L'ESERCITO SOTTO IL CONTROLLO DEL SIGNOR NESSUNO

 

L’Unione o il sesso degli angeliL’esercito europeo non è un sogno, ma una pressante necessità

L’assenza di politica comune di sicurezza costituisce a breve o medio termine la principale minaccia alla sopravvivenza degli Stati membri contro i nemici esterni e interni. Contrariamente a ciò che pensa il presidente francese Macron, la strada da fare per raggiungere un obiettivo così ambizioso è ancora molto lunga

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Il 15 novembre scorso, Die Welt ha riferito dell’iniziativa di membri SPD del Bundestag che riguarda la creazione di un 28esimo Esercito europeo: un Esercito europeo comune.  Contrariamente al presidente francese Emmanuel Macron che nella sua intervista a Le Grand Continent ha detto l’«Europa della Difesa, che si riteneva impensabile, noi l’abbiamo fatta», Fritz Felgentreu e i suoi colleghi ritengono che, in quel campo, l’Europa abbia ancora molto da fare e forniscono un progetto di risposta concreta. 

La prima qualità della loro proposta è, senza dubbio, di indicare senza ambiguità una strada che consenta all’Unione di realizzare una reale condivisione di sovranità in un campo particolarmente sensibile, quello della sicurezza comune dei 27 Stati membri. 

Il progetto propone che questo esercito sia comune e «comunitario»: in altri termini, che venga integrato nelle istituzioni dell’Unione, che sia composto di soldati europei e non di contingenti degli eserciti nazionali. Altra qualità incontestabile, secondo la proposta SPD è non solo compatibile ma complementare con un approccio della difesa dell’Europa articolato sugli eserciti nazionali e l’appartenenza alla Nato, cosi come riformulata brillantemente dalla ministra tedesca della difesa Annegret Kramp-Karrenbauer in occasione del suo recente discorso all’Università della Bundeswehr di Amburgo. 

Questa proposta ha suscitato delle critiche fra le quali quelle particolarmente interessanti e suggestive del molto influente Presidente della Commissione degli Affari esteri del Bundestag, il democristiano Norbert Röttgen.  Secondo lui «L’UE non è uno Stato, ma i suoi membri lo sono. È qui che la proposta dello SPD fallisce fondamentalmente».

Se la questione della «natura dell’Unione europea» non è certamente priva di interesse – è del resto da decenni oggetto del lavoro di numerosi accademici -, gioverà richiamare, alla luce di quelle che, classicamente, sono considerate le prerogative sovrane, che la difesa è stata ampiamente delegata dalla maggior parte degli Stati membri dell’Unione a una autorità sovranazionale, la Nato. Lo stesso vale per una parte significativa della sicurezza interna ormai gestita congiuntamente (spazio Schengen), mentre in materia di diritto e di giustizia gli Stati membri riconoscono il primato delle Corti di Lussemburgo e di Strasburgo.

Per quanto riguarda la sovranità monetaria, la maggior parte degli Stati membri hanno creato una unione monetaria la cui gestione è stata affidata alla Banca centrale europea. Solo la sovranità di bilancio rimane ancora, essenzialmente, una prerogativa degli Stati membri. Ma, a meno di considerare, ed è il nostro caso, che l’Unione meriti di meglio che una disputa dello stile di quella del sesso degli angeli che occupò i Bizantini assediati, si potrebbe legittimamente chiedere al Dr. Röttgen se considera che gli Stati membri dell’Unione sono ancora, a tutti gli effetti, degli Stati. 

I limiti dello scenario proposto dallo SPD
Il Dr. Röttgen, peraltro candidato alla Presidenza della CDU, afferma anche che «L’UE non sopravvivrebbe a lungo d una operazione militare della Commissione europea contro la volontà di alcuni Stati». Ha ragione e, cosi facendo, mette il dito su una delle debolezze della proposta dello SPD. L’architettura istituzionale proposta coinvolge in effetti solo la Commissione e il Parlamento europeo. Ma la proposta dello SPD non è inamendabile. 

