Criminalità, Roma è prima in Italia per operazioni finanziarie sospette
I numeri elaborati dalla Banca d’Italia. Il Lazio con 14.329 operazioni si colloca al terzo posto dopo Lombardia e Campania
Redazione 14 marzo 2021 18:17
Riciclaggio, corruzione, evasione fiscale. Sono questi i
fenomeni che spesso si celano dietro a operazioni finanziarie sospette
che mostrano, nel 2020, numeri preoccupanti. A fornire i dati è
l’Ufficio Unità Finanziaria della Banca d’Italia che segnala ben 113.187
operazione sospetta nell’anno 2020 in tutta Italia.
Operazioni sospette a Roma e nel Lazio, i numeri
Nel 2020 Roma con 12669 (3632 in più dell’anno precedente) diventa la
città italiana con il maggior numero di operazioni finanziarie sospette
segnalate. Il Lazio con 14329 si colloca al terzo posto dopo Lombardia e
Campania. Nella nostra regione la provincia di Latina passa da 634
operazioni nel 2019 a 727 nel 2020 , Frosinone da 519 a 544, Rieti da
133 a 155 mentre Viterbo è l’unica provincia che registra una
diminuzione da 244 a 234 L’ammontare complessivo delle operazioni
finanziarie sospette segnalate è di 96 miliardi con una ricaduta stimata
nel Lazio di circa 10 miliardi.
Effetto lockdown
Un aumento ancora più preoccupante a fronte di un prolungato periodo
di lockdown che ha provocato una crisi di liquidità in cui versano
soprattutto le piccole e medie imprese rendendole facili prede da parte
della criminalità organizzata. Le operazioni finanziarie sospette
riguardano principalmente le attività di riciclaggio connesse alla
criminalità organizzata ed in parte alla corruzione e all’evasione
fiscale, fenomeni di frequente intrecciati fra loro. Si manifestano
forme di infiltrazione sempre più pervasive basate sul controllo di
imprese tramite prestanome o sull’estromissione di fatto dei titolari
anche attraverso attività usurarie o estorsive.
La nota Gianpiero Cioffredi
"Questi dati", spiega Gianpiero Cioffredi - Presidente
dell’Osservatorio per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio,
"ci indicano un processo in atto di un gigantesco reinvestimento di
denaro delle mafie nel sistema produttivo romano e laziale anche grazie
al prezioso apporto dei colletti bianchi. Il rischio di infiltrazioni
criminali si annida sia nei tentativi di accaparramento delle
provvidenze e commesse pubbliche, sia nell’interesse a gestire
direttamente o indirettamente imprese operanti in settori
economico-produttivi oggi più attrattivi o in crisi a causa della
pandemia. Presentano vulnerabilità accentuate, i settori immobiliare,
edile, servizi di pulizia, tessile, turistico, ristorazione e dei
trasporti".
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"A fronte di operazioni finanziarie anomale, quanto sofisticate",
continua Cioffredi, "lo Stato c’è. A Roma e nel Lazio le Forze di
Polizia, le Prefetture e la Direzione Distrettuale Antimafia esprimono
intelligenze investigative e di monitoraggio di straordinaria
eccellenza ma è ancora troppo fragile la consapevolezza della
pericolosità delle mafie nella nostra economia da parte delle classi
dirigenti. Mafie sempre più liquide, sempre più silenti, sempre più
camaleontiche, caratteristica che le rende ancora più pericolose in
quanto prive di modalità di esternazione facilmente percettibili da
parte della collettività".
Mentre il termine reato societario non
evoca l’immagine inquietante e minacciosa di un uomo che viene derubato
con una pistola puntata, la verità è che la società perde di più dai
criminali aziendali che dai criminali di strada ogni anno.
I reati societari
non riguardano solo i miliardi di dollari che vengono truffati e
rubati, ma anche le numerose morti e malattie che sono il risultato di
condizioni di lavoro povere o insicure.
Dando uno sguardo all’America, L’FBI riferisce che circa 19.000
americani vengono uccisi ogni anno. Ma non menzionano i 56.000 americani
che muoiono sul lavoro per incidenti che avrebbero potuto essere
potenzialmente prevenuti, se i leader aziendali fossero stati costretti a
mettere la sicurezza dei propri dipendenti prima di tagliare i costi e
trasformare i profitti.
La mancanza di responsabilità ha portato a un aumento dei criminali aziendali a partire dalla rivoluzione industriale.
Sebbene i criminali aziendali possano pensare che le loro azioni non
stiano danneggiando nessuno oltre a pochi dirigenti, in verità i loro
profitti fraudolenti danneggiano tutti i consumatori.
Quando le società perdono denaro a causa della criminalità aziendale, l’onere viene trasferito alla popolazione attraverso l’aumento del costo dei prodotti e delle merci vendute.
Cos’è il reato societario?
Il reato societario, a volte indicato come crimine dei colletti bianchi, è
stato definito nel 1939 dal criminologo Edwin Sutherland come un
crimine “commesso da una persona di rispettabilità e di alto status
sociale nel corso della sua occupazione”.
Falsificazione delle informazioni sui rendiconti finanziari
Manipolare il mercato azionario
Corruzione
Corruzione di pubblici ufficiali
False affermazioni nella pubblicità
Appropriazione indebita
Danni causati all’ambiente dovuti a negligenza
Reati societari: Come riescono i criminali aziendali a farla franca?
La criminalità aziendale è particolarmente difficile da individuare e fermare per molte ragioni!
A differenza del crimine di strada, il reato societario è un’azione molto privata, che si verifica in una casa o in un ufficio dove di solito non ci sono testimoni.
Molti dei reati societari
comportano una comprensione di alto livello delle finanze, del mercato
azionario, del commercio e di altri argomenti specializzati, che la
maggior parte dei poliziotti e carabinieri, nonché giudici legali non
comprendono appieno.
