. A luglio 2016 c’è la prima udienza- spiega- viene negato l’esclusivo e istituiscono una psicologa come figura super partes. Accetto questa figura e le peritali verranno nominate 6 mesi dopo. Quella figura risulta iscritta come CTU nel Tribunale ed è lei che si spaventa della reazioni del bambino di fronte alla madre e dice di portarlo a casa. Subito dopo viene nominata Ctp di controparte e mi dice che devo pagare 160 euro a seduta. Mi rifiuto di pagare. Affrontiamo il percorso di CTU dove l’esito è che viene diagnosticata ‘l’alienazione del bambino o simbiosi’, ‘troppo amore’, fino a ‘comportamenti al limite di pericolosità per il bambino e l’ex compagna’’. La CTU dichiara esplicitamente: ‘Emerge simbiosi e assertività al pensiero paterno, con elementi tipici della alienazione genitoriale di Gardner (PAS, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome, 1984)’.

“M’incateno per la seconda volta al Tribunale di Tempio Pausania- continua Daniele nel suo racconto- L’udienza è il 14 febbraio 2017 e dieci giorni dopo mi portano via il bambino i servizi sociali, una psicologa, una pedagogista, alla presenza di 15 agenti delle forze dell’ordine, solo 2 in uniforme e nessuna ambulanza. E’ stato un processo lungo e doloroso ed è terrificante- dice con un filo di voce Daniele- assistere a tuo figlio che ti chiede aiuto e tu sei costretto a girarti dall’altra parte”.

Il piccolo “finisce in casa famiglia. I primi incontri protetti con la madre li ha dopo sei mesi. Rimane in casa famiglia nove mesi e io- racconta Daniele- lo vedo 45 giorni dopo, mentre prima lo sentivo solo al telefono: le prime due settimane solo cinque minuti al telefono, piangevamo e basta, tutti e due. Questo era il percorso prescritto dalla CTU: ero da annullare- ribadisce Daniele- e il bimbo da resettare. La stessa comunità diceva che il bambino stava male e che il papà era l’unica figura di riferimento. Non ho mai parlato male della madre, non ho mai osteggiato quel rapporto” ripete Daniele che dice di avere tutto documentato, tabulati telefonici, irreperibilità della madre nei suoi trasferimenti, quei video in cui il bambino non vuole staccarsi da lui: “In nome della PAS” secondo una CTU.
“Dopo la casa famiglia- continua- viene dato in affido esclusivo alla madre che si è risposata nel frattempo, vive a 4 km e io posso avere solo incontri protetti 1 ora alla settimana. Il bambino è sempre più distaccato”.

Il penultimo atto di questa storia arriva ad “aprile 2018- prosegue Daniele- quando ristabiliscono un affido congiunto confuso, con telefonate libere ed incontri protetti per reintegrarmi nel rapporto con mio figlio. Chiediamo due pomeriggi e due weekend, ma scopro che la controparte aveva presentato una terza richiesta di decadenza di patria potestà, sempre cassata. In Corte d’appello ristabiliscono l’esclusivo, ma da un anno e mezzo non vedo mio figlio perché considero gli incontri protetti non più produttivi”.

Parallelamente a questo procedimento giudiziario, in sede civile “Daniele è finito ai domiciliari per alcuni commenti su facebook assolutamente inoffensivi- sostiene il suo legale- e rientranti nei canoni del sacrosanto diritto di pensiero. Secondo la Procura sono commenti indiretti, ma allusivi alla persona offesa, che leggendoli potrebbe subirne un danno. Come se per scrivere un commento su facebook servisse uscire da casa e per questa ragione comunque la libertà di Daniele è stata limitata. Grazie al supporto dell’avvocato Vincenzo Morelli la misura è stata revocata dal Tribunale del Riesame di Sassari, perché totalmente illogica. Esistono misure meno afflittive, come ad esempio il divieto di comunicare anche con mezzi telematici che avrebbero assolto al compito di evitare che Daniele traumatizzasse la sua ex a distanza con dei commenti su una pagina facebook, che indirettamente potrebbero aver danneggiato la psiche della sua ex compagna. Invero, ahimè, questi sono tentativi di far desistere Daniele dal continuare a sperare e combattere per recuperare il rapporto con suo figlio. Daniele non si arrende”.