Esistono del resto altre proposte che vanno nella stessa direzione. Quella, per esempio, lanciata da Radoslaw Sikorski, già ministro polacco degli Affari esteri, che propone sulla base del modello francese, la creazione di una Legione europea

Un’altra proposta mira a istituire una Cooperazione rafforzata in vista della creazione di un Esercito europeo comune  e prevede un’architettura istituzionale che coinvolge le quattro istituzioni dell’Unione. Secondo questo progetto, il Parlamento europeo e il Consiglio (dei Ministri) parteciperebbero all’elaborazione delle grandi linee della politica di sicurezza e assicurerebbero la funzione di controllo, la Commissione definirebbe, in interazione con il PE e il Consiglio, le priorità della politica di sicurezza, la attuerebbe e assicurerebbe la gestione politica dell’esercito comune e il Consiglio europeo autorizzerebbe, su proposta della Commissione, il dispiegamento dell’esercito europeo. 

Trattandosi di questioni «di vita e di morte», sono quindi gli Stati membri rappresentati al più alto livello che avrebbero, come sostenuto a suo tempo dal l’allora segretario generale del Consiglio, l’Ambasciatore Pierre de Boissieu, l’ultima parola sul mandato che autorizzi il Presidente della Commissione a varare un’operazione militare. 

Se, per ipotesi, viene considerata una cooperazione rafforzata che riunisca 19 Stati membri (Belgio, Bulgaria, Croazia, Spagna, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Rep. Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia) e una decisione del Consiglio europeo presa alla doppia maggioranza dei due terzi (Due terzi degli Stati partecipanti rappresentanti due terzi della popolazione degli Stati partecipanti), siamo molto lontani da uno scenario nel quale uno Stato membro si vedrebbe costretto ad accettare una decisione in contrasto con i suoi interessi vitali.

D’altronde l’esperienza istituzionale dell’Unione ci insegna che il voto alla maggioranza non favorisce l’abuso di potere da parte di una maggioranza contro una minoranza ma costituisce invece una condizione indispensabile per raggiungere un consenso che abbia senso. Peraltro, nell’ipotesi considerata, la Germania e la Francia, che riuniscono più di un terzo della popolazione, o sette Stati sui 19 parte della Cooperazione rafforzata, potrebbero costituire una minoranza di blocco.

Ma l’affermazione del candidato alla Cancelleria quanto ai rischi che un esercito comune comporterebbe per la sopravvivenza dell’Unione europea non è retorica. La questione della sopravvivenza dell’Unione europea è molto concreta. Però qui, contrariamente al Dr. Röttgen, riteniamo che è l’assenza di politica europea comune di sicurezza che costituisce a breve o medio termine la principale minaccia alla sopravvivenza dell’Unione. 

Come, se non tramite un luogo comune di elaborazione, di composizione degli interessi di tutti e di decisioni politiche comuni, ivi compreso quelle che dovrebbero poggiarsi su uno strumento militare comune, potrebbe l’Unione affrontare questioni che riguardano certamente tutti gli Stati membri ma con un’acuità e delle modalità molto diverse? Da questo punto di vista, la questione turca è emblematica. 

In effetti tutti gli Stati membri sono vittima della politica di ricatto in materia di emigrazione condotta da Ankara. Ma la Grecia è in prima linea. Le pretese marittime della Turchia riguardano certamente la Grecia in primo luogo, ma anche l’Unione nel suo assieme se si considera per esempio che le pretese turche ipotecano la realizzazione di gasdotti tra Cipro e il sud dell’Europa. 

Diversi Stati membri hanno accolto importanti popolazioni originarie della Turchia. Ma alcuni, la Germania in particolare, in proporzioni molto rilevanti. Eppure oggi, invece di una risposta che articolerebbe in modo coerente e in base ai valori promossi dall’Unione l’insieme degli interessi degli Stati membri, assistiamo a incessanti tentativi di combinazioni tra opposti. 

Queste combinazioni sfociano in risposte europee puramente declamatorie oppure in prese di posizione di Stati membri radicalmente diverse se non addirittura antagonistiche come, per esempio, quando l’uno promuove l’appeasement, in genere accompagnato da ingenti quantità di monete sonanti mentre un altro agita la minaccia di un accerchiamento. Oppure quando l’uno vende sommergibili ad Ankara e l’altro vascelli e aerei da caccia ad Atene. 