Anche se un criminale dei colletti bianchi venisse catturato,
potrebbe essere difficile dimostrare se ha commesso o meno il crimine
accusato consapevolmente, minacciosamente o incautamente, o se era
semplicemente un effetto collaterale della posizione della persona.
Inoltre, è difficile applicare i principi del diritto penale ai crimini aziendali,
e le grandi società che vengono chiamate in tribunale spesso hanno i
fondi per difendersi in un modo in cui la maggior parte delle persone
non potrebbe.
Reati societari: Chi sono i criminali aziendali?
Ogni giorno vengono commessi reati societari su larga e piccola scala.
Dando sempre uno sguardo all’America, mentre magari molti criminali
dei colletti bianchi futuri non verranno catturati, nell’ultimo decennio
il governo e i gruppi di cittadini privati si sono uniti per
proteggere meglio i cittadini da tali criminali attraverso la
legislazione, la punizione e la responsabilità.
Finanza falsificata e frode contabile – Enron: è stato
rivelato che Enron, una società energetica americana, ha nascosto
miliardi di dollari di debiti agli azionisti attraverso scappatoie
contabili e bilanci falsificati. Nel 2001, la società è fallita e gli
azionisti hanno perso $ 11 miliardi di dollari. Il titolo Enron è
crollato da $ 90 per azione nel 2000 a $ 1,00 per azione entro la fine
del 2001. Una manciata di dirigenti Enron sono stati incriminati e
alcuni sono finiti in prigione.
Ambientale – Exxon Corporation e Exxon Shipping: Nel
1991, Exxon era responsabile di circa 11 milioni di galloni di petrolio
fuoriusciti vicino alla costa dell’Alaska. La fauna selvatica è stata
uccisa, migliaia di nativi americani hanno perso il loro stile di vita e
Exxon è stata multata penalmente di $ 110 milioni per il danno.
Frode – Damon Clinical Laboratories: Damon
Clinical Laborites ha scelto di migliorare i propri profitti in calo
truffando Medicare. La società è stata accusata di aver inviato false
richieste a Medicare statunitense ed è stata multata di 35,2 milioni di
dollari.
Antitrust – Pfizer Inc .: Nel 1999, la società
farmaceutica Pfizer ha dovuto pagare 20 milioni di dollari di multe per
aver cospirato per fissare il prezzo di alcuni ingredienti nel mercato
alimentare. È stato stimato che questo scandalo abbia influenzato
negativamente il commercio americano per un valore di 65 milioni di
dollari.
Esportazioni illegali – IBM East Europe / Asia Ltd .: Nel
1998, una filiale dell’IBM è stata incaricata di esportare computer in
un laboratorio nucleare russo che si credeva stesse testando, costruendo
e mantenendo esplosivi nucleari. La multa è stata di 8,5 milioni di
dollari.
A tal proposito, in merito ai reati societari, leggi la certificazione 231
che offriamo agli amministratori per assicurare a chiunque che
l’azienda svolge la sua attività nel rispetto di tutte le norme vigenti,
garantendo quindi una completa trasparenza sia ai dipendenti che ai
clienti attuali e futuri!
Antonio Nicaso: "La domanda fondamentale
che il procuratore Gratteri gli porrà è ’perché’? Interessante capire il
radicamento in territorio reggiano"
Antonio Nicaso, a destra, sorridente assieme al magistrato Nicola Gratteri
"Non mi ricordo di personaggi di questo calibro diventare
improvvisamente collaboratori di giustizia". Se c’è un esperto di
criminalità organizzata in Italia che può capire cosa significa per un
investigatore la disponibilità di un super boss come Nicolino Grande
Aracri a ‘vuotare il sacco’ e le possibili conseguenze per un certo
livello della vita politica, amministrativa, imprenditoriale italiana, e
pure reggiana, quello è il professor Antonio Nicaso: "Intanto bisogna
inquadrare bene il personaggio – ci risponde dal Canada, dove si trova
attualmente -.
Dopo le stragi del 1992 Cosa nostra ha
cambiato pelle. È scesa a patti con la politica lasciandosi alle spalle
la stagione del sangue e delle morti eccellenti. E così ha riorganizzato
le proprie fila. Niente più omicidi ma ricerca di nuove relazioni.
Nasce così Cosa nostra SpA, una grande impresa che incrocia il suo
enorme fatturato con gli interessi dei colletti bianchi che governano
multinazionali, enti e istituzioni pubbliche. Un sodalizio che si fonda
in modo sistemico su corruzione e collusione e contro il quale sono
sempre meno efficaci gli strumenti di contrasto legislativi.
Il boss Grande Aracri confessa: tremano criminali e colletti bianchi
Già
da un mese collabora con la procura di Catanzaro che ne verifica
l’attendibilità Una scossa che da nord a sud potrebbe mettere in
ginocchio il clan e i tanti sodali
Davigo: “La criminalità dei colletti bianchi fa più vittime di quella da strada”
10 dicembre 2016
Molto
partecipato l’incontro in Sala del Tricolore organizzato da
Cortocircuito con il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.
VIDEO
REGGIO EMILIA
– “Manca nel nostro Paese la percezione della gravità della cosiddetta
criminalità dei colletti bianchi”. Non ha dubbi su questo Piercamillo Davigo, ex pm del pool Mani Pulite, autore del libro Processo all’italiana‘
e attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. E per
dimostrarlo cita il processo per il crac Parmalat, dove sono 35mila le
parti civili ammesse.
Il magistrato, nell’incontro
organizzato dall’associazione Cortociurcuito, ha parlato a lungo a una
sala del Tricolore gremita, con l’ironia pungente che lo
contraddistingue. Tra gli argomenti toccati nel suo intervento anche la
distanza, sempre più abissale, tra politica e magistratura, dovuta –
secondo Davigo – a una classe dirigente incapace di fare auto-critica.
