Draghi difende i genocidi ed il genocidio degli italiani, inclusi gli emigrati e gli oriundi in tutto il mondo

 

Draghi difende i genocidi ed il genocidio degli italiani, inclusi gli emigrati e gli oriundi in tutto il mondo

 

Draghi programma le riaperture e difende il ministro Speranza

Non c'è ancora una tempistica definita, le decisioni attese nel Consiglio dei ministri della prossima settimana

tempo di lettura: 6 min
Draghi programma aperture e difende Speranza allarme vaccini

© Francesco Fotia / AGF 
- Roberto Speranza e Mario Draghi

AGI – Il ministro Speranza prende tempo ma la decisione delle agenzie sanitarie federali americane Fda e Cdc di sospendere Johnson&Johnson rischia di essere una doccia gelata. Entro fine giugno – ha spiegato il commissario all’Emergenza Figliuolo - l'Italia attende 45 milioni di dosi. Il timore tuttavia, considerato che l'azienda ha fatto sapere che ci saranno dei ritardi, è che ci possa essere un ulteriore frenata nelle somministrazioni.

I vaccinati anche con richiamo hanno superato i 4 milioni ma alcune Regioni vanno in ordine sparso: De Luca, per esempio, in Campania non arretra sulla volontà di procedere per categorie e non per fasce d’età, nonostante l’alt del responsabile della Salute che oggi ha riunito gli esperti e l'Agenzia del farmaco (Aifa) per valutare la situazione che si è determinata.

Le prime dosi del siero Johnson&Johnson arrivate a Pratica di Mare sono state bloccate, si attendono “notizie piu' definitive” ma – ha spiegato Speranza – “per noi questo è un vaccino importante".

Proprio il responsabile della Sanità è nel mirino del centrodestra. Lo scontro è politico ma rischia di avere pure dei risvolti giudiziari. “Ho piena fiducia nel lavoro della magistratura”, ha spiegato il ministro riferendosi all’inchiesta nella quale è coinvolto il direttore vicario dell'Oms ed ex direttore generale della Prevenzione al Ministero della Salute Ranieri Guerra riguardo al mancato aggiornamento del piano pandemico.

Palazzo Chigi rimanda alle parole del presidente del Consiglio nell’ultima conferenza stampa, “sono stato io a sceglierlo”, ha spiegato. Il premier insomma ribadisce la fiducia nel suo ministro.

"Il tiro al bersaglio sul ministro Speranza deve finire”, dice De Petris, capogruppo di Leu al Senato. Per la Lega, però, non c’è stato un cambio di passo nella gestione del Covid dopo la nascita dell’esecutivo Draghi. Da qui gli attacchi, in un momento in cui le Regioni, in primis quelle governate dagli esponenti del partito di via Bellerio, sono in pressing per le riaperture.

I ministri Gelmini, Giorgetti e lo stesso Speranza guardano a maggio, i ‘lumbard’ chiedono di anticipare l’allentamento delle misure dove il rischio di contagio è basso.

I governatori giovedì nell’incontro con il governo avanzeranno le loro proposte: ripartenza delle categorie nei locali all’aperto ma anche al chiuso, inserendo criteri stringenti sul distanziamento, sulla capienza e sull’uso obbligatorio delle mascherine. Bar, ristoranti le priorità che verranno indicate. Poi palestre e in secondo momento teatri e cinema.

Ma ad indicare una data sarà l’esecutivo, probabilmente nel Cdm della prossima settimana. Nella riunione di questa mattina il presidente del Consiglio si è detto cautamente ottimista, ha preso la parola per spiegare la necessità di lavorare ad un cronoprogramma. Ci sarà un interlocuzione con i presidenti di Regioni, una cabina di regia con i ministri interessati, dei tavoli ad hoc ma per ora non c’è un timing preciso, si guarderanno i ‘report’ che arriveranno venerdì.

Domani nel Cdm si varerà lo scostamento di bilancio, poi sarà la volta del Def (possibile una nuova conferenza stampa di Draghi nel fine settimana).

Le forze politiche della maggioranza di Camera e Senato sono in pressing, hanno chiesto un incontro con il governo per capire l’entità e gli obiettivi che si intendono portare avanti. In ballo ci sono il nuovo decreto imprese e il ‘Recovery’ con il premier che oggi, nel segno della svolta della mobilita’ green, ha incontrato, insieme al ministro della Transizione ecologica Cingolani, il presidente di Stellantis Elkann e gli amministratori delegati di Eni Descalzi, di Enel Starace, di Snam Alverà e di Terna Donnarumma.

Ma è il dossier delle ripartenze quello più ‘caldo’ sul tavolo dell’esecutivo. Difficile che ci sarà un allentamento già ad aprile come invece chiedono Forza Italia (giovedì presenterà le sue proposte) e la Lega.