L’approccio «europeo» alla questione libica rientra nello stesso registro. L’intervento voluto da Nicolas Sarkozy e David Cameron – inopportuno o ampiamente insufficiente a seconda dei punti di vista – era segnato da una logica profondamente anti-europea in quanto si fece contro il paese membro dell’Unione che intratteneva, per ragioni storiche, dei rapporti economici privilegiati con la Libia. Checché se ne pensi a Parigi, questa forzatura ha lasciato tracce profonde a Roma e continua per altro, oggi ancora, ad alimentare le divisioni degli europei su questo dossier, gli uni sostenendo il regime di Tripoli, gli altri il Maresciallo Haftar. 

L’elenco dei segnali d’allarme in materia di sicurezza dell’Unione europea non si ferma qui. Vi figurano anche l’Ucraina, la Bielorussia e la Moldavia, anche se, piaccia o no ad alcuni, l’Unione usufruisce, nella fattispecie, del contributo diplomatico e militare implicito dell’Organizzazione atlantica. 

Ci possiamo aggiungere la Georgia e, come l’attualità ce lo ha tristemente ricordato, il Nagorno Karabakh per il quale l’Europa è rimasta muta, ivi compreso di fronte all’implicazione nel conflitto – diretta e via l’invio di mercenari jihadisti siriani – del governo turco, il successore del regime che ha perpetrato il genocidio armeno nel 1915.

Ma questo elenco sarebbe incompleto senza la Siria, senza l’interminabile tragedia che alcuni si sono del resto ingegnati a trasformare in una formidabile e infame macchina che produce profughi. Dal punto di vista che qui ci interessa, la questione siriana evidenzia un’altra debolezza della proposta dello SPD: quella della dimensione dell’esercito proposto. 

Nell’ipotesi di una operazione di peace making in Siria, un esercito europeo comune in grado de dispiegare 2.500 soldati sarebbe stato, come è evidente, totalmente insufficiente. L’ordine di grandezza è tutt’altro. Sarebbe stato necessario un esercito di 100.000 soldati in grado di dispiegare 35.000 soldati in modo continuo, per un costo stimato a 25 o 30 miliardi di euro l’anno, ovvero l’equivalente dello 0,3 % del PIL degli Stati membri. Sarebbe «finanziariamente irresponsabile» per l’Unione destinare un tale importo per assicurare la propria sicurezza? 

Ma una politica de sicurezza europea degna di questo nome non dovrebbe soltanto premunire l’Unione contro minacce esterne. Ne esistono al proprio interno. Per esempio, alcuni territori che non fanno formalmente parte dell’Unione ma sono, a tutti gli effetti, parti di uno Stato membro. Pensiamo in particolare alle isole Sparse dell’Oceano indiano, alle Terre australi e, in particolare, alla Polinesia francese il cui settore marittimo ricopre più di 240.000 km2 e la cui zona economica esclusiva più di 4,5 milioni di km2, ovvero più della superficie dell’insieme degli Stati membri dell’Unione europea. 

Difficilmente si può immaginare come questo immenso arcipelago, ubicato a più di 15.000 chilometri da Parigi, potrebbe, sic rebus stantibus, essere difeso contro eventuali pretese da parte di una grande potenza dal regime autoritario. Si intravede invece facilmente che la coesione dell’Unione sarebbe messa a dura prova dall’occupazione di tutto o parte di questo territorio francese. 

Sempre dal punto di vista della coesione dell’Unione, non è probabilmente superfluo interrogarsi sin d’ora sulle conseguenze dell’inevitabile potenziamento dell’esercito tedesco risultante dal solo fatto dell’attuazione da parte di Berlino dell’impegno preso nel quadro della Nato di dedicare 2% del suo Prodotto interno lordo alle proprie spese di difesa. Già oggi i bilanci tedesco e francese della difesa sono equivalenti.

Se viene esclusa la parte dedicata dalla Francia alla dissuasione nucleare, il bilancio tedesco è già ampiamente superiore al bilancio della difesa convenzionale francese. Nella misura in cui, con un bilancio della difesa che ammonta a 1,38%, la Germania è molto più lontana dall’obiettivo dei 2% da raggiungere nel 2024 che non lo sia la Francia che ci dedica già l’1,82% (Nato, stime per il 2019), si intravede il differenziale futuro e il carattere effimero dell’indubitabile vantaggio qualitativo in termini di difesa di cui si può avvalere oggi la Francia. Si può ragionevolmente pensare che un tale sconvolgimento degli equilibri esistenti possa essere gestito «all’antica», al di fuori di un approccio comune, di un approccio risolutamente europeo?