L’Ocse si accanisce contro i professionisti fiscali
disonesti. Presentata la strategia su come avviare una task force contro
chi utilizza le proprie competenze per frodare il fisco. Una procedura
che si pone l’obiettivo di scoraggiare, individuare e perseguire quel
ristretto gruppo di infedeli. Gli intermediari fiscali che facilitano
l’evasione fiscale sono solo una minoranza nel panorama degli esperti
fiscali, tuttavia, secondo l’Ocse, minano il lavoro di un ‘ intera
categoria di professionisti che svolge un ruolo essenziale nell’aiutare i
propri clienti a comprendere e rispettare la legge. Il
nuovo report dell’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo
economico, intitolato Ending abusive financial framework: cracking down
the intermediaries who promote tax crimes and white-collar crime, è
stato prodotto dalla Task force dell’Ocse sui crimini fiscali (Tftc)
utilizzando pratiche ed esperienze raccolte dai paesi mèmbri della Tftc
(di cui fa parte anche l’Italia). report offre quindi una guida su
cinque aree chiave che dovrebbero essere considerate nello sviluppo di
strategie nazionali: consapevolezza, legislazione, strategie di
deterrenza e interruzione, cooperazione ed attuazione (si veda la
tabella in pagina). La criminalità cosiddetta dei colletti bianchi, come
l’evasione fiscale, la concussione e la corruzione, è spesso oscurata
da complesse strutture legali e transazioni finanziarie agevolate da
consulenti fiscali, avvocati e consulenti legali, commercialisti,
consulenti finanziari, notai e altri promotori di schemi di evasione
fiscale; e persone giuri di eh e come banche, istituzioni finanziarie e
fornitori di servizi societari. Sebbene si tratti di un gruppo
ristretto, questi professionisti utilizzano le loro capacità per fornire
ai propri clienti i mezzi per frodare lo stato ed evitare i loro
obblighi fiscali. L’Ocse definisce i professionisti disonesti come
«favoreggiatori professionali di reati fiscali». Affrontare questi
esperti risulta un elemento fondamentale nella lotta ai reati fiscali,
perché in molti casi i criminali non hanno le competenze legali o
finanziarie per essere in grado da soli di nascondere grandi somme di
denaro o le loro attività illegali. I favoreggiatori professionali sono
in genere professionisti altamente qualificati e sofisticati che hanno
esperienza nel navigare nel sistema finanziario internazionale e nelle
leggi di tutto il mondo, così come nel nascondere la condotta criminale
dei loro clienti e la loro stessa complicità. Implementando le strategie
per combattere questi disonesti, i paesi saranno in grado di
concentrare le risorse nazionali per salvaguardare meglio i danni
causati da questi crimini , spiega l’Ocse. Inoltre, una maggiore
attenzione globale sul ruolo dei furbetti promuoverà una maggiore
cooperazione internazionale, la con di visione dell’intelligence e gli
sforzi multilaterali per affrontare chi opera in più paesi, creando un
ambiente più difficile per cooperare a livello globale, e rendendo più
difficile nascondere le attività illecite. Il report raccomanda una
serie di strategie in ambito nazionale. In effetti, affrontare gli
intermediari richiede spesso una cooperazione che copre diverse autorità
statali, anche con gli ordini e le commissioni etiche delle professioni
interessate. Per quanto riguarda la cooperazione internazionale, il
Dialogo di Oslo avviato dall’Ocse nel 2011, sostiene lo scambio di
informazioni tra le varie autorità nazionali per prevenire, individuare e
perseguire i criminali e recuperare i proventi delle loro attività
illecite. I facilitatori professionali usano la loro esperienza
specializzata per aiutare i loro clienti a commettere reati in vari modi
. Per citarne alcuni, questi potrebbe includere: la creazione di
società, trust o strutture commerciali offshore per oscurare la
titolarità effettiva e nascondere il denaro dei loro clienti (e le loro
fonti) dalle autorità fiscali e da altre autorità; la falsificazione
della documentazione per i loro clienti per evadere il fisco; la
facilitazione di schemi fiscali illegali per conto dei clienti.
Nell’ultimo decennio, operazioni di questa natura hanno acquisito
un’importante dimensione politica internazionale e nazionale e hanno
ricevuto un’ampia copertura mediatica. Sebbene il report non faccia
alcuna stima dei costi delle frodi agevolate dagli intermediari fiscali,
alcuni esempi, forniti dai paesi membri del Tax crime action group
dell’Ocse, illustrano danni nell’ordine di milioni o addirittura
miliardi di euro. Ad esempio, lo scandalo C u m-ex dell’arbitraggio sui
dividendi, facilitato dagli intermediari, è costato a Germania, Austria,
Belgio e Danimarca oltre 55 miliardi di euro di entrate fiscali nel
corso dell’anno negli ultimi 15 anni . Ma altri numerosi esempi sono
emersi dai Panama Papers, che hanno mostrato come lo studio legale
Mossack Fonseca ha implementato migliaia di strutture offshore per
nascondere patrimoni miliardari. Oppure ancora dai Swiss Leaks che hanno
messo in luce le attività portate avanti da Hsbc che aiutavano il fisco
a frodare i clienti. Per alcuni paesi, il concetto di «facilitatore
professionale» può essere ristretto e concentrarsi sulla condotta più
intenzionale; mentre altri hanno una visione più ampia e includono
coloro che sanno o hanno ragione di sapere che i loro servizi vengono
utilizzati in modo improprio. Occhio, però, è importante mantenere la
differenza tra chi facilita reati o si adopera in una pianificazione
fiscale aggressiva. Questo report mira a colpire solo chi concepisce
strategie chiaramente illegali e proibite. L’uso delle aree grigie della
legge, sebbene suscettibile a critiche, spiega l’Ocse, è legale
fintante che non è vietato dal diritto penale. L’Organizzazione parigina
infatti affronta il problema della pianificazione fiscale attraverso un
altro strumento, il progetto contro l’erosione della base imponibile e
il trasferimento dei profitti (Beps).