Tra le ipotesi c’è anche la possibilità di un allungamento del coprifuoco a mezzanotte ma la prima misura che dovrebbe essere presa è quella delle riaperture a pranzo per le categorie che sono scese in piazza in questi giorni. A meno che non ci sia una brusca frenata alla campagna vaccinale, considerato che il ato sulle somministrazioni sarà uno dei parametri determinanti, oltre quelli già definiti da tempo, per allargare le maglie.

"Un film già visto con AstraZeneca, che aveva molti più casi sospetti – prova a rassicurare il ministro degli Affari regionali - Non allarmiamoci. Il pronunciamento su J&J ha effetto limitatissimo sul piano vaccinale".

PANDEMIA? E' SOLO ANGLOSASSONOCRAZIA RAZZISTA PER TUTTO IL RESTO DEL MONDO.

 

Little EnglandI Brexiteers sognano il modello Singapore, ma non parlano mai della sua dittatura

Boris Johnson ha promesso di creare un’economia con bassa tassazione e poche regole capace di competere con Bruxelles. Ma non si dovrebbe confrontare un Paese da 67 milioni di abitanti affacciato sulla Manica con una città-Stato da 5 milioni di persone affacciata sullo Stretto di Malacca, governata da una dinastia familiare e poco democratica

LaPresse

Lunedì scorso il premier britannico, Boris Johnson, e il cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, hanno riunito il Build Back Better Council, un gruppo di trenta businessman che rappresentano altrettante aziende di primaria importanza (da BP a British Airways, da Jaguar Land Rover a Google, da Unilever a Visa).

È uno degli strumenti con cui il governo britannico cerca di rimappare l’atlante economico e finanziario del Regno Unito, dovendo tenere conto dell’asimmetrica combo Brexit&Covid, in cui il primo elemento è stato fortemente voluto e il secondo è invece una sciagura inaspettata. E così, per raccontare questo incontro, sui giornali è riemersa la nozione di Singapore-on-Thames, un’espressione coniata nel 2017 dall’allora cancelliere dello Scacchiere, il tory Philip Hammond (che pure, in occasione del referendum sulla Brexit, fu un partigiano del Remain).

Il concetto è poi riaffiorato spesso per indicare, con l’evocativa immagine di una Singapore sul Tamigi, l’ipotesi che il Regno Unito potesse diventare «un’economia con bassa tassazione e poche regole capace di competere con la sclerotica ed eccessivamente regolamentata Eurozona da una posizione strategica collocata a poche miglia marittime di distanza», come scrisse il Guardian, un giornale senz’altro non favorevole a questa soluzione.

Prima, dopo e durante la Brexit, nel dibattito politico inglese si sono periodicamente indicati dei modelli di comportamento per un Regno Unito indipendente dall’Unione europea (se il termine indipendente sembra esageratamente irredentista si deve ricordare che il movimento politico che ha innescato tutto questo si chiamava proprio, e senza alcuna autoironia, United Kingdom Independence Party).

In principio, i modelli citati erano soprattutto la Svizzera e la Norvegia, ma poi si era presto capito che una cosa è avere dei rapporti con l’Ue costruiti in decenni, un’altra e dover ricostruire di colpo un complesso sistema di accordi con un organismo sovranazionale di cui si è fatto a lungo parte e da cui poi si è usciti. E, in più, si era presto capito che Svizzera e Norvegia avevano metabolizzato nei loro rispettivi sistemi un tale quantitativo di norme Ue da non poter soddisfare, come modello, gli appetiti di indipendenza dei Brexiteers più spregiudicati.

Allora nel 2016 l’allora ministro della Giustizia, Michael Gove, che era una delle figure di primissimo piano tra i sostenitori del Leave, disse che, in caso di Brexit, il Regno Unito avrebbe potuto avere gli stessi rapporti con l’Ue che avevano, senza farne parte, l’Albania, la Bosnia, la Serbia e l’Ucraina. Gove presentava questa ipotesi come qualcosa di virtuoso e di promettente ma nei suddetti Paesi stanno ancora ridendo (il premier albanese Edi Rama propose al ministro inglese, come sfottò, la creazione di un organismo alternativo all’Ue, la BBC: British-Balkan Confederation).

Poi è stato il turno della Singapore-on-Thames. E, ancora ieri, sullo Spectator, Ross Clark, un commentatore molto favorevole alla libertà economico-finanziaria e molto nemico di quelli che un tempo si chiamavano lacci e lacciuoli, faceva interessanti considerazioni. Clark scrive che il cancelliere dello Scacchiere Sunak sta pensando di alzare la corporation tax e che questo non rappresenterebbe certo un passo avanti sulla strada con cui Londra potrebbe diventare «una Singapore europea», imitando quella «ex colonia che è riuscita a diventare non soltanto uno dei Paesi più ricchi del mondo ma anche a volare alto nell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite».