No, l’esercito europeo non è solo un sogno, è una imperiosa necessità. Un’Unione senza esercito comune, è la garanzia di incubi futuri.

Vaccini Covid. Consiglio d'Europa vota per il no a obbligo e passaporti sanitari: l'utopia dello stato umano ha perso solo una battaglia, non la guerra - BRUXELLES DELENDA EST

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Vaccini Covid. Consiglio d'Europa vota per il no a obbligo e passaporti sanitari


Nel rapporto approvato si evidenzia poi che “gli Stati devono informare i cittadini che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno deve farsi vaccinare se non lo vuole”, e bisogna “garantire che nessuno sarà discriminato se non è vaccinato”. Infine i parlamentari hanno votato quasi in blocco per inserire un emendamento con cui si dicono contrari all'uso dei certificati di vaccinazione come passaporti.

28 GEN - Gli Stati non devono rendere la vaccinazione contro il Covid obbligatoria per nessuno e almeno per il momento non devono utilizzare i certificati di vaccinazione come passaporti.
 
E' quanto riferisce l’Ansa a conclusione dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa con il rapporto “Vaccini Covid-19: questioni etiche, legali e pratiche” votato a larghissima maggioranza
 
L'assemblea, che considera i vaccini un “bene pubblico globale”, sostiene che “deve essere garantito che tutti i Paesi abbiano potuto vaccinare il personale medico e i gruppi vulnerabili prima di estendere la vaccinazione ai gruppi non a rischio”. 
 
Nel rapporto si evidenzia poi che “gli Stati devono informare i cittadini che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno deve farsi vaccinare se non lo vuole”, e bisogna “garantire che nessuno sarà discriminato se non è vaccinato”. Infine i parlamentari hanno votato quasi in blocco per inserire un emendamento con cui si dicono contrari all'uso dei certificati di vaccinazione come passaporti. 

 
Secondo l'assemblea “i certificati di vaccinazione devono essere utilizzati solo per monitorare l'efficacia, i potenziali effetti collaterali e negativi dei vaccini”, perché “utilizzarli come passaporti sarebbe contrario alla scienza in assenza di dati sulla loro efficacia nel ridurre la contagiosità, la durata dell'immunità acquisita”.
 
Ricordiamo che il Consiglio d'Europa (CdE) è un'organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l'identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa: fu fondato il 5 maggio 1949 con il Trattato di Londra, conta oggi 47 stati membri e la sua sede istituzionale è a Strasburgo, in Francia, nel Palazzo d'Europa.
 
Da sottolineare che il Consiglio d’Europa è estraneo all'Unione europea e non va confuso con organi di quest'ultima, quali il Consiglio dell'Unione europea o il Consiglio europeo.
 
In particolare l'Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che si è espressa oggi sui vaccini Covid, è composta da 324 parlamentari (e altrettanti supplenti) che formano le delegazioni delel forse politiche dei 47 paesi membri.

28 gennaio 2021
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LO STATO DI DIRITTO SEGRETO DI METTERNICH E DELLA SANTA ALLEANZA

 

L'Ue vuole dare i fondi del Recovery Plan solo ai paesi che rispettano lo stato di diritto

Secondo un recente accordo fra Commissione e Parlamento dell'Unione europea, si potrà impedire l'accesso ai finanziamenti comunitari e al Recovery Fund ai paesi membri che non rispettano la “rule of law”

Il collasso europeo del Safe Harbour
(foto: Getty Images)

Giovedì 5 novembre il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo (Pe) si sono accordati per l’applicazione di un nuovo meccanismo che permette all’Ue di negare i fondi comunitari agli stati membri che non rispettano la rule of law, ovvero lo stato di diritto. L’art. 2 del Trattato sull’Unione europea, infatti, stabilisce che “l’Unione si fonda sui valori del rispetto dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. Questo nuovo accordo storico tra Consiglio e Pe – che deve ancora ricevere l’approvazione finale – si inserirebbe nell’ampio Recovery Plan per le conseguenze del Covid-19 concordato fra i leader dell’Ue nel luglio del 2020

Per far fronte alla crisi economica e sanitaria dovuta alla pandemia – che in Ue e Regno Unito finora ha ucciso 235.648 persone – le istituzioni comunitarie hanno deciso di mettere in atto un Recovery Fund congiunto di 750 miliardi di euro, di cui 390 saranno trasferiti in sovvenzioni e gli altri 360 in prestiti. Il fondo si aggiunge al Quadro finanziario pluriennale dell’Ue (Multiannual financial framework, Mff), composto da un budget totale di 1.8 biliardi di euro stanziato per i prossimi sette anni. 

