FINE DI UNA SETTA

 

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Emilio Carelli, addio M5s: "Il sogno è finito". Il deputato sfida Berlusconi: passa con Coraggio Italia di Brugnaro

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Tira aria di cambiamento nella politica italiana. Dopo il passaggio di Marcello De Vito dal M5s a Forza Italia, oggi a emigrare è Emilio Carelli, anche lui ex grillino, che ha trovato una nuova "casa politica" nel partito di Luigi Brugnaro e Giovanni Toti, Coraggio Italia. Carelli, in verità, aveva lasciato il Movimento mesi fa per andare incontro a Giuseppe Conte e infoltire le fila dei "responsabili" che avrebbero dovuto evitare la sua caduta. E così si iscrisse al gruppo Misto della Camera. Adesso l'ex direttore responsabile di SkyTg24 ha deciso di lanciarsi in nuovo percorso. 

 

 

 

"Aderisco a Coraggio Italia per riproporre attraverso un’iniziativa nuova quei valori che mi avevano avvicinato ai 5 Stelle - ha spiegato Carelli al Corriere della Sera -. Avendo fatto per 40 anni il giornalista e non il politico di professione non mi ritrovo vincolato alle categorie destra-sinistra, preferisco valorizzare le idee della mia formazione culturale di matrice cattolica, impegno sociale e inclusione". L'ex grillino ha rivelato che a convincerlo al cambio di passo è stato proprio Brugnaro: "Mi sono trovato profondamente in sintonia con lui su valori a me cari da sempre come competenza, affidabilità, professionalità, meritocrazia, concetti che mi hanno convinto insieme al fatto di voler puntare su giovani, ambiente, imprese, lavoro, scuola, ricerca". 

 

 

 

Emilio Carelli, poi, ha fatto sapere di non avere nulla in contrario al nuovo Movimento guidato da Giuseppe Conte, ma ha detto anche di non riconoscersi più in esso: "Ho grande considerazione di Conte, che ha guidato il Paese in momenti difficili, e gli auguro il successo che merita. Ma ho lasciato il M5S perché consideravo quel sogno finito". Allo stesso tempo l'ex grillino ha annunciato pieno sostegno a Mario Draghi e infine ha aggiunto: "Auspico che altri parlamentari aderiscano a Coraggio Italia".

 

 

 

Dai blog

Sui nostri nonni che migrarono clandestinamente in Francia e Svizzera

 

 
 C’è chi – preso dal razzismo usa-e-getta sdoganato da Salvini & c. – nega che l’emigrazione italiana sia stata un dramma paragonabile a quello dei migranti che arrivano oggi nel nostro Paese e nel resto d’Europa. Nega pure che molti dei nostri nonni e bisnonni siano emigrati clandestinamente. O sostiene che, se è accaduto, si tratta di vecchie vicende ottocentesche, come l’eccidio di italiani in Francia raccontato nel precedente post.

Un libro uscito nel 2009 ci aiuta a capire, raccontando, con documenti (e non pregiudizi) alla mano, quello che (ci) è successo 70 anni fa e anche più recentemente. Si intitola Il cammino della speranza. L’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra, scritto per Einaudi da Sandro Rinauro, docente di Geografia politica ed economica nel Dipartimento di Studi internazionali dell’Università statale di Milano. Leggendolo, le analogie con la tragedia dei migranti di oggi non possono sfuggire, incluso l’attraversamento a piedi delle Alpi in pieno inverno, senza scarpe e abiti adatti, e la vita da schiavi in cantieri e campagne.

I politici italiani al governo nel Dopoguerra incoraggiarono l’emigrazione italiana per evitare i contrasti sociali legati alla miseria e scongiurare una svolta a sinistra dell’elettorato. Misero a tacere persino le proteste dell’Azione Cattolica e della Società Umanitaria di Milano a proposito della drammatica situazione dei nostri minatori in Belgio: soltanto dopo la tragedia di Marcinelle, dove ne morirono più di cento, sospesero gli ingaggi quasi forzati nelle miniere belghe; rinunciarono pure all’azione congiunta con la Germania ed altri Paesi europei contro la Francia, che arruolava a forza nella Legione straniera parecchi nostri emigrati clandestini, anche minorenni.

Molte pagine del libro sono dedicate ai rapporti tra l’Italia, uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, e la Francia, che – aggredita dai fascisti nel 1940, quando era già stata invasa dai tedeschi – era fra le potenze vincitrici. Una volta falliti gli accordi ufficiali, i francesi favorirono l’immigrazione illegale, gradita agli imprenditori per ottenere vantaggi economici enormi, visto che potevano trattare i dipendenti quasi come schiavi.

Gli immigrati italiani erano necessari per mancanza di manodopera nelle miniere e in agricoltura e anche per motivi demografici.
Così il governo francese di fatto non ostacolò i clandestini, anche se – per salvare le apparenze – bloccava gli emigranti davanti ai varchi di frontiera ufficiali. Il tentativo di entrare clandestinamente in Francia provocò così molte vittime e molte sofferenze, sottoponendo gli italiani in fuga dalla miseria, le loro mogli e i loro figli piccoli a gravissimi rischi. Spesso infatti dovevano valicare i passi alpini senza attrezzatura, senza conoscere i pericoli, malnutriti, mal equipaggiati, stracarichi dei loro poveri averi.