L’ultimo atto della storia è ancora da scrivere. “Giunge fino a Roma- ricorda il legale Scordamaglia- e affida all’esperienza dell’avvocato Andrea Severini l’istanza di revisione dell’affidamento di Luca al Tribunale di Tempio Pausania per poter tornare a vedere il proprio bambino in maniera civile ed umana. Subito dopo, a distanza di meno di un mese, i Carabinieri sono di nuovo alla sua porta. Questa volta non sono lì per notificargli gli arresti domiciliari, ma per effettuare una perquisizione che fa parte delle indagini su quel reato di stalking, i commenti su facebook di un anno prima insomma. Siamo all’assurdo. Il computer ed il telefono di Daniele sono sequestrati e saranno effettuati dei controlli da un perito che dovrà appurare se contengono tracce di altri commenti o pubblicazioni sui social network da parte di Daniele. Se tutto va bene rivedrà il telefono ed il computer tra cinque/sei mesi. Sembra che questo padre sia un terrorista. Daniele ha perso un lavoro che stava facendo per un cliente, uno dei pochi rimasti dopo tutta questa vicenda. L’udienza per chiedere di modificare le modalità di affidamento del piccolo Luca è fissata a gennaio 2021. Daniele è esausto, già si è incatenato fuori dal Tribunale in passato, ma a poco è servito. E’ un papà a cui è stato tolto tutto, che ad ogni tentativo di riavvicinarsi a suo figlio, subisce denunce, indagini, perquisizioni, sequestri. Ha perduto la libertà, il lavoro, la dignità e, soprattutto, suo figlio. Merita un grande rispetto, perché ha scelto di rialzarsi ogni volta”.

Daniele si domanda se la fotografia attuale della sua situazione, lo strazio vissuto da suo figlio sia la famosa bigenitorialità rivendicata da tanti. Come si fa, si domanda, a ricostruire un rapporto che c’era e che è stato annientato attraverso degli incontri protetti? “Ho chiesto una revisione e voglio essere positivo. Io non ho fatto nulla. Mi lascia perplesso che nessuno pensi a cosa tutto questo abbia generato nel bambino. Quando è uscito dalla comunità il bimbo aveva 6 anni e mezzo e disse ‘io vivo un po’ da mio padre e da mia madre oppure resto qui’. Questa era la sua determinazione. Tutti avrebbero dovuto allinearsi a questa volontà”.

Daniele non può mettersi alle spalle il suo difficile percorso e assicura: “Metterò a servizio di altri genitori come me l’esperienza che ho maturato. A mio figlio dirò tutto verbalmente, quando potrò riavvicinarmi a quel bambino che allora non voleva staccarsi dalle mie braccia”. La speranza è gennaio 2021, e intanto nell’attesa di questa prossima udienza Daniele “non si arrende e non si arrenderà” come dice il suo avvocato, in nome di quegli anni ‘purtroppo rotti per sempre” come ha detto, “quando Luca imparava ad andare in bicicletta, quando si facevano i viaggi insieme…”.

NON POSSO CREDERE AI MIEI OCCHI

 

Caso Barakat, la mamma contro lo Stato italiano: “Scandalosa l’assoluzione Cedu”

federico barakat
Il piccolo Federico venne ucciso dal padre durante un incontro protetto. Appello al presidente della Repubblica Mattarella e alla ministra Cartabia: "In Italia 70mila bambini senza protezione"
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ROMA – La sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell’Uomo) dell’11 maggio 2021 che assolve lo Stato italiano per la morte di Federico Barakat, unico caso di bambino ucciso in modo efferato in ambito protetto mentre era affidato allo Stato, “cade in Italia in un silenzio assordante” come ha detto sua mamma, Antonella Penati, intervistata in esclusiva dalla Dire: “Come se questo problema non riguardasse tutti e non impattasse sui diritti di migliaia di bambini italiani ed europei”.