Commissione Antimafia presenta rapporto conclusivo
La criminalità organizzata va affrontata inquadrandola come una
mentalità. Questo il concetto alla base dei lavori della Commissione
speciale a carattere temporaneo di studio sul fenomeno della criminalità
organizzata nel Molise, della quale sono stato onorato di essere
Presidente e di cui oggi è stato presentato il Rapporto conclusivo. Con
l’istituzione della Commissione, resa possibile grazie all’intero
Consiglio regionale unitamente al presidente dell’Assise Salvatore
Micone e al Governatore Donato Toma che ringrazio, la politica ha voluto
dare un forte segnale di attenzione al territorio in funzione
anticrimine, oltre che un importante contributo a coadiuvare l’azione
messa in campo da Forze dell’Ordine, magistratura, associazioni,
famiglie, scuole e altri soggetti istituzionali civili e religiosi. Durante
audizioni, incontri e grazie al lavoro sinergico con il ‘Coordinamento
delle Commissioni e Osservatori sul contrasto della criminalità
organizzata e la promozione della legalità’, abbiamo posto attenzione
sul moltiplicarsi delle attività di usura, riciclaggio, traffico e
consumo di droghe che la Procura Distrettuale Antimafia, insieme alla
magistratura e alle Prefetture, affrontano con tanta determinazione. Un
dato: in Molise sono registrati ben 11 beni confiscati alle mafie,
dislocati tra Venafro e Campomarino, a conferma del grado di
vulnerabilità della regione. Per questo bisogna intensificare gli
sforzi, partendo ad esempio dall’accelerare e chiudere le inchieste che
riguardano i cosiddetti ‘colletti bianchi’. Questo è solo uno dei temi
affrontati dai lavori della Commissione. Il Rapporto conclusivo è
infatti denso di raccomandazioni, suggerimenti e proposte concrete che
si tradurranno in atti legislativi per quanto di competenza. Per
prima cosa appare doverosa la costituzione di uno specifico Osservatorio
Regionale sulla Legalità, il cui articolato è già pronto, inteso come
naturale prosecuzione dei lavori della Commissione. Un Osservatorio a
carattere tecnico-scientifico, a titolo gratuito, che accolga
rappresentanti di enti e istituzioni, dell’Università e del mondo della
scuola, delle parti sociali, di Forze dell’Ordine e Magistratura: un
raccoglitore permanente di saperi, competenze, esperienze, quindi
proposte. C’è, ad esempio, la necessità di connettere le piattaforme
informatiche in dotazione ad alcuni Enti, all’interno di una rete di
monitoraggio in modo da fornire dettagli fondamentali riguardo alle
infiltrazioni nel tessuto economico. Si pensi, ad esempio, ad una cabina
di regia costituita da INPS, Procura della Repubblica, Ispettorato del
Lavoro e Inail, sostenuta dagli indicatori di riferimento per le Camere
di Commercio in merito alla presenza di aziende con gestioni quantomeno
‘opache’ e alle tante srl unipersonali in costante evoluzione. Indicatori,
peraltro, utili anche per altre tipologie di analisi che spaziano su
aspetti sociosanitari, legati ad attività criminali come droga,
ludopatia, violenza di genere, bullismo e cyberbullismo; reati
ambientali e nel settore energetico, come eolico selvaggio e traffico
rifiuti; sversamenti illegali; gestione idrica e delle opere relative al
‘ciclo dell’acqua’ ad uso idrico, irriguo ed idroelettrico, fino alle
criticità registrate nel settore agricolo: caporalato, incendi dolosi,
commercio di animali di dubbia provenienza. Altro progetto, suggerito
dalle Associazioni di categoria, è quello di costituire un unico
Confidi regionale, con adeguato fondo di dotazione finanziaria, per
contribuire alla ripresa economico-produttiva delle piccole e medie
imprese molisane in difficoltà e combattere l’usura. Ci sono poi tre
proposte di legge suggerite dal tavolo di ‘Coordinamento nazionale
antimafia’: il progetto ‘Beni sequestrati’ prevede di valorizzare e
utilizzare a fini sociali gli 11 beni confiscati alle mafie in Molise;
il progetto ‘Liberi di scegliere’, già in agenda del Consiglio regionale
promuove, invece, l’accoglienza a favore di minori provenienti da
famiglie mafiose; il progetto ‘Modifiche e integrazioni al codice per i
contratti pubblici’, infine, prevede un espresso richiamo al rating di
legalità e, quindi, agevolazioni per le imprese che denunciano
illegalità. Per tutelare il territorio occorre difendere la
trasparenza, valorizzare i nostri riconosciuti asset materiali e
immateriali, imitando le migliori esperienze e competenze in tema di
etica e legalità, affinché si realizzi davvero un cambio di mentalità
all’interno delle istituzioni e tra i cittadini.
Archivio istituzionale della ricerca dell'Università degli Studi di Palermo
IRIS è il sistema di gestione integrata dei dati della ricerca
(persone, pubblicazioni, progetti, attività) adottato dall’Università di
Palermo, e ha lo scopo di raccogliere, conservare, documentare, e
diffondere ad accesso aperto le informazioni relative alla produzione
scientifica degli autori afferenti all’Ateneo.
Dino, A., & Macaluso, M. (2016). L’impresa mafiosa? Colletti bianchi e crimini di potere. Milano-Udine : Mimesis.
Abstract:
Assumendo
una prospettiva multidisciplinare e partendo dai risultati di una
ricerca condotta sul campo tra il 2013 e il 2015, il volume esamina il
complesso network delle relazioni interne ed esterne a due gruppi di
imprese sequestrate e confiscate per infiltrazioni mafiose, osservandone
i cambiamenti negli aspetti economici, finanziari, organizzativi e
sociali sia nel periodo che precede il sequestro o la confisca, sia nel
periodo in cui il provvedimento è in corso.