E le migliaia di italiani, prigionieri di guerra e immigrati clandestini, costretti ad arruolarsi nella Legione straniera? Molti di loro perirono nel 1954 per difendere la collina di Dien Bien Phu, in  Vietnam, allora colonia francese, dagli attacchi delle forze Viet Minh, che vinsero la battaglia e la guerra d’Indocina: 1.300 i morti italiani su 5.000 legionari schierati a difesa.

Anche la Svizzera si distinse per la sua disumanità: tra 10.000 e 15.000 bimbi dovettero nascondersi perché la Confederazione elvetica non ammetteva i ricongiungimenti. Rimanevano chiusi nelle case o nelle baracche, senza poter andare scuola. E magari i loro genitori venivano rimpatriati se c’era aria di recessione, come accadde nel 1973.

Ora in Italia, come allora in Svizzera e Francia, i migranti sono persone da spremere, sempre ricattabili. Considerando che la casa editrice Einaudi fa parte delle proprietà di Silvio Berlusconi, potrebbe essere opportuno che leggesse una copia (senza sborsare un euro) di quel libro e ne regalasse qualcuna anche ai suoi alleati Salvini e Meloni. Non si finisce mai di imparare.

D’altra parte nel 1950 – quando il cinema italiano era realista, impegnato e serio – Pietro Germi presentò un film con lo stesso titolo ripreso dal libro, che ne usa un fotogramma per la copertina. La trama è questa. Una solfatara siciliana chiude. Gli uomini del paese si trovano costretti a interrompere lo sciopero della fame che avevano avviato. Senza più lavoro e senza più niente che li tenga legati alla loro terra, decidono di andare in Francia. Partono tutti, ma devono viaggiare ed emigrare clandestinamente, perché la Francia in teoria lo vieta. Consigliatissimo. Si può vedere su RaiPlay.

Gli emigrati dall’Italia sono più degli immigrati?

 

Giuseppe Civati

Gli emigrati dall’Italia sono più degli immigrati?

«Il nostro Paese è ancora oggi un Paese di emigrazione più di quanto non sia un Paese di immigrazione».

Pubblicato: 05 dic 2018
Data origine: 03 dic 2018
Macroarea questioni sociali

Uno degli argomenti centrali nel dibattito pubblico di questi ultimi giorni è l’avvio della conferenza intergovernativa che a Marrakech, in Marocco, è chiamata ad adottare il cosiddetto Global Compact, un quadro di principi per una gestione più ordinata e regolamentata delle migrazioni internazionali.

Sulla scia del dibattito seguito all’annuncio del Ministro dell’Interno Matteo Salvini che l’Italia non firmerà il Global Compact, l’ex deputato del Partito Democratico e fondatore di Possibile Pippo Civati ha twittato che è importante ricordare come l'Italia sia - ancora oggi - un Paese di emigrazione più che di immigrazione.

Abbiamo verificato se l’affermazione è corretta o no.

Italia fra emigrazioni ed immigrazioni

Negli ultimi anni, il saldo fra emigranti che se ne vanno dall’Italia ed immigrati che arrivano nel nostro Paese rimane positivo. Ciò vuol dire che in Italia arrivano più persone di quante non se ne vadano. Secondo i dati delle Nazioni Unite, il saldo positivo è andato rimpicciolendo rispetto agli anni precedenti, come si rileva dalla seguente tabella [1] con numeri espressi in migliaia.

Tab. 1: Saldo tra emigrati e immigrati Italia (in migliaia) - Fonte: United Nations

Scendendo nei particolari, l’ultimo bilancio demografico nazionale pubblicato dall’Istat a giugno 2018, e riferito al 2017, sintetizza così gli andamenti migratori in Italia:

- sono arrivati in Italia più stranieri di quanti italiani siano andati a vivere all’estero. Nello specifico, l’anno scorso le iscrizioni all’anagrafe italiana di cittadini stranieri hanno superato di 188.330 unità le cancellazioni dall’anagrafe di cittadini italiani che si sono trasferiti all’estero;

- sono aumentate di circa il 14 per cento rispetto all’anno prima, salendo a 343.440 unità, le iscrizioni nell’anagrafe italiana di persone provenienti dall’estero, di cui quasi l’88 per cento stranieri, cioè persone che non sono emigranti italiani di ritorno;

- le cancellazioni di cittadini italiani dall’anagrafe per espatrio all’estero sono risultate sostanzialmente stabili, intorno alle 114.000 unità per gli italiani. Sono poi più di 40.000 gli stranieri che se ne sono andati dall’Italia l’anno scorso;

- le acquisizioni della cittadinanza italiana da parte di residenti stranieri sono state 146.605 l’anno scorso, registrando una battuta d’arresto rispetto agli anni recenti.

Tab. 2: Saldi tra iscritti e cancellati all'anagrafe italiana - Fonte: Istat

I dati ufficiali dicono tutto?

È possibile, però, che i numeri ufficiali non esprimano del tutto la realtà migratoria italiana.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2018 del centro studi Idos, i flussi effettivi in uscita dall’Italia nel 2017 potrebbero essere stati più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali. Idos avverte infatti che i dati degli emigranti italiani in uscita dal Paese sono probabilmente sottodimensionati, «se si considera che molti, nel trasferirsi all’estero, trascurano di effettuare la cancellazione anagrafica, non essendo obbligatoria».

Nella versione 2017 del suo dossier, riferita al 2016, Idos stimava che in realtà i flussi effettivi in uscita erano ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulterebbe dagli archivi statistici dei Paesi di destinazione, specialmente della Germania e del Regno Unito. Secondo Idos, le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti nelle anagrafi di altri Paesi dopo la loro partenza.