“Mio figlio e la sua morte- ha affermato la mamma di Federico- rappresentano tutto quello che in Italia non funziona. I bambini sono soggetti giuridici e come tali depositari di diritti indisponibili e inalienabili. Ad oggi ci sono oltre 70mila bambini affidati ai servizi sociali e territoriali (dato sottostimato) che non hanno protezione”. Antonella Penati alla Dire ha ribadito che continuerà “ad andare avanti per il bene di altri bambini” con l’associazione Federico nel cuore onlus e che non si fermerà dopo quest’ultima sentenza. Va ricordato che la mamma del piccolo Federico aveva chiesto aiuto quando il padre di suo figlio aveva iniziato a mostrare atteggiamenti violenti e persecutori. Invece di allontanare il padre violento le era stato tolto l’affido esclusivo del bambino in considerazione del fatto che era stata considerata una mamma ostativa ed era stato stabilito che il bambino dovesse incontrare per forza suo padre anche se ne aveva paura. Tutti gli operatori sono stati assolti: “perché nel decreto non era scritto che dovessero tutelarlo, dunque chi protegge questi bambini?”, ha chiesto Penati. Lei non ha dubbi: “Il caso Barakat va a inserirsi in un sistema di connivenze, e ad oggi non c’è una norma che prevede doveri durante una visita protetta. Ammettere la mancanza di protezione di un bambino affidato all’Ente avrebbe messo in discussione tutto il sistema”.

“Una memoria difensiva scandalosa- ha aggiunto la mamma di Federico Barakat- ha portato a questa sentenza della Corte europea. A scriverla per lo Stato italiano c’era la giudice Maria Grazia Civinini, che era a quei tempi la nostra rappresentante Cedu, la cosa ancora più stridente che l’11 maggio 2021 scorso, giorno in cui usciva la sentenza della Corte dei diritti Umani, il nostro Governo era tutto schierato per festeggiare la Convenzione di Istanbul e nel medesimo giorno- ha continuato Penati- la giudice Civinini, ora attuale presidente del Tribunale di Pisa, emetteva un ordine di prelievo dalla casa della madre con le forze dell’ordine. C’è qualcosa di davvero devastante che soggiace a tali decisioni che colpiscono cosi’ pesantemente l’infanzia e negano il diritto del minore di dire ‘no’. La sentenza Cedu contro Penati non è stata all’unanimità, ma la posizione espressa dal giudice italiano Raffaele Sabato, posizione avvallata anche dal giudice della Turchia, è incredibile- ha ammesso mamma Barakat- e io non riesco a dimenticare che la Turchia è uscita dal Trattato di Istanbul con la condanna dell’Italia”.

Ha commentato Penati: “Molti magistrati attendevano con ansia la sentenza e nel Quaderno giuridico del 21 maggio si riporta un articolo a firma di Alessio Scarcella, consigliere della Suprema Corte, che riporta come conclusione: ‘Si plaude la sentenza Cedu che assolve l’Italia’. Da un consigliere della terza sezione che deve decidere su casi di violenza non mi sarei aspettata una posizione del genere. A questa presa di posizione e pochi articoli informati corrisponde un gran silenzio di parti di società civile, di centri antiviolenza che hanno fatto finta di nulla su questa orribile sentenza che assolve lo Stato italiano, come se non fosse un problema, che riguarda tutti e i diritti di migliaia di bambini italiani ed europei”.

“Perché questo silenzio da parte della società civile, delle istituzioni, delle organizzazioni che dicono di battersi a favore dell’infanzia e delle vittime di violenza?- ha chiesto Antonella Penati- È terribile dover sottolineare una verità che è sotto gli occhi di tutti, il sistema non si tocca e soprattutto dire la verità sul caso Federico Barakat, lo metterebbe in discussione, a partire dai legami con le cooperative, magistrati, i servizi territoriali. Il caso di Federico sin dall’inizio è stato viziato da aspetti sconcertanti: dall’ avvocata che difende gli assistenti sociali coinvolti nell’omicidio di mio figlio che fa riferimento a un Cav , alla sparizione di interi fascicoli processuali tra il primo e secondo grado di Corte d’appello, alle dichiarazioni pre-sentenza del sostituto procuratore Pietro Forno- ha denunciato Penati- che in aula di tribunale affermava che l’unica responsabile era la madre perché non è fuggita all’estero, sino all’atroce sentenza Cedu dove nessuno, nemmeno lo Stato, aveva a quanto pare il dovere di proteggere mio figlio…”.