Ora, però – al di là delle considerazioni sulla possibilità di comparare seriamente un Paese da 67 milioni di abitanti affacciato sulla Manica con una città-Stato da 5 milioni di abitanti affacciata sullo Stretto di Malacca, al di là della consapevolezza che Singapore-on-Thames è soltanto uno slogan aggressivo e semplificatorio per spaventare l’Europa e anche al di là della posizione occupata da Singapore nell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (l’undicesimo, il Regno Unito è tredicesimo) – bisognerebbe anche considerare che il Paese del Sud-Est asiatico non è esattamente un faro di democrazia e di libertà.

Ricca, efficiente, pulita fino al parossismo, organizzata e levigatissima, la città-Stato di Singapore è stata governata per 31 anni di fila (dal 1959 al 1990) dal suo padre fondatore e grande fratello Lee Kwan Yew. Poi, lasciata la carica di primo ministro, il Nostro è stato ministro anziano dal 1990 al 2004 e poi ministro mentore (tutto chiaro?) dal 2004 al 2011. E, anche ora che il patriarca è morto (nel 2015), ben poco è cambiato. Il primo ministro (da 16 anni) è il suo figlio maggiore, Lee Hsien Loong. E il fatto che nelle elezioni del 2020 l’unico partito di opposizione che è riuscito a entrare in Parlamento sia riuscito anche nell’inedita impresa di ottenere ben 10 seggi su 93 (apperò!) è stato addirittura salutato dalla Bbc come un political shake up. Nientemeno.

A suo tempo il Regno Unito – seppur recalcitrante, geloso della sua insularità e diffidente verso i continentali e la loro moneta comune – fu trascinato quasi a forza nell’Ue. Perché sennò che Europa sarebbe stata senza il Regno Unito di Winston Churchill, senza il grande Paese del Vecchio continente che, più di ogni altro, era sempre rimasto fedele alla «peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora»? Perché sennò, senza il Regno Unito, quale Ue avrebbero mai potuto costruire la Germania e l’Austria di Adolf Hitler (e di Erich Honecker), la Francia di Philippe Pétain, l’Italia di Benito Mussolini, la Spagna di Francisco Franco, il Portogallo di António Salazar, la Grecia dei colonnelli, la Polonia di Władysław Gomułka, l’Ungheria di János Kádár e tutti gli altri Paesi che hanno in un loro passato più o meno recente siffatti tralignamenti che li hanno portati lontanissimi dai famosi valori europei?

Ecco, ma se quel Paese che l’Europa unita aveva voluto a tutti i costi nel club per diventare davvero tale è lo stesso Paese che in seguito, proprio per uscire da quella Europa unita, si è ispirato prima alla Norvegia e alla Svizzera (e fin qui tutto bene, sono due democrazie liberali forse ancora più scintillanti di quella britannica) ma poi all’Albania, alla Bosnia, alla Serbia e all’Ucraina e ora, periodicamente e pervicacemente, a Singapore, allora qualcosa deve essere andato veramente storto. E forse Fareed Zakaria dovrebbe scrivere un nuovo capitolo del suo vecchio «Democrazia senza libertà», dove si parlava sì del modello misto del Sudest asiatico, ma non per proporlo a Londra. 

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Per gli esseri umani ogni problema, anche uno molto concreto come la diffusione di una malattia all’interno di una comunità, è prima di tutto una questione di percezione data dalla nostra essenza di animali sociali. Se, ad esempio, in un certo momento non abbiamo una certa malattia e non ce l’hanno le persone a diretto contatto con noi, sarà molto difficile che percepiremo come grave la diffusione, nel paese o nella città in cui abitiamo, di quella malattia. Questo ha effetti molto pratici: fino a un paio di settimane fa molti cittadini di Milano, compreso chi scrive, non si sono resi conto della pericolosità del nuovo virus fino a quando non si è scatenato il tamtam mediatico e non sono cominciati ad arrivare annunci sempre più allarmanti delle autorità in merito a numero di contagi e decessi.

Questa potrebbe sembrare pura elucubrazione teorica se non fosse che, soprattutto nel mondo di oggi, la separazione tra percezione e realtà è spesso magistralmente e molto concretamente sfruttata da molti regimi del mondo per gestire la crisi globale più grave della nostra generazione: quella del coronavirus.

La percezione che la dittatura sia una difesa contro la diffusione del virus

Per capire cosa si intende basta dare un occhio ai dati su morti e contagi pubblicati in tutto il mondo (molti siti di informazione, per esempio Bloomberg, lo fanno molto bene con mappe interattive). I numeri sembrano dirci una cosa piuttosto singolare: Cina a parte (sui cui dati sarebbe comunque necessario fare molte verifiche), il virus sembra colpire in modo particolarmente duro i paesi democratici, e toccare solo con benevola leggerezza i paesi governati da dittature.