Idos ritiene quindi che i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte. Ciò vorrebbe dire che, nel 2016, si passerebbe da circa 114.000 a 285.000 cancellazioni dalle anagrafi comunali di italiani trasferitisi all’estero, «un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento».

Se si applicasse tale criterio ai dati del 2017, il numero presunto di italiani espatriati sarebbe - come per il 2016 - stimabile intorno alle 285.000 unità. Anche prendendo per buona tale stima, però, gli espatriati italiani risulterebbero comunque meno numerosi rispetto agli arrivi degli stranieri nel nostro Paese, stimabili nel 2017 a circa 302.000.

Seguendo la logica di questi flussi “sommersi”, inoltre, bisognerebbe probabilmente rivedere al rialzo anche la stima degli stranieri in arrivo in Italia. Sembra plausibile infatti che, seppur piccola, una quota di migranti arrivati nella Penisola sfugga alla registrazione o conteggio da parte delle autorità. Se ciò fosse, il saldo fra emigranti ed immigrati aumenterebbe ulteriormente a vantaggio di questi ultimi.

Inoltre...

Come mostra la tabella sottostante [2], elaborata su dati delle Nazioni Unite, il saldo migratorio italiano ha smesso di essere negativo a partire dagli anni Settanta. Da quel decennio, insomma, ci sono stati stabilmente più ingressi nel nostro Paese rispetto alle uscite, con l’unica eccezione della fine degli anni Ottanta.

Tab. 3: Saldi migratori dell'Italia dal 1950 ad oggi (dati in migliaia) - Fonte: United Nations

Diversa la situazione nei decenni precedenti agli anni Settanta, quando l’Italia è stata in effetti un Paese di robusta emigrazione - e ai massimi livelli mondiali. Come ricorda l’enciclopedia Treccani: «l’Italia è stato uno dei più grandi Paesi di emigrazione; tanto che si calcola che in un secolo, tra il 1876 e il 1976, 26 milioni di persone abbiano lasciato il Paese: un fenomeno di proporzioni tali da essere definito the largest exodus of people ever recorded from a single nation».

Il verdetto

Giuseppe Civati ha dichiarato sul proprio profilo Twitter che, ancora oggi, l’Italia è un Paese di emigrazione più che di immigrazione.

I dati più recenti (relativi al 2017) mostrano come l’Italia sia, da decenni, un “importatore netto” di migranti. La documentazione ufficiale sottolinea, infatti, come le emigrazioni di abitanti del Belpaese rimangano nettamente inferiori rispetto all’immigrazione dall’estero. Le stime non ufficiali dell’emigrazione non registrata portano, al massimo, i due numeri ad avvicinarsi molto.

Giuseppe Civati merita un “Pinocchio andante”.


[1] Net number of migrants, both sexes combined > Europe > Italy > 2000-2025.

[2] Net number of migrants, both sexes combined > Europe > Italy > 1950-2025.

“Emigranti indesiderati”: la storia degli italiani all’estero

 

“Emigranti indesiderati”: la storia degli italiani all’estero

“Emigranti indesiderati”: la storia degli italiani all’estero

Accoglienza forzata e emigrazione indesiderata: lo straniero è un problema.

Esistono verità che non conoscono differenze culturali e temporali, perché rispondono direttamente alla natura ostile dell’uomo: il nemico è lo straniero. È una verità che riscontriamo quotidianamente: la resistenza all’ostilità contro gli emigranti indesiderati è il risultato di uno sforzo critico e umano che travalica il rifiuto superficiale, ma è un processo faticoso e poco supportato dal comune sentire.

La scorsa settimana il ministro lussemburghese degli Esteri, Asselborn, ha accusato il ministro italiano dell’Interno, Matteo Salvini, di promuovere un’etica fascista anni Trenta, aggiungendo che gli italiani non devono dimenticarsi che loro stessi hanno avuto la possibilità di arricchirsi grazie alle loro emigrazioni all’estero. La verità storica ci ricorda anche altro.

Italiani “emigranti indesiderati”

Indesiderabile people” erano gli emigranti indesiderati dalle popolazioni autoctone.

Gli italiani venivano fortemente sfruttati come mano d’opera a basso costo, erano considerati cafoni, arretrati dal punto di vista dei costumi e delle tradizioni, popolo di contadini.

Delinquenti, sporchi, ignoranti, criminali e mafiosi: questi erano gli italiani all’estero. “Una razza inferiore” o “stirpe di assassini, anarchici e mafiosi”. Dalle parole ai fatti: gli italiani che si videro rifiutati e emarginati intrapresero la carriera criminale.

Le testate giornalistiche straniere, per scoraggiare nuovi arrivi, pubblicavano periodicamente invettive contro gli emigranti italiani.

Il 18 dicembre 1880, The New York Times usciva con un editoriale titolato “Emigranti indesiderati”, nel quale l’immigrazione italiana veniva definita “promiscua, feccia sporca, sventurata, pigra, criminale dei bassifondi italiani”.

Il 17 aprile 1921 sullo stesso quotidiano, un articolo “Gli italiani arrivano a grandi numeri” lamentava il crescente numero di immigrati italiani: «il numero di immigrati sarà limitato solo dalla capacità delle navi». E ancora: «lo straniero che cammina attraverso una città come Napoli può facilmente rendersi conto del problema con cui il governo ha a che fare: le strade secondarie sono letteralmente brulicanti di bambini che scorrazzano per le vie e sui marciapiedi sporchi e felici. La periferia di Napoli brulica di bambini che, per numero, può essere paragonato solo a quelli che si trovano a Delphi, Agra e in altre città delle Indie orientali».