Dietro il caso di Federico non c’è solo l’orrore di una “esecuzione annunciata ”ma c’è anche “la normalità- ha denunciato sua madre- di una grande violenza istituzionale basata sulla valutazione di una mamma considerata alienante che ostacolava il rapporto paterno con decine di denunce perché finalizzate – questa l’accusa sottesa – a screditare il padre, nonostante fosse scampata ad un tentato omicidio con lesioni permanenti, avesse subito 7 anni di stalking , una vita distrutta anche da continue diffamazioni a mezzo stampa agita da gruppi organizzati pro Pas”.

Una domanda mi perseguita da giorni– ha raccontato Antonella Penati-: cosa sarebbe stata la sentenza se fosse arrivata nel dicembre 2018 come comunicato dalla stessa Cedu? La composizione dei giudici sarebbe stata uguale a quella attuale? E la relativa sentenza avrebbe potuto essere differente?”.

“In data 25 novembre 2017 durante il mio intervento alla Camera dei Deputati- ha ricordato la mamma di Federico– chiesi allo Stato che nella formulazione delle sue risposte alla Cedu, facesse opera di dovuta chiarezza e giustizia. Non ero così ingenua d’aspettarmi un mea culpa a 360 gradi ma mai mi sarei aspettata di leggere una memoria difensiva del Governo scritta dall’avvocatura dello Stato Italiano che farebbe impallidire altri casi terribili come, ad esempio il caso Cucchi. Federico è stato ucciso dal padre in modo orribile all’interno di un Ente dello Stato mentre era a loro affidato con il solo obbligo di farlo vedere al padre già definito, con tante denunce e fatti acclarati, pericoloso. La Corte Cedu però non solo non riconosce il diritto alla vita di un bambino mentre era nella sua potestà, ma con questa sentenza mette a tacere la madre simbolo della lotta contro la Pas che da anni pone in discussione le falle di un intervento su minori e famiglia e ne denuncia gli interessi di un sistema che si nutre della vita e dell’infanzia dei bambini e dove ruotano le solite figure, i soliti nomi e i soliti legami. Nel caso di Federico i nomi sono ricorrenti. Per questo sottolineo che invece di ricevere solidarietà, ho avvertito solo gli echi, assai offensivi e deprimenti della stridulazione di coloro che si sono affrettati a tacere con la scusa assurda di non aver letto le carte come se per le altre aberranti sentenze che hanno sollevato l’Italia, vedi Talpis, abbiano avuto bisogno prima di esprimersi di leggere le carte e rifare un processo alla vittima… Nel ricorso proposto dai miei avvocati che sono grandi professionisti (Bruno Nascimbene e Federico Sinicato e dall’avvocata Fabrizia Castagna dell’Udi) al Cedu fu chiesto in modo preciso in capo a chi vi fosse l’obbligo di tutelare la vita di mio figlio affidato ad un ente dello Stato. Mi sono rivolta alla Cedu- ha spiegato ancora- proprio perché è un organo giurisdizionale internazionale, istituito nel 1959 dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nato e fondato per assicurarne l’applicazione e il rispetto. A loro ho fatto ricorso, perché Federico è stato leso nel suo sacrosanto diritto di vivere e di avere un futuro. La Cedu aveva il dovere di esigere dallo Stato Italiano il rispetto del articolo 2 in quanto la morte stessa di Federico ne dimostra la sua violazione. Confidavo nel fatto che la Cedu fosse maggiormente autonoma e svincolata dagli interessi dei singoli Stati. Credo proprio di essermi sbagliata, mentre confidavo che fosse un organismo a tutela degli interessi delle vittime’.