Il dibattito su questa discrepanza si è fatto nelle ultime settimane sempre più surreale. Un approccio “razionalista” avanza argomenti che tutto sommato hanno qualche fondamento, per esempio il fatto che le democrazie avanzate sono maggiormente interconnesse col mondo e per questo sono state raggiunte prima dal contagio. Abbiamo anche visto crescere la quotazione di spiegazioni che flirtano con la perenne fascinazione italica per le soluzioni autoritarie. Secondo questa linea di pensiero, gli uomini e i regimi “forti” sarebbero stati in qualche modo in grado di tenere a bada il virus grazie appunto alla loro capacità di imporre disciplina “con le cattive” (anche se non si capisce bene come, visto che nella maggior parte dei casi non sono state imposte particolari misure restrittive: forse semplicemente “spaventandolo”). In Italia tale approccio ha fatto emergere negli ultimi giorni uno dei risvolti più avvilenti di questa crisi, ovvero la tendenza di tanti italiani di gettarsi ai piedi di qualunque dittatore pronto a darci qualche aeroplano di aiuti (dall’utilità spesso dubbia) e a raccontarci che il suo regime “forte”, al contrario della nostra democrazia, ha tenuto a bada la malattia.

Il controllo mediatico e la battaglia dell’Italia

Il punto che le spiegazioni “razionaliste” e quelle “filo-autoritarie” mancano di comprendere è un semplice meccanismo che le dittature moderne hanno imparato: se controlli tutto, dagli ospedali all’informazione alla polizia, non hai bisogno di risolvere un problema, devi solo raccontare che l’hai risolto. Se un problema non lo cerchi (per esempio non testando i pazienti) difficilmente lo troverai. Ed è così che, per esempio, in Russia ci sono 150 casi scarsi di coronavirus dichiarati e ospedali intasati di migliaia di casi di una polmonite particolarmente letale (ma, ovviamente, secondo le autorità assolutamente ordinaria). In Egitto le autorità sembrano più impegnate a introdurre misure restrittive per i giornalisti che parlano dell’espansione del coronavirus nel paese, piuttosto che a introdurre misure per contenere il contagio. In Iran, un regime già in piena crisi di legittimità lancia messaggi contradditori, diviso tra la necessità di ottenere aiuti e quella di non apparire eccessivamente indebolito agli occhi dei cittadini. E così mentre Zarif chiede aiuto via tweet in inglese– e giustamente molti, compreso Mondodem, si sono attivati per chiedere ai propri governi di sostenere l’Iran in questo momento e di fare pressione sugli USA per una rimozione almeno parziale delle sanzioni – Khamenei non perde occasione di ribadire come il virus sia un complotto americano per colpire il paese.

Alle dittature vere e proprie abbiamo visto spesso affiancarsi leader con velleità non esattamente democratiche, come il brasiliano Bolsonaro – che ha definito il coronavirus un inganno mediatico – e l’israeliano Netanyahu – che ha usato un decreto di emergenza per annullare un voto parlamentare che impediva al governo di usare apparecchiature normalmente utilizzate per la caccia ai terroristi per monitorare i contagi tra la popolazione. Perché come ha detto un altro israeliano, lo scrittore Yuval Noah Hararila vera linea di divisione che la pandemia sta tracciando è quella tra due diverse reazioni delle società di tutto il mondo: quelle che decideranno di procedere con la coercizione e l’imposizione dall’alto, e quelle che cercheranno prima di tutto di delegare la responsabilità (e il potere) ai propri cittadini, spiegando loro la situazione e i buoni motivi per cui certe restrizioni sono necessarie.

L’Italia si trova oggi in bilico tra queste due scelte. Finora gli italiani hanno saputo responsabilizzarsi e, nonostante qualche deprecabile eccezione, la grande maggioranza ha compreso la gravità della situazione e ha saputo rispettare le restrizioni chieste dal governo senza bisogno di un grande intervento di sorveglianza e forze dell’ordine. Purtroppo è però ancora forte la fascinazione di tante persone,  spesso incoraggiate dalla capacità delle dittature di mostrarsi assai più forti e intoccabili di quel che sono, per soluzioni d’autorità che prevedono di delegare responsabilità e potere ad un’autorità superiore, libera di imporre con la forza tutte le restrizioni che desidera. Poco importa se spesso restrizioni del genere stentano a venire annullate una volta finita l’emergenza. Una tendenza che è indice di scarsa maturità di tanti italiani che preferiscono sentirsi i figli accuditi di uno stato padre-padrone piuttosto che titolari alla pari del potere – e quindi dei doveri e delle responsabilità – nella propria società. Ma la scelta tra questi due approcci è, dopo quella medica contro il virus, l’altra fondamentale battaglia che vale la pena combattere oggi. Perché se possiamo essere certi che l’epidemia prima o poi finirà, possiamo essere altrettanto certi che le scelte che prendiamo oggi per combatterla lasceranno tracce ancora più profonde del virus nel nostro futuro e in quello delle prossime generazioni.