L’emigrazione italiana

Tra il 1861 e il 1985 gli italiani emigrati all’estero sono stati circa 29 milioni: di questi, 10.275.000 sono successivamente tornati in Italia, mentre 18.725.000 si sono definitivamente stabiliti all’estero.

Dal 2006 ad oggi, secondo l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), il numero di cittadini italiani che risiedono fuori dall’Italia è passato dai 3.106.251 ai 4.973.942 del 2017.

Gli italiani continuano ad emigrare da circa un secolo e mezzo: prima la “grande emigrazione” (1876-1915), poi la “migrazione europea” (1945-1970) e infine la “nuova emigrazione”, la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’.

La principale causa dell’emigrazione italiana è stata la povertà, la mancanza di lavoro o della terra da poter lavorare, soprattutto nell’Italia meridionale.

Gli italiani emigrarono anche per problemi politici interni, specialmente durante il ventennio fascista: fuggirono comunisti, anarchici ed ebrei. Altro motivo, e grande problema di questo paese, l’insicurezza dovuta alla criminalità organizzata.

Gli emigranti italiani: chi erano, chi sono

Lasciarono l’Italia tra il 1870 e il 1914 prevalentemente uomini senza una specializzazione lavorativa definita, prima del 1896, la metà dei migranti era formata da contadini. I genovesi, molto prima del 1861, furono tra i primi a partire per l’Argentina e l’Uruguay.

L’emigrazione non ha influenzato nello stesso modo tutte le regioni italiane. La “grande emigrazione” interessò prevalentemente zone rurali del sud.

I flussi migratori degli italiani all’estero aumentarono con la crescita delle loro rimesse, nonostante l’aumento dei salari in Italia. Proprio come accade per gli sbarchi migratori odierni, i primi emigranti italiani, uomini o ragazzi che partivano da soli, spedivano a parenti o amici rimasti in Italia, il denaro necessario per comprare i biglietti e raggiungerli. Il flusso costante di denaro dagli Stati Uniti all’Italia arrivò a costituire circa il 5 per cento del Pil italiano.

Chi partiva dalle regioni settentrionali si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia, mentre dal Sud a Napoli. Chi viaggiava in terza classe doveva accontentarsi di un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone, per tragitti che potevano durare anche un mese.

I “padroni” italiani: gli scafisti

La tratta di esseri umani non è un’invenzione tutta libica. Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia l’emigrazione era totalmente fuori dal controllo dello Stato: gli emigranti passavano per le mani di agenti di emigrazione, chiamati “padroni”, il cui unico obiettivo era ricavare il massimo profitto dalla povertà assoluta.

Nel 1888 in Italia fu approvata la prima legge volta a contrastare gli abusi dei “padroni”, nel 1901 fu invece creato il commissariato dell’emigrazione, con il compito di assegnare licenze alle imbarcazioni idonee al trasporto dei migranti. Palermo, Napoli e Genova: i porti di imbarco destinati agli emigranti.

Il commissariato sanciva i costi fissi dei biglietti, cercava di mantenere l’ordine nei porti di imbarco, ispezionava gli emigranti in partenza, individuava ostelli e strutture di accoglienza e stipulava accordi con i Paesi di destinazione del flusso migratorio per aiutare coloro che arrivano.

Gli italiani: ‘né bianchi, né negri’ negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti erano fra le mete più ambite dagli emigranti italiani, ma non erano di certo a loro volta ben voluti.

“Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”. Queste le famose parole del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, intercettato durante una conversazione nello Studio Ovale il 13 febbraio 1973.

Prima ancora, nel 1924, il presidente del Museo americano di storia naturale, Henry Fairfield Osborn, durante una conferenza nazionale sull’immigrazione, sintetizzò efficacemente lo spirito di accoglienza della popolazione statunitense: «Questi immigrati stanno facendo degli Stati Uniti una discarica per cittadini indesiderabili».

Si riferiva agli immigrati provenienti dall’Europa meridionale, in particolare agli italiani, per lo più provenienti da Campania, Sicilia e Veneto.

Dal 1924 al 1965 rimase in vigore la riforma americana sull’immigrazione, che ufficializzava la «profonda irritazione nei confronti di persone che parlano una lingua straniera e vivono una vita straniera», tanto da arrivare a classificarli (niente di così diverso dalla proposta del vicepremier leghista di censire i rom). I nord europei erano i privilegiati, mentre gli altri, in particolare gli italiani, erano in fondo alla lista: gli indesiderati, appunto.

Gli emigranti indesiderati, accontentandosi di poco, favorivano l’abbassamento degli stipendi, accaparrandosi il risentimento dei lavoratori americani.

Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti dell’Ottobre 1912, riviviamo un déjà-vu che dovrebbe indurci a riflettere:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.

Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Alla stregua di oggi, non mancarono le teorie complottiste, che gridavano all’invasione degli immigrati e alla sostituzione della forza lavoro americana.