Antonella Penati che alla memoria di suo figlio ha dedicato un’associazione, Federico nel cuore onlus, che combatte per altri bambini come lui ha detto: “Sono triste e affranta quando penso a mio figlio e ai tanti bambini come la piccola Gloria, dove nessuno pagherà per la sua morte, tutti impuniti. I servizi sociali andarono a prendere al piccola in una casa rifugio dove stava con la sua mamma e la portarono dal padre violento obbligando una bimba di solo 3 anni ad incontrarlo. Il padre la uccise con numerose coltellate. Gli effetti della sentenza Cedu sul nostro ordinamento non si faranno attendere. Penso che sia moralmente inaccettabile non solo da parte di una madre, ma da tutte le persone dotate di senso civico e di un minino di rispetto verso la vita dei bambini accettare una sentenza del genere. Tutti all’improvviso si dimenticano cosa sono i diritti indisponibili e la loro inviolabilità garantiti dalla Costituzione? È triste osservare che non è cambiato nulla, oggi, come allora, a parte l’Udi chi si è battuta al mio fianco, con l’associazione Federico nel cuore onlus. Oggi come allora, 25 febbraio 2009, assistiamo al teatrino delle responsabilità scaricabili ad altri; per il Tribunale di Milano era colpa della madre perché non è fuggita all’estero, per la cassazione perché il Tm non ha indicato nel decreto di affido all’Ente che gli operatori avessero l’obbligo in ambito protetto di difendere Federico, per la Cedu nessuno è responsabile perché la madre non ha denunciato i Giudici, il tribunale, i Carabinieri. Alla fine hanno aspettato 6 anni, e una composizione favorevole che assolvesse l’Italia con buona pace di tutti bambini italiani ed europei. In realtà di problemi il caso Barakat ne poneva molti e oggi ancora di più dopo la sentenza Cedu sono irrisolti. Non solo in quanto avversa al simbolo della lotta contro la teoria della cosiddetta Pas, ma perché sono stati negati diritti di rango costituzionale mentre rischia di mettere definitivamente a tacere questo terrificante ‘figlicidio in ambito protetto’ di piccolo innocente ucciso perché non creduto nè lui nè la sua mamma”.

Antonella Penati è diventata un bersaglio per molti padri pro Pas, ma anche un punto di riferimento per molte donne e per molti bambini. In questi lunghi anni l’associazione Federico nel cuore onlus ha sollevato in seno alle Istituzioni e in ogni ambito accademico la necessità di mettere fuori legge la Pas comunque definita, rivedere la legge 54 sulla bigenitorialità, promuovere l’introduzione di una legge nazionale che regoli gli spazi neutri per le visite protette e sulle modalità di ascolto dei bambini. “La sentenza Cedu Federico Barakat è una mannaia sull’infanzia italiana ed europea- ha detto questa mamma coraggio- altro che faro per la magistratura direi meglio uno tsunami sui diritti umani, per tale ragione non mi fermo e vado avanti e saranno bene accette tutte le istanze di sostegno al mio ricorso alla Grande Camera. Chiedo infine che si pronuncino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la ministra Marta Cartabia”.


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INCREDIBILE: "Un bambino portato via a forza dalla polizia"

 

Cronaca giovedì 17 giugno 2021 ore 14:00

"Un bambino portato via a forza dalla polizia"

Intervento della polizia (foto di repertorio)

Il bimbo, di 8 anni, tolto alla madre su disposizione del Tribunale. Per la Casa della Donna è "assurdo e inaccettabile". Il caso anche in Parlamento



PISA — "Accade a Pisa - raccontano dall'associazione Casa della Donna -. Martedì scorso ben 11 poliziotti hanno prelevato con la forza un bambino di 8 anni dalla casa dove vive con la mamma. Il provvedimento è scattato su ordine del Tribunale di Pisa che ha decretato l’allontanamento del bambino dalla madre con “ricollocamento” presso il padre attraverso uno spostamento forzato dalla Toscana alla Sicilia, dove il bimbo non ha mai vissuto".

“Siamo esterrefatte dalla violenza esercitata contro il bambino e sua madre, quello che è accaduto è assurdo e inaccettabile. Chiediamo alle e ai parlamentari della Toscana di intervenire. È ora di dire basta alla violenza istituzionale contro i bambini e le loro madri”, ha commentato Carla Pochini, presidente della Casa della donna il cui centro antiviolenza si è interessato al caso offrendo supporto alla mamma. 

“Un bimbo ha paura del padre - ha aggiunto Pochini -, si rifiuta di incontrarlo dopo 32 incontri protetti, e il tribunale di Pisa che fa? Impone il suo prelievo forzato, senza nessun approfondimento nel merito, senza ascoltare il bimbo, senza capire i motivi della sua paura, senza rispettare il suo desiderio. Come è possibile? Perché trattare il bimbo come un criminale, allontanarlo forzatamente della madre e imporre il ‘collocamento’ forzato dal padre quale ultimo tentativo di ricostruzione della bigenitorialità? Una decisione insensata che certo non tutela il benessere del bimbo, benessere che invece dovrebbe essere il primo scopo del tribunale”.