  

Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

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Globalese e dittatura dell’inglese: il dibattito che manca in Italia

In Italia può sembrare “estremista” constatare che il globalese – cioè l’inglese planetario esportato in tutto il mondo dalla globalizzazione – fa parte di un progetto di colonizzazione culturale, economica e linguistica che segue le stesse logiche di quelle della Roma imperiale (vedi la scorsa puntata → “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico”). Eppure queste posizioni sono date per scontate in molti Paesi, persino all’interno della letteratura inglese. Robert Phillipson, un linguista britannico autore di libri osteggiati e non tradotti (come Linguistic imperialism, Oxford University Press 1992), ha osservato che la politica di George W. Bush ha premuto l’acceleratore sul processo di colonizzazione statunitense, e che la sua consigliera per gli affari esteri Condoleezza Rice lo ha dichiarato esplicitamente: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali.” Esportare la “civiltà” universale ai popoli incivili e inferiori è da sempre la giustificazione del colonialismo per esportare i propri interessi. E l’imposizione della lingua è funzionale e strategica in questo disegno.

Il problema è che da noi manca il dibattito e la nostra posizione appare sempre più quella di coloni collaborazionisti. Non c’è alcuna attenzione per la tutela del nostro patrimonio linguistico sul fronte interno, e su quello esterno pare che nessun politico si ponga la questione di quale dovrebbe essere la lingua d’Europa, o meglio: quali! Diamo per scontato che l’inglese, ormai praticamente extracomunitario, sia l’unico modello possibile per essere internazionali e non promuoviamo l’italiano all’interno dell’Unione Europea, che di fatto lo sta estromettendo da lingua del lavoro, nonostante sulla carta dovrebbe avere gli stessi diritti di inglese o francese (vedi anche → “La petizione per l’italiano come lingua del lavoro”).

Fuori dai nostri confini le cose vanno molto diversamente. Non solo in Francia, dove esiste una forte politica linguistica, in Spagna, dove ci sono una ventina di accademie che governano e promuovono una lingua diffusa negli altrettanti Paesi che conta 400 milioni di madrelingua, o in Svizzera, che ha investito moltissimo nella promozione dell’italiano schiacciato dal tedesco e dal francese in nome del plurilinguismo che contraddistingue questo stato; ma persino in una nazione dall’idioma estremamente anglicizzato come la Germania.

Per essere davvero internazionali dovremmo semplicemente partecipare al dibattito che c’è all’estero.

 

Gli altri Paesi davanti alla dittatura dell’inglese

Il professore tedesco Jürgen Trabant dell’Università libera di Berlino, per esempio, si occupa di pluralismo linguistico, e nelle sue riflessioni su quale debba essere il modello di multilinguismo dell’Europa, ha denunciato che si contrabbanda come “plurilinguismo” la strategia dell’inglese globale (da lui chiamato “globalese”) per cui le lingue locali sono viste come un ostacolo sulla via che dovrebbe portare tutto il pianeta a un bilinguismo dove l’inglese è la lingua internazionale affiancata dalla lingua naturale locale vissuta come un “accidente” da superare. Nelle sue analisi denuncia che l’Europa sta andando incontro a una forma di “diglossia moderna neomedievale”, cioè una situazione dove esistono due lingue gerarchizzate che possiedono due diversi ruoli sociali: l’inglese è quello alto, colto e aristocratico, la lingua locale è quella popolare e della vita di tutti i giorni. Questo intellettuale non è certo un estremista, Tullio De Mauro lo ha definito “uno dei maggiori linguisti europei”, e il suo libro Globalesisch, oder was? (Il global english o cos’altro?) negli scorsi anni ha avuto un notevole successo perché non era una denuncia isolata. Sempre secondo De Mauro, infatti, la politica e la stampa tedesche sono molto più attente di noi a questi temi e

“– dal presidente Joachim Gauck ad Angela Merkel – seguono le questioni del multilinguismo, dagli asili nido all’intera vita sociale. La questione della lingua si pone oggi in Europa come una questione politica, anzitutto di politica democratica, e non solo come questione istituzionale di rapporti ufficiali tra gli stati per la vita formale delle istituzioni dell’Unione. Ma è anche una questione di cultura e di scuola. (…) Se vogliamo che l’Europa a 28 si trasformi in uno stato federale non è più eludibile la questione della lingua come questione politica di democrazia. Trabant critica l’idea che un inglese di servizio, senza radici nella cultura, risolva da solo il problema. Il Globalesisch è accettabile solo se lo faremo convivere con la ricchezza intellettuale della molteplicità di lingue dell’Europa.”