L’elevato dinamismo che caratterizza i crimini messi in atto dagli
imprenditori coinvolti e il contesto in cui avvengono rendono
assimilabili, sotto molti punti di vista, i casi considerati alla
cosiddetta criminalità dei colletti bianchi. Una fitta rete lega,
infatti, settori del mondo imprenditoriale, politico e istituzionale,
assicurando il funzionamento di quello che gli studiosi definiscono un
network mafioso. Il tema è attuale e rilevante dal momento che influenza
la qualità della vita democratica e introduce potenziali distorsioni
del libero mercato, mettendo a rischio la possibilità di costruire una
società equa, innovativa e sicura.
Prendendo le mosse da questi fattori di contesto, il libro sottopone ad
analisi il nebuloso costrutto di impresa mafiosa, che – invocato alla
stregua di un vero e proprio principio unificatore – si rivela, alla
prova dei fatti, un concetto dalle maglie troppo lasche, più utile alle
necessità processuali e sanzionatorie che alle esigenze analitiche della
ricerca.
Abstract:
Assuming
a multidisciplinary perspective and moving from the results of a field
research conducted between 2013 and 2015, the book examines the complex
network of internal and external relations of two groups of companies
seized and confiscated for mafia infiltration, observing the changes
occurred in their economic, financial, organizational and social aspects
both in the period before the seizure or confiscation, both in the
period in which the measure was in progress.
The high dynamism that characterizes the crimes implemented by the
involved entrepreneurs and their context make these cases, in many
respects, similar to the so-called white-collar crime. A dense network
connects, in fact, business sectors, political and institutional areas,
ensuring the working of what scholars call a mafia network. The topic is
current and relevant since it affects the quality of democratic life
and introduces potential distortions of the free market, jeopardizing
the possibility of building an equitable, innovative and safe society.
Moving from these contextual factors, the book examines the vague
construct of mafia enterprise - invoked as a real unifying principle –
it is revealed, the test of facts, a weak concept, more useful for the
procedural needs and for sanctions, than for analytical needs.
ISBN:
978-88-5753-238-7
Settore Scientifico Disciplinare:
Settore SPS/12 - Sociologia Giuridica, Della Devianza E Mutamento Sociale Settore SPS/11 - Sociologia Dei Fenomeni Politici
Frodi, corruzioni, truffe telematiche,
tutto quello che in gergo si chiama ”finanza creativa”: la criminalità
spesso assume un volto non violento. E a commettere i reati non sono i
“delinquenti da strada” ma individui di estrazione sociale medio – alta.
Sono i cosiddetti “colletti bianchi” che, nell’ambito
di remunerate professioni e proprio grazie alle loro posizioni di
prestigio, si arricchiscono illecitamente. A difendere i cittadini dalle
loro malefatte, con lo scopo di stanare i criminali in giacca e
cravatta è sorta l’Unità Criminale White Collar del FBI.
Dopo la messa in onda del primo episodio sul web, parte da stasera ore 21.55 su Fox Crime, White Collar,
nuova serie statunitense che volge lo sguardo su una realtà nuova per
la fiction, quella dei crimini dei colletti bianchi. Ideata da Jeff
Eastin, White Collar mescola vari generi: dal poliziesco al dramma,
dalla commedia al romanzo sentimentale. Protagonisti del telefilm, in
onda Oltreoceano su Usa Network, un poliziotto vecchio stampo, Peter Burke (Tim DeKay: Ncis, Csi Miami) ed un astuto e a affascinate mago della truffa, Neal Caffrey (Matt Bomer: Tru Calling, Chuck).
I due si
trovano inaspettatamente a collaborare quando Neal fugge dal carcere, in
cui era rinchiuso, per capire che fine ha fatto la fidanzata,
misteriosamente scomparsa dopo l’ultimo colloquio. Una volta scoperto,
infatti, che della donna non c’è traccia, si lascia facilmente catturare
dall’agente Burke per proporgli un patto. Il truffatore aiuterà
l’agente nelle sue indagini, svelando i trucchi del mestieri, in cambio
della tutela in semilibertà, in questo modo potrà continuare agevolmente
le ricerche della fidanzata scomparsa.
Ma il rapporto tra i due, costretti a
lavorare fianco a fianco, non sarà facile e darà vita a divertenti
situazioni, soprattutto quando ad entrare in scena sarà Elizabeth,
moglie dell’agente Burke (Tiffani Thiessen: Beverly Hills 90210, What About Brian).
White Collar – Fascino criminale è una
serie tv di Jeff Eastin con Tiffani Thiessen, Sharif Atkins, Matthew
Bomer, Tim DeKay, Willie Garson, Natalie Morales, James Rebhorn, Diahann
Carroll, Alexandra Daddario, Noah Emmerich. Prodotta in USA. La serie
viene trasmessa dal 23.10.2009 e per ora è composta da una stagione.
Come fosse un fiume carsico, la Brexit periodicamente
riconquista la ribalta dei media, con questioni che si stanno
ripercuotendo principalmente all’interno del Regno Unito, dalle pulsioni
secessioniste della Scozia alla gestione delle frontiere e dei
controlli doganali tra Regno Unito e Irlanda del Nord da un lato e tra
Irlanda del Nord e Irlanda dall’altro. Sembra sempre più che la Brexit,
lungi dall’essere l’inizio della fine dell’UE, possa invece essere
l’inizio della fine dell’UK, almeno per come l’abbiamo conosciuto
finora.
Forse
qualcuno ricorda ancora lo scandalo finanziario dei Panama Papers e
quel sentimento di speranza e di gioia che inizialmente accompagna la
scoperta di documenti su truffe fiscali nei paradisi fiscali. Molti
cittadini stavano pregustando l’ipotesi che diversi ricchi evasori
presenti nell’inchiesta dell’Icij – International consortium of investigative journalists
– avrebbero finito per ricevere la giusta punizione per la loro cattiva
condotta. I paradisi fiscali servono infatti principalmente a ripulire
capitali di dubbia provenienza, ad operare senza controlli, a non pagare
le tasse. Ed offrono servizi alle élite potenti e non alla gente
comune.