Nel 1916 compariva uno dei libri che maggiormente influenzò lo spirito di ostilità nei confronti degli emigranti indesiderati, The passing of the grate race, di Madison Grant. Questo denunciava la decadenza della grande razza bianca e la spiegava tramite una classificazione interna. I “caucasoidi”, la razza superiore, erano distinti in tre tipologie: i “nordici”, ossia i migliori, gli “alpini” e infine, a mo’ di piaga viziosa, pigra e stupida, i “mediterranei”, quindi greci, italiani e spagnoli.

Da poco liberi dalla piaga della schiavitù, gli Stati Uniti consideravano gli italiani né bianchi, “ma nemmeno palesemente negri”. Anche in Australia si parlava dell’immigrazione italiana come “dell’invasione della pelle oliva”.

‘Mangiaspaghetti’ e minatori in Lussemburgo e Belgio

I primi italiani in Lussemburgo arrivarono nel 1892, ma intorno al 1910 la comunità italiana era già salita a 10.000 persone. Secondo le cifre, aggiornate all’inizio del 2018, gli italiani presenti nel paese sono 21.962 e costituiscono il 3,6 per cento della popolazione totale.

Gli emigranti italiani hanno lavorato soprattutto nelle industrie siderurgiche e nelle miniere di ferro di Esch-sur-Alzette, di Dudelange, Rumelange e Differdange.

I quotidiani italiani, negli anni ‘70, riportavano le condizioni di vita degli ‘emigranti indesiderati’ ritraendo scenari tristi quanto quelli attuali, denunciandone il grado si abbandono. Lamentavano alloggi sovraffollati e scarse condizioni igieniche, affitti elevati e l’impossibilità per i ragazzi di studiare in scuole italiane.

Riccardo Ceccarelli, uno dei tanti emigranti indesiderati in Lussemburgo, racconta al Corriere della Sera la sua storia e quella di altre decine di migliaia di emigrati italiani. «La fame deve essere una brutta bestia se chi è nato in posti così belli ha poi deciso di andarsene a lavorare dentro un buco profondo duecento metri». Il buco è la miniera lussemburghese di Esch-sur-Alzette, il posto tanto bello che si è dovuto lasciare è l’Italia, per la precisione la Romagna. Gli italiani venivano considerati una comunità di “mangiaspaghetti e orsi selvatici, quando andava bene, o sbrigativamente tutti delinquenti”, ma capaci di lavorare instancabilmente nelle miniere.

Le ondate migratorie più massicce, in Belgio, si registrano nel primo periodo postbellico, in seguito al 1918, quando il paese aveva la necessità di ricostruirsi. Iniziarono ad arrivare operai italiani nelle miniere di carbone sotterranee, nelle cave di pietre e marmi e nei cantieri di costruzione.

Nei primi cinque anni arrivarono in Belgio 20.000 italiani, per poi raggiungere, negli anni ’60, il 44,2 per cento della popolazione straniera del paese.

Dopo la Seconda guerra Mondiale, il governo italiano strinse un accordo con quello belga, per regolare lo scambio di forza-lavoro italiana con il carbone del Belgio: 50.000 operai italiani sotto i 35 anni, per 12 mesi di lavoro, in cambio di 200 chili di carbone giornaliero.

L’8 agosto 1956, a Marcinelle, nella miniera Bois du Cazier, morirono 262 minatori, di cui 136 italiani, rimasti intrappolati in seguito ad uno scoppio. Furono complessivamente 867 i minatori italiani morti in Belgio dal 1946 al 1963.

La manodopera a basso costo in Germania e Svizzera

Il governo italiano sottoscrisse lo stesso accordo anche con la Germania, chiedendo di occupare lavoratori stagionali italiani, a causa della diminuzione costante delle esportazioni italiane in Germania.

Di fronte alla reticenza tedesca di assumere manodopera italiana, il governo minacciò di «tornare ad una politica commerciale restrittiva se gli altri stati non fossero stati disposti ad un’attuazione liberale dell’assunzione di manodopera».

Solo nel settembre 1955, quando la disoccupazione tedesca toccò il 2,7 per cento, il ministero del lavoro tedesco stimò a 800.000 il «bisogno aggiuntivo di manodopera per il 1956».

In Svizzera si registrano tre importanti flussi di emigranti italiani: nella seconda metà dell’Ottocento, nel primo dopoguerra e dopo la Seconda guerra mondiale.

L’integrazione non fu per niente facile: gli italiani passarono da 526.579 nel 1970, a 379.734 nel 1990, per scendere ancora a 289.111 nel 2009, pur rimanendo la comunità straniera più numerosa in Svizzera, seguita da tedeschi e portoghesi.

Diffusissimo lo spirito xenofobo portò a iniziative contro l’inforestierimento prima nel 1965, poi nel 1969, quando Azione popolare, partito di estrema destra, chiese di fissare un tetto massimo del 10 per cento per la popolazione straniera. L’iniziativa fu respinta nel 1970 dal 54 per cento dei votanti.

La terza, del 1972, fu respinta dal 65,8 per cento degli aventi diritto al voto, e infine la quarta, nel 1977, fu respinta dal 70,5%.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera, perché il suo sistema produttivo era uscito praticamente indenne dalla guerra: a fronte di una crescente domanda produttiva, anche internazionale, si vide costretto ad aumentare manodopera. Gli imprenditori svizzeri decisero di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dall’Italia.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia. I testimoni di quei viaggi raccontano scenari raccapriccianti, ne è un esempio Maria Paris, originaria di un villaggio nei pressi di Bergamo, che il 20 agosto 1946, andò in treno da Milano a Losanna. Racconta che arrivati alla stazione di Briga, tutti gli emigranti italiani furono fatti completamente spogliare in due tristi capannoni, dovettero farsi una doccia prima di essere cosparsi di DDT e passare la visita medica. Una donna incinta che rifiutava di svestirsi fu rispedita alla frontiera seduta stante.