[Tullio De Mauro, “Un’Europa e molte lingue”, Internazionale, 2104]

Mentre da noi è in atto una battaglia sull’insegnamento in inglese nelle Università, come si è tentato di fare nel 2015 al Politecnico di Milano, nella convinzione che questo significhi essere internazionali, spesso si esalta o si porta come esempio quanto accade in vari Paesi del Nord Europa dove questi modelli si sono già affermati. In questo scenario, l’Olanda si può considerare un Paese “modello”, dal punto di vista della globalizzazione: l’inglese è considerato la seconda lingua dal 95% della popolazione, dunque il processo di colonizzazione si è compiuto da tempo, perché si è sempre ritenuto che per competere con l’internalizzazione fosse meglio parlare la lingua globale. Eppure proprio in questo Paese si stanno cominciando a vedere gli effetti nocivi di questa strategia, e Annette de Groot (”L’internalizzazione uccide la lingua locale”), professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam, parla apertamente del loro “bilinguismo squilibrato”: l’inglese non si è semplicemente “aggiunto”, ma corrisponde a una perdita dell’olandese e della propria identità. Sono in tanti a lamentare il peggioramento della qualità della comunicazione che è avvenuto, soprattutto nel caso di temi complessi, perché l’inglese non è la lingua madre né dei professori né degli studenti. Un accademico olandese che si occupa di comunicazione come Cees Jan Hamelink parla perciò degli effetti “sottrattivi” dell’apprendimento della lingua globale attraverso concetti come quello della “macdonaldizzazione”. Anche in DanimarcaNorvegiaSvezia e Finlandia hanno questi stessi problemi con l’inglese della scienza e dell’università, e il dibattito riguarda come intervenire politicamente proprio per regolamentare un uso dell’inglese equilibrato e rispettoso della lingua nazionale che sia appunto un’aggiunta al repertorio nazionale, e per fare in modo che non sia invece sottrattivo e che a pagare le spese dell’internazionalizzazione colonialistica siano le lingue locali. Se questi problemi se li pongono in questi Paesi, lo dovremmo fare anche noi a maggior ragione, perché la nostra è una lingua romanza, che non deriva dai ceppi germanici come per esempio molte lingue del Nord, e l’impatto è più pesante. È evidente che studiare in inglese per esempio medicina o altre materie scientifiche all’università porterà alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Vogliamo davvero sottrarre questi ambiti alla nostra lingua per passare a quella inglese? È questo il prezzo da pagare per essere internazionali? Bene, non tutti sono d’accordo su questo prezzo, c’è anche chi vede il multilinguismo come un valore, e non come un ostacolo.

Ma c’è ancora di più. Se l’affermazione dell’inglese come lingua franca in Europa sta minacciando la ricchezza linguistica del nostro continente, come denuncia per esempio in Romania Ovidiu Pecican, docente dell’università Babeş-Bolyai di Cluj e articolista di România Liberă, in molti altri casi la minaccia non riguarda né la “ricchezza” né l’ibridazione, coinvolge direttamente l’estinzione delle lingue. La finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna nell’università danese di Roskilde e nell’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, si batte da anni per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali, denunciando che ci sono tantissime lingue minori che scompaiono dal nostro pianeta con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi. La stessa denuncia del tunisino Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002) che ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa. “È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” e la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. Un problema che è gridato anche da uno dei più grandi intellettuali africani, Ngugi wa Thiong’o, molte volte candidato al premio Nobel che per ora non gli è mai stato assegnato e autore di Decolonizzare la mente (Jaca Book, 2015), che in una recente intervista su la Repubblica invitava a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese“, 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Questi sono gli effetti collaterali del colonialismo linguistico, della dittatura dell’inglese e

Globalese e dittatura dell’inglese: il dibattito che manca in Italia

In Italia può sembrare “estremista” constatare che il globalese – cioè l’inglese planetario esportato in tutto il mondo dalla globalizzazione – fa parte di un progetto di colonizzazione culturale, economica e linguistica che segue le stesse logiche di quelle della Roma imperiale (vedi la scorsa puntata → “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico”). Eppure queste posizioni sono date per scontate in molti Paesi, persino all’interno della letteratura inglese. Robert Phillipson, un linguista britannico autore di libri osteggiati e non tradotti (come Linguistic imperialism, Oxford University Press 1992), ha osservato che la politica di George W. Bush ha premuto l’acceleratore sul processo di colonizzazione statunitense, e che la sua consigliera per gli affari esteri Condoleezza Rice lo ha dichiarato esplicitamente: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali.” Esportare la “civiltà” universale ai popoli incivili e inferiori è da sempre la giustificazione del colonialismo per esportare i propri interessi. E l’imposizione della lingua è funzionale e strategica in questo disegno.

Il problema è che da noi manca il dibattito e la nostra posizione appare sempre più quella di coloni collaborazionisti. Non c’è alcuna attenzione per la tutela del nostro patrimonio linguistico sul fronte interno, e su quello esterno pare che nessun politico si ponga la questione di quale dovrebbe essere la lingua d’Europa, o meglio: quali! Diamo per scontato che l’inglese, ormai praticamente extracomunitario, sia l’unico modello possibile per essere internazionali e non promuoviamo l’italiano all’interno dell’Unione Europea, che di fatto lo sta estromettendo da lingua del lavoro, nonostante sulla carta dovrebbe avere gli stessi diritti di inglese o francese (vedi anche → “La petizione per l’italiano come lingua del lavoro”).