Se la nuova decisione di Bruxelles sarà approvata definitivamente, i governi dell’Ue non potranno accedere a questi finanziamenti se non rispetteranno i principi democratici della rule of law. I governi di paesi altamente a rischio di sanzioni, come Polonia e Ungheria, hanno annunciato che potrebbero bloccare la ratifica del Recovery Fund se il meccanismo non sarà di loro gradimento. Nella stessa giornata del 5 novembre, la ministra della Giustizia ungherese Judit Varga ha descritto il nuovo provvedimento come uno “strumento di ricatto ideologico”.

Cosa si intende per stato di diritto

Nel preambolo del Trattato sull’Ue (TUe) si legge che l’Unione si ispira “alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello stato di diritto”. Sempre all’art. 2, inoltre, il TUe specifica che “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società in cui prevalgono il pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà e l’uguaglianza tra donne e uomini”.

Il nuovo meccanismo e le difficoltà di attuazione

La battaglia di Bruxelles contro i governi illiberali in Unione europea è iniziata nel 2018, quando è stata presentata per la prima volta la proposta di un meccanismo simile da parte della Commissione europea. Il meccanismo concordato dall’Ue lo scorso 5 novembre, tuttavia, sarà più difficile da attivare di quello originariamente pensato. La decisione di tagliare i fondi ai governi richiederà l’approvazione di una maggioranza qualificata dei paesi membri: ossia gli stati occidentali e settentrionali dell’Ue non potranno applicare le sanzioni senza il supporto degli altri membri.

Inoltre, più che su i diritti umani, il nuovo meccanismo sembra concentrarsi maggiormente sui principi dello stato di diritto che “incidono o rischiano seriamente di incidere sulla sana gestione finanziaria del bilancio dell’Ue o sulla tutela degli interessi finanziari dell’Unione in modo sufficientemente diretto”, come riporta Politico. Tuttavia, nell’accordo è stata inclusa anche la menzione esplicita del “mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura” fra gli indicatori di una violazione della rule of law.

SPARISCI DALL'EUROPA, SEI PEGGIO DEL VELENO PER TOPI

 

Bielorussia: Borrell, non interferiamo, democrazia cuore Ue

Ministri esteri incontrano Tikhanovskaya

Redazione ANSA

 BRUXELLES - "Ore prima del Consiglio europeo abbiamo incontrato Svetlana Tikhanovskaya. Ci ha parlato della situazione in Bielorussia. Siamo incoraggiati dalla perseveranza dei bielorussi, specialmente delle donne, che mostrano un vero senso di leadership. Sosterremo un dialogo interno inclusivo, per elezioni libere e giuste. Questo non può essere considerata un'interferenza negli affari interni. La democrazia e i diritti umani sono al cuore dell'identità dell'Ue". Così l'Alto rappresentante dell'Ue, Josep Borrell, arrivando al Consiglio Ue dei ministri degli Esteri, risponde alle critiche di Mosca, che aveva bollato l'invito delle Istituzioni Ue alla leader dell'opposizione bielorussa, come un'interferenza. "Ci siamo incontrati con Svetlana Tikhanovskaya prima del Consiglio Esteri. L'Ue non ha un'agenda segreta. Il popolo bielorusso deve poter scegliere liberamente il suo presidente, senza persecuzioni o repressioni. Solo un dialogo nazionale inclusivo può portare ad una soluzione pacifica e sostenibile", aggiunge Borrell su Twitter. 

Sulla Libia "dopo mesi vedo ragione per un cauto ottimismo, c'è uno slancio positivo, c'è un cessate il fuoco, e dobbiamo usarlo. Ne parleremo al Consiglio europeo con i ministri degli Esteri". Così l'Alto rappresentante dell'Ue, Josep Borrell, annunciando "decisioni concrete sulla lista delle sanzioni".