Negli oltre 11 milioni di documenti pubblicati nell’inchiesta e
provenienti dallo studio panamense Mossack-Fonseca, tra i sospetti
riciclatori/occultatori/trafugatori di capitali si rintracciano capi di
Stato, imprenditori, uomini del mondo dello spettacolo e dello sport
nonché delle importanti banche (Unicredit, Ubi Banca e Banca
Intermobiliare).
Allo
scoppio dello scandalo nell’aprile 2016, il settimanale l’Espresso
pubblicò i primi 260 nominativi di italiani coinvolti. Tra essi
figuravano 13 contribuenti toscani, di diversa provenienza: 9
imprenditori, 1 amministratore d’azienda, 1 ex banchiere, 1 cuoco, 1
gioielliere. Muovendo dai documenti rivelati dall’Espresso
la ex direttrice generale della Agenzie delle Entrate Rossella Orlandi
annunciò immediatamente l’apertura di una maxi-inchiesta sugli italiani
aventi un conto nei paradisi offshore, indicando che si sarebbe
proceduto con una verifica a tappeto su ogni singolo nome della lista.
Anche il procuratore di Torino Armando Spataro, annunciò in parallelo
l’apertura di indagini per la commistione di possibili reati legati al
riciclaggio.
Tuttavia l’essere presenti nelle liste dei Panama Papers, non implica
automaticamente la commissione di un reato tributario. Infatti
l’apertura di un conto offshore, può essere correlata ad affari
legittimi a Panama o in America Latina, ovvero alla volontà di un
individuo di proteggere i propri beni facendo ricorso ad
un’amministrazione fiduciaria (Trust). Inoltre occorre considerare che
ci sono almeno tre strumenti normativi, che possono aver giocato un
ruolo positivo a favore dei soggetti che utilizzavano i servigi dello
studio Mossack Fonseca, rendendone lecita la propria posizione, pur
essendo essa nata in una condizione di irregolarità.
Innanzitutto lo scudo fiscale Berlusconi-Tremonti del 2009 che ha
costituito una sorta di vero e proprio lasciapassare in quanto
congegnato come “anonimo” e di carattere tombale, sul piano penale e
amministrativo.
Poi la collaborazione volontaria del 2015 – voluntary disclosure – per
far emergere i capitali detenuti all’estero, che ha avuto un bilancio
estremamente positivo, con quasi 130 mila adesioni e 60 miliardi di
attività svelate al fisco. Pur dovendosi tener conto che sui 60 miliardi
di euro di attività emerse, la parte da leone l’ha fatta la Svizzera
con 41,4 miliardi di euro (70% del totale), mentre quelle legate allo
Stato di Panama hanno avuto un’incidenza alquanto marginale con appena
150 milioni di euro emersi (0,25% del totale).
Infine quale terzo strumento, la prescrizione dei reati commessi tra
1975 e il 2004, che dal punto di vista tributario non rendeva più
accertabile e perseguibile l’esportazione di capitali avvenuta in tale
periodo.
Ma rintracciare e perseguire a Panama i detentori dei capitali che
non avessero rispettato le norme sul fisco, che si stimavano poter
essere almeno la metà degli 800 cittadini coinvolti, si è rivelata ben
presto un’operazione non agevole e piena di difficoltà.
A cominciare dall’ostacolo che impediva di richiedere dati e
informazioni alle autorità panamensi, senza aver prima ratificato da
parte italiana la Convenzione bilaterale, stipulata nel dicembre 2010
per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e
per prevenire le evasioni fiscali. Per condurre in porto questa ratifica
ci sono voluti infatti 7 mesi ed essa è avvenuta solo nel novembre
2016, con la legge n. 208/2016. Per tutto l’anno 2017 non vi è traccia
di un bilancio operato dalle nostre autorità fiscali sui risultati
specifici ottenuti dalle indagini iniziate all’indomani dello scoppio
dello scandalo. Neanche nella audizione informale effettuata il 5 aprile
2017 alla Commissione finanze della Camera, l’ex direttore generale
Rossella Orlandi è stata in condizione di fornire notizie sull’esito
delle verifiche a tappeto un anno prima annunciate, dando conto di
risultati che in concreto diventano sempre più difficili da raggiungere
via via che passa il tempo.
Tra un mese saranno passati due anni dall’emersione dello scandalo
dei Panama Papers e vi è sempre maggiore intolleranza nell’opinione
pubblica, specie nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica,
di fronte all’evidenza che i cittadini più abbienti possano spostare i
capitali in paradisi fiscali, non pagando le imposte dovute.
Molti paesi con l’ausilio di nuove tecnologie e valendosi dello
scambio di informazioni tra amministrazioni fiscali approntato in sede
internazionale dall’Ocse, hanno usato i documenti dell’inchiesta per
rintracciare gli evasori fiscali, recuperando perdite per oltre 500
milioni di euro, come risulta dai dati raccolti dal gruppo Jitsic – Joint International Taskforce on Shared Intelligence and Collaboration – presso l’Ocse.
Un buon esempio per adesso limitato allo svolgimento delle indagini
finanziarie ci viene oggi dal Canada Nel sito del giornale La Presse
è comparsa infatti la notizia
che nell’ambito degli sviluppi dell’inchiesta Panama Papers, le
autorità fiscali canadesi il 14 febbraio 2018, hanno effettuato tre
perquisizioni nelle sedi di Vancouver, Calgary e Toronto, avendo come
bersaglio una serie di transazioni riguardanti società straniere.
Alle indagini anche di carattere penale, hanno partecipato trenta
investigatori ed ufficiali di polizia federali e soprattutto è stato
sottolineato che il governo del premier Justin Trudeau, ipotizza di
poter recuperare da questa lotta alla frode fiscale, 2,6 miliardi di
dollari di tasse evase in cinque anni.
Un buon esempio che speriamo metta anche il nostro fisco sulla strada
del condurre con determinazione ed efficacia la lotta ai patrimoni
illeciti e che alle formali dichiarazioni di voler combattere seriamente
l’evasione fiscale segua poi un’effettiva volontà in tal senso.