“Oggi, a differenza di un tempo, i bagni, le lavature, le strigliature sono sempre più frequenti, le visite più severe, le indagini più accurate e il servizio procede più preciso, ma la nave di Lazzaro è sempre lì con l’apparenza negriera e gli occhi miserabili che attendono sono sempre in massima parte spauriti per quanto già rassegnati all’ignoto”. Giovanni Preziosi, 1907.

IL PIU' GRANDE PIGNORAMENTO DELLA STORIA SI AVVICINA SEMPRE DI PIU': ONDE MANTENERE SULLA CARTA SISTEMI PENSIONISTICI IN TRACOLLO, GLI STATI FANNO CARTE FALSE. CON LE SCUSE DEMOGRAFICHE CANCELLERANNO BUONA PARTE DEI DIRITTI PENSIONISTICI DEI LAVORATORI PER RIFINANZIARE I DEBITI PUBBLICI E I SISTEMI BANCARI VACILLANTI, LASCIANDO IL NULLA AI LAVORATORI. SARA' UNA CONFISCA ED UN PIGNORAMENTO IN UNO.

 

German panel suggests pension age of 68, politicians say no

With that in sight, several senior politicians were quick to bat away the idea of having people work longer.I think raising the retirement age again is the wrong way, said Labor Minister Hubertus Heil of the center-left Social Democrats, the junior partner in Germanys governing coalition.


PTI | Berlin | Updated: 08-06-2021 17:16 IST | Created: 08-06-2021 17:16 IST
German panel suggests pension age of 68, politicians say no
  • Country:
  • Germany

An expert panel advising the German government has suggested the country's retirement age could be raised to 68, an idea that was swiftly rejected Tuesday by two governing parties as a national election nears.

The panel advising the Economy Ministry released a report Monday warning of “abruptly increasing financing problems” for Germany's public pension insurance system from 2025 onward. It suggested a “dynamic coupling of the retirement age to life expectancy,” a system under which — if current forecasts of life expectancy are correct — the retirement age could be raised to 68 in 2042.

The government decided in 2007 to raise the retirement age from 65 to 67. The increase is being introduced gradually and will apply to all retirees by 2029. Since then, there have been periodic calls for people in Europe's biggest economy to work even longer. Germany will elect a new parliament in a September 26 election that will determine who succeeds long-serving Chancellor Angela Merkel. With that in sight, several senior politicians were quick to bat away the idea of having people work longer.

“I think raising the retirement age again is the wrong way,” said Labor Minister Hubertus Heil of the center-left Social Democrats, the junior partner in Germany's governing coalition. A senior lawmaker with the party, Katja Mast, tweeted that setting the retirement age at 68 would be “pure social division” and the Social Democrats wouldn't go along with it.

The top lawmaker in Berlin for the Christian Social Union, part of Merkel's center-right bloc, was no more enthusiastic. “We reject a later retirement age,” Alexander Dobrindt said.(AP) RUP RUP

(This story has not been edited by Devdiscourse staff and is auto-generated from a syndicated feed.)

HA HAH HA

 

Romagnoli (MdL): “Italiani all’estero dimenticati, dov’è il Segretario CGIE Schiavone?”

Massimo Romagnoli, presidente del Movimento delle Libertà: “La rete consolare non funziona come dovrebbe, la riapertura del Consolato d’Italia a Manchester ancora non c’è stata, lo stesso vale per altre sedi. Chi pensa agli italiani nel mondo in questo governo? Non possiamo andare avanti così. Alle prossime elezioni Comites liste MdL in tutta Europa”

On. Massimo Romagnoli, presidente MdL

“Chi pensa agli italiani all’estero in questo governo Draghi?”. Lo dichiara in una nota l’On. Massimo Romagnoli, presidente del Movimento della Libertà. “Gli italiani nel mondo sono stati tagliati fuori da questo esecutivo, ma nessuno dice nulla”, osserva il presidente MdL, che prosegue: “Anche il Segretario generale del CGIE, Michele Schiavone, è fin troppo silenzioso. E intanto la rete consolare non funziona come dovrebbe, la riapertura del Consolato d’Italia a Manchester ancora non c’è stata, lo stesso vale per altre sedi. Se aggiungiamo che il premier Mario Draghi non ha mai rivolto neppure mezzo saluto agli italiani all’estero, capiamo bene che sarà difficile per i nostri connazionali residenti oltre confine ottenere qualcosa di buono durante questa legislatura. Anche perché nella maggior parte dei casi gli eletti all’estero sono muti, non dimostrano alcuno spessore; appaiono come semplici figurine da attaccare sull’album del Parlamento”.

“No, non possiamo andare avanti così. Ecco perché – conclude Romagnoli – come Movimento delle Libertà ci presenteremo alle prossime elezioni del Comites in tutta Europa, per poi puntare ad essere presenti nel CGIE e – più avanti, in occasione delle Politiche – in Parlamento. Vogliamo poter cambiare le cose in meglio e per farlo dobbiamo essere all’interno delle istituzioni. Chiediamo fin d’ora fiducia ai connazionali: con il MdL nei Comites, nel CGIE e poi nel Palazzo, vi possiamo assicurare che per quanto riguarda gli italiani all’estero sarà tutta un’altra musica”.