"Le reazioni dell'Ue alle violazioni di qualsiasi principio o valore dell'Unione non possono essere 'à la carte': devono essere coerenti. Non c'è uno stallo diplomatico. Sono qui, pronto a mettere in atto la decisione politica presa alla riunione informale dei ministri degli Esteri a Berlino (Gymnich)". Così il ministro degli Esteri cipriota, Nikos Christodoulides, arrivando al Consiglio Ue. Al Gymnich era stato deciso di approvare sanzioni per una lista consistente di persone di alto livello politico per la situazione in Bielorussia (si parla di una quarantina di nomi), ma anche di elaborare una serie di proposte su possibili misure restrittive per la Turchia, nel caso di un fallimento del dialogo con Ankara sul dossier delle perforazioni illegali, nel Mediterraneo orientale. Venerdì, alla riunione dei 27 ambasciatori (Coreper), Cipro aveva bloccato il via libera alla lista delle sanzioni per la Bielorussia, per far pressione affinché si arrivi anche all'adozione di sanzioni contro Ankara. 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento:

CHE COS'E' IL COREPER

 

19/09/19

Per la democrazia – contro l’Unione Europea

Secondo questo articolo di spiked, è impossibile per la vita politica britannica recuperare una dimensione democratica in assenza della Brexit. Infatti, non esiste un’Europa democratica dei popoli che è stata tradita da governanti incapaci e malvagi. Esiste invece l’attuale costruzione europea, nata proprio allo scopo di privare i cittadini del controllo sulle decisioni politiche più importanti, che devono essere delegate a un’élite totalmente priva del dovere di rispondere delle sue azioni ai cittadini.

 

Di Mike Hume, 15 luglio 2019

 

 

Non possiamo rendere democratica la politica britannica senza la Brexit.

 

Qualsiasi programma di riforma democratica in Gran Bretagna deve comprendere – ma non limitarsi a – la Brexit. Lasciare l'Ue è la precondizione per rendere il Regno Unito una società veramente democratica, per due motivi.

In primo luogo, perché l'Unione europea non è solo antidemocratica– è intrinsecamente antidemocratica, perché priva i popoli d'Europa della libertà di decidere i propri destini.

 

 

E in secondo luogo, perché 17,4 milioni di persone hanno votato “leave”, il più grande mandato democratico nella storia britannica. Se l’establishment può sentirsi libero di ignorare o rovesciare il voto popolare, allora come possiamo dire di vivere in una società democratica?

 

Dalla sua fondazione come Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio nel 1953, poi diventata Comunità Economica Europea dal 1956, e infine Unione Europea dal 1993, un valore coerente sostenuto dall'élite dell'Ue è stata l’anti-democrazia – la creazione in Europa di un sistema che separa il potere e il controllo da qualsiasi espressione della volontà popolare.

 

L'obiettivo dell'UE non è mai stato quello di "rappresentare" i popoli d'Europa, ma di limitare la sovranità popolare e la democrazia. L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione antidemocratica delle élite politiche europee. Come ha scritto il principale giurista spagnolo Miguel Herrero de Minon sull'Ue vent'anni fa, "La mancanza di "demos" [il popolo] è la ragione principale della mancanza di democrazia. E il sistema democratico senza "demos" è solo "cratos" – potere." Da allora, l'UE 0si è ulteriormente adoperata nell’aumentare il potere della burocrazia e della tecnocrazia sulla sovranità nazionale e sulla democrazia popolare.

 

I Remainers membri dei partiti laburisti e liberaldemocratici affermano che dovremmo "restare e riformare". L'idea è apparentemente quella di colmare il "deficit democratico" di Bruxelles. Tuttavia, come ha osservato lo storico britannico di sinistra Eric Hobsbawm, è "ingannevole parlare di ‘deficit democratico’ dell'Unione Europea. L'Ue è stata esplicitamente costruita su basi non democratiche (cioè non elettorali) e pochi sostengono seriamente che altrimenti sarebbe arrivata dove è". Se ci rendiamo conto del carattere intrinsecamente antidemocratico dell'Unione Europea e delle sue istituzioni, perché preoccuparsi di cercare di riformarla?

 

 

Gli apologeti dell'UE sostengono che la sua formazione dopo la Seconda guerra mondiale sia stata un tentativo di salvare l'Europa da ulteriori conflitti. La verità è che le élite europee vedevano la sovranità nazionale come la causa principale della guerra – a causa dell'"egemonia" della politica nazionalista sui popoli d'Europa. In questa miope visione del mondo, la politica delle masse aveva portato alla guerra. Quindi, per coloro che cercano di costruire una nuova pace in Europa dall'alto verso il basso, la democrazia popolare era parte del vecchio problema, non della soluzione. I fondatori dell'Ue volevano gestire le questioni europee isolandosi dalla pressione delle masse e degli Stati nazionali (“al riparo del processo elettorale”, come ebbe a dire Mario Monti, NdVdE).