Anche per non dare l’impressione che più che seguire il flusso dei
soldi maneggiati dai contribuenti più facoltosi, preferisce concentrare
la maggior parte delle proprie energie nel combattere a tavolino gli
errori formali dei contribuenti più poveri.
Alimentando il sentimento di un’insopportabile disuguaglianza, simile
a quello che Giovanna Dark nell’opera di Bertolt Brecht “Santa Giovanna
dei Macelli”, esprime con queste parole “E vi sono due lingue in
alto ed in basso e due misure per misurare, e chi ha viso umano più non
si riconosce, ma chi è in basso, in basso è costretto, perché chi è in
alto, in alto rimanga”.
Grazie ai Panama Papers rientrano più di un miliardo di dollari dai paradisi fiscali. E in Italia? Solo 65 milioni
Un vero e proprio tesoro recuperato
grazie allo scoop giornalistico del consorzio Icij di cui fa parte
L’Espresso. L’inchiesta di cinque anni fa scoprì gli uomini di Putin,
il re saudita, il calciatore Messi e il presidente argentino Macrì. Nel
nostro Paese, le carte hanno aiutato anche indagini penali
di Paolo Biondani e Leo Sisti
Più di un miliardo e 300 milioni di dollari, entrati nelle
casse di almeno ventiquattro Stati. Sono soldi dei grandi evasori,
recuperati dalle autorità nazionali grazie all’inchiesta giornalistica
Panama Papers. Fino a cinque anni fa le cosiddette offshore, le società
anonime con sede nei paradisi fiscali, sembravano fortezze
inespugnabili: le indagini giudiziarie riuscivano a smascherarne i
beneficiari solo in casi rari, per singoli individui accusati di reati
gravi. Il muro è crollato nell’aprile 2016, quando oltre 370 giornalisti
di più di cento testate di ottanta Paesi tra cui L’Espresso per
L’Italia, hanno cominciato a pubblicare tutti, in simultanea, i
risultati di un’inchiesta durata più di un anno: un lavoro collettivo
(nome in codice: Prometheus) coordinato dall’International Consortium of
Investigative Journalists (Icij), che ha svelato i segreti di oltre 214
mila società offshore. Tesorerie anonime create da uno studio legale di
Panama, Mossack Fonseca, con filiali in altri paradisi esentasse come
Isole Vergini Britanniche, Seychelles, Bahamas, Malta, Cipro, Singapore.
L’inchiesta Panama Papers è nata da una colossale fuga di notizie:
oltre undici milioni di documenti ottenuti da due cronisti del
quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, che li ha condivisi con il
network giornalistico di Washington. Lo scoop, che ha fruttato al
consorzio Icij il prestigioso premio Pulitzer, ha rivelato i nomi dei
beneficiari di una montagna di offshore: tra i clienti di Mossack
Fonseca c’erano personaggi ricchi e potenti di oltre 200 nazioni. Gli
articoli hanno innescato indagini giudiziarie e fiscali in tutti i
continenti. Il risultato è il recupero di un bottino che finora
ammonta a più di un miliardo e 364 milioni di dollari (per l’esattezza,
1.364.987.603): una cifra che si basa sui dati forniti da 24 Paesi, tra
cui l’Italia. Il bilancio cresce ogni anno: solo nel 2021 gli
evasori hanno dovuto sborsare 185 milioni. Ma l’incasso globale è molto
più elevato: mancano all’appello, infatti, i soldi riscossi da oltre 50
nazioni, tra cui Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina, che per ora
non rispondono alle richieste di pubblicare i dati.
Gli importi misurano, indirettamente, l’efficacia delle verifiche
fiscali nei diversi Paesi. Chi ha recuperato di più? La palma spetta al
Regno Unito, con 252,7 milioni di dollari. Seguono Germania (195,6),
Spagna (166,5), Francia (142,2), Australia (137,6) e Colombia (88,8).
L’Italia è in settima posizione, con 65,5 milioni di dollari, che
corrispondono a 56 milioni e 600 mila euro. Soldi già incamerati dallo
Stato, come conferma l’Agenzia delle Entrate, grazie alle indagini
originate dai Panama Papers, a cui potranno aggiungersi altre
istruttorie (penali o tributarie) non ancora concluse.
In Italia il consorzio Icij è rappresentato in esclusiva da L’Espresso. Tra
le carte di Panama il nostro settimanale aveva identificato, nel 2016,
più di 800 soggetti italiani: persone fisiche, o in qualche caso
società, titolari di offshore. In questi cinque anni la Guardia di
Finanza e l’Agenzia delle Entrate hanno chiesto spiegazioni a tutti gli
interessati, con domande molto semplici: ha dichiarato al fisco italiano
la sua società offshore? Ha pagato le tasse? Su 807 soggetti, ben 498
sono stati colti in flagrante: non avevano dichiarato niente. Quindi
hanno dovuto pagare le tasse evase, con sanzioni e interessi. Altri 309
hanno invece evitato le multe perché si erano già messi in regola con la
voluntary disclosure.
Tra i paradisi preferiti dagli evasori tricolore, secondo le indagini sui Panama Papers, spiccano le Seychelles,
dove c’erano 656 offshore registrate da italiani, per lo più su
consiglio di una banca d’investimenti di Montecarlo. Al secondo posto,
le Isole Vergini Britanniche, con 321, seguite dalle Bahamas (53) e
Panama (44). Nei casi più rilevanti, i presunti evasori sono stati
denunciati alla magistratura. Ci sono diverse Procure italiane che
continuano a indagare: si contano almeno 13 richieste di assistenza
internazionale, trasmesse a varie nazioni come Principato di Monaco,
Svizzera, Singapore, Regno Unito, Gibilterra, Guernsey, Lussemburgo,
Isola di Man, Jersey, Cina, Russia, Uruguay e naturalmente Panama.