Verbali desecretati: Di Maio regalò mascherine alla Cina pur sapendo che mancavano per gli italiani

  Verbali desecretati: Di Maio regalò mascherine alla Cina pur sapendo che mancavano per gli italiani

Verbali desecretati: Di Maio regalò mascherine alla Cina pur sapendo che mancavano per gli italiani

I verbali sono stati desecretati. Le battaglie di Galeazzo Bignami (Fdi) e il ricorso al Tar non sono stati un buco nell’acqua. Dopo ben un anno e mezzo da inizio pandemia: i verbali della task force sono stati pubblicati. E solo ad oggi si capisce il motivo per cui il ministero della Salute faceva muro. Le rivelazioni contenute all’interno fanno tremare non solo Roberto Speranza, ministro della Sanità, ma anche Luigi Di Maio, titolare del dicastero degli Esteri. Il motivo? Quando il grillino inviò materiale sanitario alla Cina per far fronte al coronavirus, la task force era già consapevole della “limitata disponibilità” di dispositivi medici, mascherine e respiratori in Italia. 

Tornando indietro nel tempo si legge sul Giornale che il 4 febbraio, ben 11 giorni prima del volo che porterà i dispositivi individuali a Pechino, Confindustria avvisava il governo che “lo stock è sufficiente” solo “per due/tre mesi“. In sostanza al massimo fino ad aprile. “I problemi di approvvigionamento che riguardano le mascherine – si legge nel verbale – sono gli stessi di quelli dei dispositivi medici”. Ad annunciare il pessimo timore, il 12 febbraio fu anche il segretario generale della Salute Giuseppe Ruocco: “La disponibilità è limitata” e “a tal proposito si è svolto un incontro con associazioni di categoria per quantificare l’approvvigionamento ed eventualmente bloccare la vendita a privati, riservando le scorte al Servizio Sanitario Nazionale”.

Tutti dunque sapevano della situazione in cui riversava il Paese. Eppure, il 15 febbraio, alla Base di pronto intervento delle Nazioni Unite di Brindisi un volo umanitario “organizzato dalla Farnesina” porta con sè di tutto e di più. Tra questi anche sedici tonnellate che invece hanno il bollino dell’Ambasciata cinese in Italia e che forse sarebbe stato più difficile bloccarle. Ma altre due tonnellate sono state addirittura “finanziate direttamente dalla Cooperazione italiana”, nonostante le mancanze in Italia. Il motivo per cui Di Maio diede il via libera a quella donazione non è dato sapersi. Ma possono aiutare le dichiarazioni del ministro Speranza che si pronunciava così in merito alla solidarietà nei confronti della Cina: occorre anche tenere conto “delle legittime ripercussioni economiche e dell’intrattenimento delle relazioni diplomatiche con la Cina”.

Speranza ha fatto sparire i verbali di inizio pandemia: Sileri conferma i sospetti

 

Speranza ha fatto sparire i verbali di inizio pandemia: Sileri conferma i sospetti

Va bene che i saggi dicono: piuttosto che niente, meglio piuttosto. Ma dopo mesi di battaglie, accessi agli atti, ricorsi e controricorsi, la lettura dei verbali della task force sul coronavirus lascia ancora un po’ di amaro in bocca. Certo c’è la sorpresa per gli errori, le sottovalutazioni, l’assenza di tracciamento e di protocolli. Ma a colpire è forse il sospetto, in parte giustificato, che ancora non si sia detto proprio tutto. E che un pezzo di storia debba essere ancora scritto.

Un indizio arriva da Pierpaolo Sileri, ex viceministro della Salute, retrocesso a sottosegretario nel governo Draghi, anche lui presente a quelle riunioni svoltesi a Viale Lungotevere Ripa 1 tra il 22 gennaio il 21 febbraio. Nel commentare la pubblicazione dei verbali “segreti” la butta sulla minimizzazione. Robe tipo: “Si tratta di paginette raccolte non so da chi”, resoconti “sciatti”, documenti in cui “c’è scritto ben poco delle conversazioni che furono fatte in quella riunione”. Insomma: mancano un sacco di cose, l’estensore avrebbe fatto un lavoro da prima elementare e ancora non si sa neppure chi fosse la penna delegata a mettere per iscritto cosa successe in quelle stanze.

Che poi è in sostanza la stessa linea difensiva portata avanti dal ministero nell’ultimo anno. Prima ha negato i verbali al deputato di FdI, affermando che la task force fosse poco più di un “tavolo informale”. Niente di serio. Poi disse che le “minute” erano solo “resoconti riepilogativi”. Anche qui, niente di serio. E poi quando il deputato di Fratelli d’Italia ha presentato ricorso al Tar, il ministero della Trasparenza s’è opposto aggrappandosi ad ogni cavillo da azzeccagarbugli. La strategia: affermare che i verbali “non esistono” ma sono solo “resoconti informali”. I giudici però non hanno sentito ragioni, e infatti hanno condannato all’ostentazione dei dossier. Provocando l’ultimo disperato tentativo dell’avvocatura dello Stato: chiedere al Tar di cancellare i nomi dei partecipanti alle riunioni, visto che non li avrebbero “letti, approvati e sottoscritti”.