Come raccontato la madre, il bimbo sarebbe stato prelevato dalle forze dell’ordine dopo essersi chiuso in bagno terrorizzato e rifiutandosi di uscire. A quel punto, impedendole di avvicinarsi e parlare con il figlio, la porta del bagno sarebbe stata buttata giù e il bambino preso con la forza senza nessun personale medico-sanitario presente. "Non solo - sottolineano dalla Casa della Donna -. Le telecamere interne all’abitazione sono state divelte e alla mamma intimato di non effettuare nessuna ripresa video. Tutto ciò è accaduto, nonostante sia già stata fissata per domani, 18 Giugno, un’udienza sul caso davanti alla corte d’appello di Firenze".

“Non possiamo accettare che tutto ciò avvenga nella nostra città - ha concluso Pochini -. Un bimbo non può subire una simile violenza, tanto più se esercitata da quelle istituzioni che dovrebbero tutelarlo, perché non vuole vedere il padre e perché il tribunale, invece di approfondire, decide che è ‘colpa della madre’ se il bimbo rifiuta di stare con il padre. L’accusa è sempre la stessa, a Pisa come altrove: la madre è ‘alienante e malevola’. Ancora una volta la cosiddetta sindrome di ‘alienazione parentale’ viene usata in tribunale per colpire le madre e i minori, in nome della bigenitorialità, per ‘rieducare’ i figli alla relazione con il padre rifiutato. Eppure anche recentemente la Cassazione ha ribadito l’inesistenza scientifica di simili teorie e smontato le sentenze di allontanamento dei figli dalla madre in base solo alla presunzione che i suoi comportamenti siano la causa della paura per il padre, anziché basarsi sull’accertamento dei fatti di violenza che hanno vissuto o a cui hanno assistito. Nonostante ciò in tutta Italia è un continuo susseguirsi di casi come quello di Pisa. Siamo di fronte ad un gravissimo cortocircuito istituzionale che si sta consumando sulla pelle dei bambini. Serve subito un intervento del governo e del parlamento per porre fine a queste pratiche vergognose e barbare che negano i diritti delle madri e dei minori”.

Sul caso, la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, ha fatto sapere di aver presentato un'interrogazione alla ministra della Giustizia.

"Chiediamo alla ministra competente - ha detto Valente - di fare luce su questo drammatico episodio che vede per l'ennesima volta i diritti umani fondamentali di una madre e di suo figlio gravemente compromessi nell'ambito di un procedimento di affido. Non è infatti la prima volta che accadono fatti di questo genere e dobbiamo invece scongiurare che si ripetano. Il 15 giugno il bambino, di madre peruviana e padre italiano, doveva incontrare il padre nel centro affidi di Pisa, ma si è rifiutato di uscire di casa. La madre ha chiamato il servizio sociale per richiedere un supporto, ma si è vista arrivare in casa il padre del minore, scortato da una decina di operatori di servizi sociali e Polizia, nonché dalla curatrice speciale del minore. Il bambino, che si era chiuso in bagno, è stato prelevato sfondando la porta, con la forza e mentre si dimenava piangendo. Dopo alcune ore, la mamma che chiedeva almeno di rassicurarlo ha ottenuto di accompagnarlo in auto nel centro affidi, scortata dal padre e dalle forze di Polizia". 

"Ora la signora ha presentato una denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pisa - ha aggiunto Valente -, denunciando tutte le persone intervenute e il trattamento inumano e degradante al quale sono stati sottoposti suo figlio e lei stessa, in violazione degli articoli 13 e 32 della Costituzione sulla libertà personale e sulla salute".

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In queste ore sta circolando sui social il video di un bambino strappato alla madre accusata di alienazione parentale. I fatti sono accaduti a Taranto nel giugno del 2019. Non si sa chi abbia ripreso quello strazio, ma il pianto angosciante del bambino che non capisce il motivo di quello strappo si sostiene a fatica. Alla fine, viene portato via come un sacco da uno spiegamento di forza, da parte della polizia, degna di un pericoloso latitante.

Sono scene che non vogliamo più vedere. Nelle ore in cui circolava il video di Taranto, un bambino di 8 anni a Pisa si chiudeva a chiave nel bagno mentre 11 poliziotti sfondavano la porta e lo prelevavano. Non era Totò Riina ma uno scolaro di terza elementare.