Fuori dai nostri confini le cose vanno molto diversamente. Non solo in Francia, dove esiste una forte politica linguistica, in Spagna, dove ci sono una ventina di accademie che governano e promuovono una lingua diffusa negli altrettanti Paesi che conta 400 milioni di madrelingua, o in Svizzera, che ha investito moltissimo nella promozione dell’italiano schiacciato dal tedesco e dal francese in nome del plurilinguismo che contraddistingue questo stato; ma persino in una nazione dall’idioma estremamente anglicizzato come la Germania.

Per essere davvero internazionali dovremmo semplicemente partecipare al dibattito che c’è all’estero.

 

Gli altri Paesi davanti alla dittatura dell’inglese

Il professore tedesco Jürgen Trabant dell’Università libera di Berlino, per esempio, si occupa di pluralismo linguistico, e nelle sue riflessioni su quale debba essere il modello di multilinguismo dell’Europa, ha denunciato che si contrabbanda come “plurilinguismo” la strategia dell’inglese globale (da lui chiamato “globalese”) per cui le lingue locali sono viste come un ostacolo sulla via che dovrebbe portare tutto il pianeta a un bilinguismo dove l’inglese è la lingua internazionale affiancata dalla lingua naturale locale vissuta come un “accidente” da superare. Nelle sue analisi denuncia che l’Europa sta andando incontro a una forma di “diglossia moderna neomedievale”, cioè una situazione dove esistono due lingue gerarchizzate che possiedono due diversi ruoli sociali: l’inglese è quello alto, colto e aristocratico, la lingua locale è quella popolare e della vita di tutti i giorni. Questo intellettuale non è certo un estremista, Tullio De Mauro lo ha definito “uno dei maggiori linguisti europei”, e il suo libro Globalesisch, oder was? (Il global english o cos’altro?) negli scorsi anni ha avuto un notevole successo perché non era una denuncia isolata. Sempre secondo De Mauro, infatti, la politica e la stampa tedesche sono molto più attente di noi a questi temi e

“– dal presidente Joachim Gauck ad Angela Merkel – seguono le questioni del multilinguismo, dagli asili nido all’intera vita sociale. La questione della lingua si pone oggi in Europa come una questione politica, anzitutto di politica democratica, e non solo come questione istituzionale di rapporti ufficiali tra gli stati per la vita formale delle istituzioni dell’Unione. Ma è anche una questione di cultura e di scuola. (…) Se vogliamo che l’Europa a 28 si trasformi in uno stato federale non è più eludibile la questione della lingua come questione politica di democrazia. Trabant critica l’idea che un inglese di servizio, senza radici nella cultura, risolva da solo il problema. Il Globalesisch è accettabile solo se lo faremo convivere con la ricchezza intellettuale della molteplicità di lingue dell’Europa.”

[Tullio De Mauro, “Un’Europa e molte lingue”, Internazionale, 2104]

Mentre da noi è in atto una battaglia sull’insegnamento in inglese nelle Università, come si è tentato di fare nel 2015 al Politecnico di Milano, nella convinzione che questo significhi essere internazionali, spesso si esalta o si porta come esempio quanto accade in vari Paesi del Nord Europa dove questi modelli si sono già affermati. In questo scenario, l’Olanda si può considerare un Paese “modello”, dal punto di vista della globalizzazione: l’inglese è considerato la seconda lingua dal 95% della popolazione, dunque il processo di colonizzazione si è compiuto da tempo, perché si è sempre ritenuto che per competere con l’internalizzazione fosse meglio parlare la lingua globale. Eppure proprio in questo Paese si stanno cominciando a vedere gli effetti nocivi di questa strategia, e Annette de Groot (”L’internalizzazione uccide la lingua locale”), professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam, parla apertamente del loro “bilinguismo squilibrato”: l’inglese non si è semplicemente “aggiunto”, ma corrisponde a una perdita dell’olandese e della propria identità. Sono in tanti a lamentare il peggioramento della qualità della comunicazione che è avvenuto, soprattutto nel caso di temi complessi, perché l’inglese non è la lingua madre né dei professori né degli studenti. Un accademico olandese che si occupa di comunicazione come Cees Jan Hamelink parla perciò degli effetti “sottrattivi” dell’apprendimento della lingua globale attraverso concetti come quello della “macdonaldizzazione”. Anche in DanimarcaNorvegiaSvezia e Finlandia hanno questi stessi problemi con l’inglese della scienza e dell’università, e il dibattito riguarda come intervenire politicamente proprio per regolamentare un uso dell’inglese equilibrato e rispettoso della lingua nazionale che sia appunto un’aggiunta al repertorio nazionale, e per fare in modo che non sia invece sottrattivo e che a pagare le spese dell’internazionalizzazione colonialistica siano le lingue locali. Se questi problemi se li pongono in questi Paesi, lo dovremmo fare anche noi a maggior ragione, perché la nostra è una lingua romanza, che non deriva dai ceppi germanici come per esempio molte lingue del Nord, e l’impatto è più pesante. È evidente che studiare in inglese per esempio medicina o altre materie scientifiche all’università porterà alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Vogliamo davvero sottrarre questi ambiti alla nostra lingua per passare a quella inglese? È questo il prezzo da pagare per essere internazionali? Bene, non tutti sono d’accordo su questo prezzo, c’è anche chi vede il multilinguismo come un valore, e non come un ostacolo.