Verbale choc: “Mancano Dpi”. Ma Di Maio li spedì in Cina

Tutto inutile. I verbali oggi sono pubblici, anche se Bignami non si spiega per quale motivo abbiano deciso di caricarli sul sito del ministero invece di fornirli soltanto a chi aveva presentato ricorso. Mistero. Oppure “schizzofrenia”, come dice il deputato FdI. Anche perché ufficialmente il ministero non ha ammainato bandiera bianca. Anzi. Ricorrerà in appello impugnando la sentenza che l’ha costretta a ostentare i verbali perché la ritiene “esente da vizi”. Che senso ha? Se ormai sono pubblici, perché sprecare tempo (e risorse) in battaglie giudiziarie? E perché derubricarli a “paginette sciatte”, come fatto da Sileri, se per mesi il dicastero s’è opposto con le unghie e con i denti alla loro pubblicazione.

Alla fine c’è il rischio che qualcuno odori puzza di bruciato. E pensi che dietro si nasconda ancora dell’altro. Bignami si dice infatti “sorpreso e sconcertato” dalle dichiarazioni di Sileri. “Se quei verbali non contengono nulla di significativo – dice – ci chiediamo per quale motivo il suo ministero si è opposto alla loro diffusione costringendoci ad una dura e lunga battaglia giudiziale per consentire a tutti gli italiani di conoscerne il contenuto”. Aggiungiamo noi: come è possibile che di riunioni così importanti, in cui si decidono le sorti del Paese di fronte ad una pandemia, vi siano solo fogli “sciatti”? Dice infatti Francesco Lollobrigida, capogruppo Fdi alla Camera: qui c’è “uno sconcertante pressappochismo da parte di chi quelle conversazioni avrebbe dovuto trascriverle con la massima attenzione e meticolosità”. Ma soprattutto, aggiunge Bignami, quanto sta emergendo “sconcerta” perché se i verbali “non sono completi”, allora il ministero “dovrebbe dire cosa manca”. Insomma: occorre capire “quali sono le informazioni mancanti” cui Sileri fa riferimento. Non è che nei cassetti di Speranza si nasconde ancora dell’altro? “Se fosse vero quello – conclude Lollobrigida – sarebbe un fatto molto grave e allarmante”.

IL RUGGITO DEL LEMMING: USCHI AVVISA GLI STATI CHE NON RICONOSCONO LA SOVRANITA' E LA SUPREMAZIA DELLA UE. E' UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA CIVILE AI POPOLI EUROPEI.

 

'We take precedent!' Commission warns member states as legal action taken against Germany

THE European Commission has issued a stern warning not to break EU law, or face the consequences, as legal proceedings were launched against Germany.

EU 'message' to Germany over legal action outlined by expert

The European Commission started legal proceedings against Germany on Wednesday as it investigates whether a German court broke European Union rules by challenging the European Central Bank (ECB) bond purchases already approved by the top EU court. It comes after Germany took legal action last May against the ECB claiming it had massively overstepped the mark when it invested nearly 2.6 trillion euros in bonds. But the Commission issued a fierce warning that they will "pursue" any possible alleged breaches of their rules. 

Explaining the legal action, a Commission spokesman said: “Clearly, the message is to Germany we take this seriously.

“And we think that the way the German highest courts approach their relationship with EU law is a problem."

He went on to single out Poland and Hungary, issuing both nations a stern warning for their continued kickback against the European Union's superiority over their national laws.

He stressed: “But the message is also clearly to other member states including Poland and Hungary.

USCHI FA CAUSA ALLA MERKEL PERCHE' LA RFT NON RICONOSCE LA SOVRANITA' DELLA UE: UN'ORGANIZZAZIONE POLITICA SENZA POPOLO NON PUO' AVERE SOVRANITA'.

 

See EU in court! Brussels infighting breaks out as VDL sues Merkel in row over ECB ruling

URSULA VON DER LEYEN is suing Angela Merkel's Government after its courts' failure to comply with EU law on emergency fiscal measures.

Vaccine row: Angela Merkel looks 'knackered' says expert

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The European Commission will start legal proceedings against Germany on Wednesday, investigating whether a German court broke EU rules by challenging central bank bond purchases already approved by the top EU court.

In May 2020, Germany's Constitutional Court ruled that the European Central Bank (ECB) had overstepped its mandate with bond purchases.

However, the EU's top court had earlier already given the green light for the ECB scheme.

The European court admonished the German judges for their ruling, arguing it alone had the right to decide whether EU bodies are breaching the bloc's rules.

The Commission, the EU's executive arm, is expected to agree today to send a letter to Germany notifying Berlin that it was investigating whether the German court's ruling had violated EU rules.

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EU news: Merkel's government is facing legal action by the EU Commission (Image: GETTY)

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EU news: Commission will send a letter to Germany today (Image: GETTY)

Such a letter is the first stage in a process that can ultimately lead to the Commission asking the EU's Court of Justice to impose penalties.

Germany would then initially have a few months to respond in writing to the concerns of the EU Commission.

If the authority's concerns are not allayed in the course of the proceedings, they could take Germany to the European Court of Justice.

READ MORE: Report reveals VDL's Commission is blighted by badly behaved eurocrats

Between March 2015 and the end of 2018, the ECB invested around 2.6 trillion euros in government bonds and other securities - the vast majority via the PSPP (Public Sector Purchase Programme), to which the judgment refers.

On November 1, 2019, the controversial purchases were reissued, initially with a comparatively small amount of 20 billion euros per month.

EU Commission chief Ursula von der Leyen announced shortly after the judgment that she would look into proceedings against Germany.

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