Il 14 giugno, il quotidiano Umbria 24 pubblica un articolo di Maurizio Troccoli che racconta passo passo la cronaca di un allontanamento coatto di un bambino da una madre ritenuta “alienante”: “Mi chiedo – scrive il cronista – se mai avrei trovato la forza di guidare, al posto di quella mamma. Penso al fatto che, probabilmente, non mi avrebbero dato nemmeno il tempo di raccontare quali libro preferisce leggere, o quali cartoni ama guardare, che ama mordere una fetta di pane prima del pranzo o che odia le pappe mollicce”.

Non si fermano i prelievi forzati di bambini da madri giudicate “alienanti” sulla base della Pas – la sindrome di alienazione parentale e costrutti affini, teorie spazzatura mai certificate. Madri accudenti che non hanno mai commesso abusi o maltrattamenti sui figli sono sottoposte ad anni di estenuanti Ctu, controllate da tutori e curatori con un esborso di denaro ingente che le costringe spesso a vendere case o a indebitarsi per decenni per pagare i consulenti del tribunale e gli avvocati. “La Pas – ha scritto lo psichiatra Andrea Mazzeo, grande critico della psicologia forense – è solo una grande quantità di denaro che cambia proprietario”.

Nonostante le sentenze della Cassazione abbiano messo in guardia da questo costrutto, nonostante le raccomandazioni del Grevio, il gruppo che monitora sulla corretta applicazione della Convenzione di Istanbul, nonostante le osservazioni della Special Rapporteur che sorveglia sul rispetto della Cedaw, le donne che denunciano violenze nelle aule dei tribunali penali sono messe sotto accusa nelle aule dei tribunali civili e dei minori. Travolte da una schizofrenia del sistema giustizia che rimuove la violenza. I centri antiviolenza denunciano da anni la vittimizzazione delle donne nei tribunali perché, come ho spiegato numerose volte, l’alienazione parentale attribuisce sempre alla manipolazione materna il rifiuto del padre da parte del bambino.

Le incongruenze delle consulenze tecniche d’ufficio che non considerano le violenze “perché ci deve essere una sentenza passata in giudicato e la violenza va provata” (ma non deve essere provata la Pas) sono alla base di un’inversione di responsabilità che sovverte la corretta interpretazione dei fatti. E’ del tutto ovvio che se non si prende in considerazione la violenza si lascia campo alla spiegazione del rifiuto con la manipolazione materna. Non sempre i bambini sono allontanati con la forza. A volte per le donne con la separazione comincia un iter processuale lungo anni: sono costrette a sedersi accanto ai violenti per sottoporsi a mediazione, vietata dalla Convenzione di Istanbul; oppure sotto lo spauracchio dell’allontanamento si costringono bambini o ragazzi ad ingoiare la paura e ad andare alle visite vigilate con padri violenti, cocainomani, alcolisti o vendicativi e inadeguati. Se un numero crescente di donne dichiara “se avessi saputo non avrei mai denunciato”, vuol dire che siamo davanti ad un grande fallimento dello Stato italiano e della Giustizia. Su questo la magistratura dovrebbe riflettere.

Un malefico incantamento ha obnubilato le coscienze, lo denunciano da anni non solo i Centri antiviolenza ma avvocate, magistrate, giornaliste, psicologhe e neuropsichiatre. Il pifferaio magico, Richard Gardner, medico statunitense, apologeta della pedofilia e morto suicida nel 2003, sosteneva che le donne che denunciavano violenze fossero isteriche che mentivano. Non solo: Gardner era convinto che la nostra civilizzazione, esprimendo disgusto e scandalo per le violenze sessuali inflitte ai bambini, era la vera causa della vergogna e del trauma nelle giovani vittime abusate. L’abuso sessuale, secondo questo “vero mostro americano”, favoriva la riproduzione della specie umana. Eppure l’Ordine degli psicologi della Lombardia qualche giorno fa è sceso in campo parlando del costrutto della Pas e citando come fonte autorevole Richard Gardner.