Ma c’è ancora di più. Se l’affermazione dell’inglese come lingua franca in Europa sta minacciando la ricchezza linguistica del nostro continente, come denuncia per esempio in Romania Ovidiu Pecican, docente dell’università Babeş-Bolyai di Cluj e articolista di România Liberă, in molti altri casi la minaccia non riguarda né la “ricchezza” né l’ibridazione, coinvolge direttamente l’estinzione delle lingue. La finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna nell’università danese di Roskilde e nell’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, si batte da anni per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali, denunciando che ci sono tantissime lingue minori che scompaiono dal nostro pianeta con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi. La stessa denuncia del tunisino Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002) che ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa. “È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” e la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. Un problema che è gridato anche da uno dei più grandi intellettuali africani, Ngugi wa Thiong’o, molte volte candidato al premio Nobel che per ora non gli è mai stato assegnato e autore di Decolonizzare la mente (Jaca Book, 2015), che in una recente intervista su la Repubblica invitava a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese“, 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Questi sono gli effetti collaterali del colonialismo linguistico, della dittatura dell’inglese e del progetto internazionale di renderlo la lingua globale. Questo è il dibattito che si registra all’estero e che coinvolge le istituzioni, la politica, l’università e gli intellettuali.

Nel mondo si stanno scontrando due opposte visioni, quella dominante e imperialista che vorrebbe esportare l’inglese ovunque per i propri vantaggi economici e quella etica che vede nel multilinguismo una ricchezza da salvaguardare che non ha prezzo. In Italia il dibattito non c’è. Le sole reazioni che si possono riscontrare sono fuori dagli ambiti istituzionali. L’atto eroico di Maria Agostina Cabiddu che è riuscita a bloccare la soppressione dei corsi universitari in lingua italiana da parte del Politecnico di Milano con le raccolte di firme e con i ricorsi ai tribunali. Le denunce di una scienziata come Maria Luisa Villa che si batte per l’italiano come lingua della scienza. Le voci fuori dal coro come quella di Giorgio Pagano, o di Diego Fusaro che, con riferimento a 1984 di Orwell, si scaglia contro la “neolingua” dei mercati. Posizioni che appaiono come “eccentriche”, “esagerate” e nel peggiore dei casi “estremiste”, nel vuoto e nell’indifferenza della politica, delle istituzioni e dei mezzi di informazione di un’Italia ormai inglobata nel pensiero unico al punto di non vedere l’alternativa. Quello che rimane è il silenzio e i collaborazionisti che confondono il buon senso con il fanatismo. Ma il fanatismo è nell’anglomania, non nella sua critica. del progetto internazionale di renderlo la lingua globale. Questo è il dibattito che si registra all’estero e che coinvolge le istituzioni, la politica, l’università e gli intellettuali.

Nel mondo si stanno scontrando due opposte visioni, quella dominante e imperialista che vorrebbe esportare l’inglese ovunque per i propri vantaggi economici e quella etica che vede nel multilinguismo una ricchezza da salvaguardare che non ha prezzo. In Italia il dibattito non c’è. Le sole reazioni che si possono riscontrare sono fuori dagli ambiti istituzionali. L’atto eroico di Maria Agostina Cabiddu che è riuscita a bloccare la soppressione dei corsi universitari in lingua italiana da parte del Politecnico di Milano con le raccolte di firme e con i ricorsi ai tribunali. Le denunce di una scienziata come Maria Luisa Villa che si batte per l’italiano come lingua della scienza. Le voci fuori dal coro come quella di Giorgio Pagano, o di Diego Fusaro che, con riferimento a 1984 di Orwell, si scaglia contro la “neolingua” dei mercati. Posizioni che appaiono come “eccentriche”, “esagerate” e nel peggiore dei casi “estremiste”, nel vuoto e nell’indifferenza della politica, delle istituzioni e dei mezzi di informazione di un’Italia ormai inglobata nel pensiero unico al punto di non vedere l’alternativa. Quello che rimane è il silenzio e i collaborazionisti che confondono il buon senso con il fanatismo. Ma il fanatismo è nell’anglomania, non nella sua critica.

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