 

Mettere la camicia di forza alla democrazia nell’Europa occidentale del dopoguerra significava creare sistemi dotati di elezioni formali e rappresentanti eletti, ma che allo stesso tempo avrebbero portato la politica democratica lontana dalle decisioni importanti.

 

I segnali furono chiari nel 1951, quando i leader delle sei nazioni fondatrici – Germania Occidentale, Francia, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo –firmarono la famosa Dichiarazione Europea, che mise in atto la creazione della Comunità Europea e poi dell'Ue.  Essa affermava che i firmatari "danno prova della loro determinazione a creare la prima istituzione 'sovranazionale' e che così gettano le vere fondamenta di un'Europa organizzata". Il prefisso 'sovra', dal latino supra, significa sopra, oltre o fuori portata. Le istituzioni "sovranazionali" dell'Ue appena nata, avrebbero operato oltre e al di sopra della politica nazionale e al di fuori della portata dei cittadini di ogni Stato nazionale.

 

Dagli anni '50 ad oggi, la chiara intenzione delle élite politiche europee è stata quella di creare una struttura sovranazionale unitaria al di sopra e al di là della portata dei parlamenti nazionali. Guardate alle principali istituzioni che operano nell'Ue, in un clima di segretezza e di silenzio pubblico, le cui camere sono tanto svuotate dall'aria della democrazia quanto dal fumo del tabacco.

 

Il nucleo dell'attività dell'Ue si svolge attraverso il COREPER – il Comitato dei Rappresentanti Permanenti – una riunione di alti funzionari nazionali che gestisce il 90 per cento della legislazione dell'Ue. I suoi procedimenti sono trattati come segreti di stato, i suoi documenti sono di solito classificati come "non cartacei", il che significa che non sono accessibili da parte della stampa o del pubblico nonostante le presunte norme di trasparenza dell'Ue.

 

Il COREPER, in genere a porte chiuse, fa il grosso del lavoro di preparazione per le riunioni del Consiglio dell'Ue, che riunisce i governi per concordare le leggi europee. Gran parte di queste è già stata decisa nelle centinaia di comitati e gruppi di lavoro del Consiglio, che operano tutti in segreto. La grande vetrina dell'Ue è la riunione regolare del Consiglio Europeo, solitamente descritta come un "vertice" dei leader europei. Non c'è traccia pubblica di ciò che vi viene detto, esistono solo foto per i media e un comunicato del vertice preparato dal COREPER. Questo documento, noto come Conclusioni del Consiglio, impegna i governi a quanto è stato concordato, indipendentemente da ciò che accade nei loro parlamenti nazionali o nelle elezioni che abbiano luogo tra successive riunioni.

 

Come ha detto Bruno Waterfield, corrispondente da Bruxelles che esamina come la segretezza dell'Ue bypassa la democrazia, "le conclusioni del Consiglio sono un patto tra i leader che cancella e sostituisce il rapporto tra gli elettori e i loro governi". Questo è un punto chiave. Alcuni potrebbero obiettare, dopo tutto, che il Consiglio Europeo sia un simbolo di democrazia rappresentativa, poiché riunisce capi di governo eletti. Ma quando questi sono a porte chiuse nel Consiglio europeo, cessano di essere rappresentanti di Stati nazionali responsabili nei confronti dei loro elettori e si trasformano in una nuova entità politica: gli Stati membri dell'Ue. Questi capi degli Stati membri traggono la loro autorità dall'appartenenza all’Unione e dal loro sedersi al tavolo di vertice. Sono membri di un club esclusivo da cui il pubblico votante è escluso.

 

Poi c'è la Commissione Europea (Ce), l'unico organismo che può proporre una legge. La Ce è un organismo non eletto, che ritiene di praticare quello che uno dei suoi ex presidenti ha chiamato "dispotismo benigno". Questo organo burocratico propone e gestisce migliaia di norme e regolamenti dell'Ue, consultandosi con un esercito di funzionari esperti che non riconoscerebbero un elettore neanche se ne urtassero uno a pranzo in un ristorante di Bruxelles.