Contro la posizione dell’ordine degli psicologi della Lombardia e le dichiarazioni di Laura Parolin, presidente, si è espresso il gruppo di psicologhe e psicoterapeute “Discriminazione e violenza sulle donne”, che a breve si costituirà in associazione e che ha intenzione di procedere con una raccolta firme contro la Pas. “I video che testimoniano questi brutali e violenti atti di separazione rappresentano, a nostro parere, ciò che di più lontano possiamo immaginare dal rispetto della psiche del bambino, che subisce un trauma grave e doloroso. Traumi che la nostra categoria professionale ha invece il preciso compito di curare. Troviamo sconcertante – continua il documento – che una rappresentante di un albo professionale si esprima in termini evasivi e non chiari, esattamente come è grave che si propongano webinar, corsi, master e seminari in cui si parli di alienazione parentale come teoria spendibile e accreditata e si definisca una madre malevola o affetta da una fantomatica sindrome quando sta chiedendo aiuto allo Stato e ai professionisti un intervento di tutela”.

Sui prelievi forzati è intervenuta anche Antonella Veltri, presidente Dire donne in rete: “Difficile trattenere l’indignazione di fronte al racconto dell’ennesimo prelievo forzato di un bambino, sottratto come se fosse un criminale alla mamma perché giudicata ostativa. Un trauma brutale inflitto dalla giustizia che avrebbe il compito di fare sempre l’interesse del minore”.

Dopo anni di denunce pubbliche di queste storture forse i tempi sono maturi per buttar fuori dai tribunali l’alienazione parentale. La riprovazione per queste violazioni dei diritti dei bambini attraversa in questo ore le pagine dei quotidiani, le aule parlamentari, i luoghi delle donne.

Oggi alle 15,30 a Piazza di Monte Citorio ci sarà una manifestazione promossa da Cgil Ufficio Politiche di Genere e Uil Centro ascolto Mobbing e Stalking contro tutte le violenze e coordinamento politiche di genere. Alla manifestazione hanno aderito Dire donne in Rete, Differenza Donna, Udi Napoli, Associazione Salute donna, Donne insieme, Protocollo di Napoli, Articolo Uno, Padri in Movimento, Mander, DonneXdiritti Networ5k, Maison Antigone, Mujeres nel teatro, Rete del Telefono Rosa. Altre adesioni si stanno aggiungendo nelle ultime ore. Sarà presentato un manifesto per mettere al centro l’ascolto dei bambini, delle bambine e adolescenti e non l’autorità paterna imposta con una bigenitorialità che non può essere un dogma a cui aderire a qualunque costo. Un costo pagato interamente dai bambini.

L’indignazione non è mai stata così forte.

MA CHI C***O SONO I GIUDICI CHE ORDINANO DELLE COSE DEL GENERE???

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La Casa della donna di Pisa denuncia il fatto avvenuto martedì 15 giugno: 11 agenti hanno prelevato il bambino per condurlo in Sicilia dal padre

Accade a Pisa. Martedì scorso, 15 giugno, ben 11 poliziotti hanno prelevato con la forza un bambino di 8 anni dalla casa dove vive con la mamma. Il provvedimento è scattato su ordine del Tribunale di Pisa che ha decretato l’allontanamento del bambino dalla madre con ‘ricollocamento’ presso il padre attraverso uno spostamento forzato dalla Toscana alla Sicilia, dove il bimbo non ha mai vissuto. 

“Siamo esterrefatte dalla violenza esercitata contro il bambino e sua madre, quello che è accaduto è assurdo e inaccettabile. Chiediamo alle e ai parlamentari della Toscana di intervenire. E’ ora di dire basta alla violenza istituzionale contro i bambini e le loro madri” dichiara Carla Pochini, presidente della Casa della donna il cui centro antiviolenza si è interessato al caso offrendo supporto alla mamma. “Un bimbo ha paura del padre, si rifiuta di incontrarlo dopo 32 incontri protetti, e il tribunale di Pisa che fa? Impone il suo prelievo forzato, senza nessun approfondimento nel merito, senza ascoltare il bimbo, senza capire i motivi della sua paura, senza rispettare il suo desiderio. Come è possibile? Perché – chiede Pochini – trattare il bimbo come un criminale, allontanarlo forzatamente della madre e imporre il ‘collocamento’ forzato dal padre quale ultimo tentativo di ricostruzione della bigenitorialità? Una decisione insensata che certo non tutela il benessere del bimbo, benessere che invece dovrebbe essere il primo scopo del tribunale”.


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