A
livello mondiale, nelle oltre 200 mila società anonime, fondazioni e
trust registrate negli archivi di Mossack Fonseca, sono spuntati
centinaia di nomi eccellenti: 11 capi di Stato o di governo in
carica, decine di politici, stelle dello spettacolo, imprenditori,
campioni del calcio. Ma anche molti criminali: almeno 3.500, secondi i
dati raccolti dall’agenzia europea Europol.
Nei Panama Papers
ha fatto rumore soprattutto la cerchia degli intimi del presidente russo
Vladimir Putin. Amici da una vita, come i fratelli Arkady e Boris
Rotenberg, diventati miliardari acquisendo società privatizzate, avevano
almeno otto società alle Isole Vergini, intestatarie anche di proprietà
italiane. Un violoncellista legatissimo al presidente russo, Sergei
Roldugin, controllava altre tre offshore, che hanno gestito centinaia di
milioni. Esploso lo scandalo, Putin ha smentito che fosse un suo
tesoriere-prestanome, dichiarando alla tv russa che il musicista usava
quei soldi per «comprare strumenti musicali per il conservatorio di
Mosca». Un trust collocato in un paradiso fiscale ha tradito anche
l’allora premier inglese David Cameron, costretto ad ammettere di averne
ereditato una quota dal padre. Tra i clienti più ricchi di Mossack
Fonseca c’era il re dell’Arabia Saudita, Salman Bin Abdulaziz, padre del
principe ereditario Mohammed Bin Salman, attuale uomo forte del regime.
Il sovrano usava le offshore per comprare yacht e palazzi di lusso a
Londra senza fastidi fiscali. In Argentina i Panama Papers hanno
coinvolto le imprese dell’allora presidente Mauricio Macrì e l’asso del
calcio Lionel Messi. In Pakistan sono emerse proprietà estere
dell’allora primo ministro Nawaz Sharif, rimosso dalla carica nel 2017
dalla Corte suprema.
In Italia le carte di Panama hanno
aiutato anche indagini penali. Un personaggio chiave è Gianluca
Apolloni, romano, diventato nel 2008 responsabile della filiale italiana
di Mossack Fonseca. La sua attività è frenetica. Apre dozzine di
società tra Panama, Bahamas, Samoa, Anguilla, Cipro e Seychelles per
ignoti clienti. Nel 2013 viene incriminato in un blitz che porta anche
all’arresto di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il mafioso ex sindaco
di Palermo. Lui si proclama innocente, ma lo studio di Panama lo
licenzia. Quando L’Espresso pubblica il suo nome, la Guardia di Finanza
apre una nuova indagine e riesce per la prima volta a fotografare tutta
la galassia gestita da Apolloni: più di 200 offshore. L’indagine porta
al sequestro di edifici, terreni e conti correnti per oltre 35 milioni.
I Panama Papers aprono nuove piste anche nello scandalo del Mose di Venezia.
Dopo decine di condanne per corruzione, restava aperto un
interrogativo: dove sono finite le tangenti? I documenti pubblicati
dall’Espresso illuminano una offshore controllata dal
commercialista-prestanome di Giancarlo Galan: è la traccia che porta la
Finanza a identificare un tesoro estero dell’ex governatore veneto. A
cascata, l’indagine svela una rete più ampia di evasori: imprenditori
veneti che portavano soldi nei paradisi fiscali grazie al commercialista
di Galan e ai suoi soci di studio a Padova.
Da Panama passa anche la caccia al tesoro di Francesco Corallo, il
figlio di un pregiudicato catanese che nel 2004 ha ottenuto la
ricchissima concessione statale per le slot machine. Ora è sotto
processo con l’accusa di aver frodato il fisco per oltre 250 milioni e
corrotto politici di destra come Gianfranco Fini. Nel 2016 L’Espresso
collega a Corallo una offshore creata pochi mesi prima a Dubai. Le
indagini dei finanzieri dello Scico poi confermano che è una tesoreria
no-tax da 40 milioni di euro, di cui la procura di Roma ha ordinato il
sequestro.
Grazie ai Panama Papers, solo nel 2016 sono state aperte 150 indagini giudiziarie in 80 Paesi.
Una delle più scottanti riguarda Malta. Daphne Caruana Galizia, la
giornalista uccisa nel 2017 da un’autobomba, fu la prima a collegare due
offshore a un politico potente, l’allora capo di gabinetto Keith
Schembri, ora incriminato per frode fiscale e riciclaggio. Per
l’omicidio di Daphne è sotto accusa, come mandante, un uomo d’affari
legatissimo al governo maltese. All’inchiesta giornalistica, per il
consorzio, ha lavorato anche il figlio della vittima, Matthew Caruana
Galizia.
I Panama Papers hanno ispirato libri, studi
economici, perfino un film con Meryl Streep e Antonio Banderas (titolo
originale, “Laundromat”: lavatrice di soldi sporchi). Lo scandalo
globale dei ricchissimi che non pagano le tasse, e dei delinquenti che
riciclano, ha portato anche al varo di nuove leggi. Negli Stati Uniti,
dopo la vittoria dei democratici, in gennaio è stato approvato il
Corporate Transparency Act (prima bloccato da Trump), che obbliga a
dichiarare i titolari effettivi delle società. Lo stesso obiettivo è
previsto dall’ultima direttiva anti-riciclaggio dell’Unione Europea. Che
però necessita di leggi nazionali di attuazione, che l’Italia ha
approvato con tre anni di ritardo e gravi lacune: se il proprietario di
una offshore non vuole farsi identificare, può ancora nascondersi dietro
un «rappresentante legale».
Cavilli e scappatoie continuano ovunque a minare la lotta all’evasione e al riciclaggio. I
cronisti tedeschi dei Panama Papers, Bastian Obermayer e Frederick
Obermaier, chiesero a una collaboratrice di Mossack Fonseca, Leticia
Montoya, come poteva gestire migliaia di società offshore. La sua
risposta è sempre valida: «Non ho la più pallida idea di che società
siano, chi le controlli e cosa facciano». Per il virus della finanza
offshore, il vaccino è ancora lontano.