 

Per lo storico Perry Anderson, "la trinità di Consiglio, COREPER e Commissione" crea "non solo un'assenza di democrazia", ma anche "un'attenuazione della politica di qualsiasi tipo, come normalmente intesa. L'effetto di questo asse è quello di cortocircuitare – soprattutto al livello critico del COREPER – le legislature nazionali che si confrontano continuamente con una massa di decisioni sulle quali mancano di qualsiasi supervisione". Le questioni principali che riguardano la politica interna, anziché essere considerate questioni politiche da discutere e decidere nei parlamenti nazionali, vengono trattate come questioni tecniche da risolvere e archiviare nei comitati dell'Ue e nei vertici diplomatici segreti.

 

Ma cosa c’è di non democratico nel Parlamento Europeo eletto? Beh, è un parlamento, Jacques, ma non del tipo classico. Non ha il potere legislativo – non ha alcun potere di proporre e approvare leggi. Non elegge un governo, come i parlamenti delle nazioni europee. Non ha nemmeno il potere di scegliere dove ritrovarsi, dato che fa il pendolo tra Bruxelles e Strasburgo per capriccio della Commissione. È uno specchietto democratico per le allodole piuttosto grigio, costoso e poco convincente per un sistema in cui il vero potere proviene da consigli, commissioni e comitati attraverso diktat burocratici e accordi diplomatici segreti.

 

Le tendenze antidemocratiche che sono sempre state intrinseche, sono diventate più esplicite dalla formazione dell'Unione europea, un quarto di secolo fa. Le élite dell'Ue dichiarano ora la loro contrarietà alle frontiere  - "la peggiore invenzione mai fatta dai politici" secondo Jean-Claude Juncker. Naturalmente, non sono contrari ai confini intorno alla "Fortezza Europa", che hanno costruito e che difendono, spendendo grosse somme. I confini che odiano sono i confini nazionali all'interno dell'Europa, perché questi segnano gli Stati nazionali con governi sovrani e democratici. Juncker e i suoi amici non amano le frontiere non perché amano i migranti, ma perché disprezzano le democrazie nazionali.

 

Eppure, lo Stato nazionale – popolato da cittadini che chiedono conto ai governi delle loro azioni – rimane l'unica base per una democrazia funzionante che l'umanità abbia mai inventato. Qualsiasi idea di democrazia "europea" o addirittura di "democrazia globale" significa il suo contrario – sottrarre poteri ai cittadini per attribuirli a organismi sovranazionali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Commissione europea e le miriadi di organismi non governativi – che non rendono conto a nessuno - che appoggiano.

 

La regola dell'Ue che esige che gli Stati membri permettano la libertà di circolazione attraverso i loro confini, esemplifica il modo in cui gli eurocrati negano la democrazia, in nome della "libertà". Essa ha rimosso il diritto dei parlamenti nazionali di controllare democraticamente i loro confini. Il popolo di una nazione come la Gran Bretagna ha avuto un'immigrazione di massa imposta loro dall'alto, senza che mai essa fosse decisa nelle urne. Questo è stato uno dei motivi per cui molti di noi che non sono contrari all’immigrazione, e che magari hanno protestato a favore dei diritti dei migranti, hanno votato in favore della Brexit – per riprendere il controllo e consentire un dibattito democratico su questioni come l'immigrazione. Non è possibile un dibattito di questo tipo finché rimaniamo intrappolati nelle norme dell'Ue.

 

Il voto del 2016 rimane, ovviamente, la principale ragione democratica della Brexit. Anche se l'Unione europea fosse l'istituzione più responsabile al mondo, la democrazia richiederebbe ugualmente la nostra uscita dall’UE. Ma come hanno dimostrato gli ultimi tre anni, non c’è niente che faccia emergere gli istinti antidemocratici delle élite dell'Ue come le masse in rivolta che esprimono la loro volontà attraverso un referendum.

 

Non ci può essere una vera riforma democratica senza la Brexit. E non ci sarà una vera Brexit senza una rivolta democratica sostenuta contro l'establishment dei remainer del Regno Unito.

 

Mick Hume è un editorialista di spiked. Il suo ultimo libro, Ribelliamoci! Come l'establishment sta minando la democrazia – e ciò di cui ha paura, è pubblicato da William Collins.

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