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L'espropriazione del potere costituente del popolo italiano da parte di elites fallimentari

 

Una nuova Costituente? Il problema sarà il Parlamento. Violante e la proposta di Pera

Di Federico Di Bisceglie | 27/05/2021 -
Politica
Una nuova Costituente? Il problema sarà il Parlamento. Violante e la proposta di Pera

L’analisi del presidente emerito della Camera alla proposta di riforma costituzionale dell’ex presidente del Senato. I dubbi sul funzionamento del Parlamento con il nuovo assetto ridotto. “Il rischio è di perdere le occasioni che ci vengono offerte con il Recovery Fund”

Un sistema più snello ed efficiente, una riforma costituzionale che parta dalla composizione di una Costituente. Una commissione appositamente eletta, composta da settantacinque membri non parlamentari. L’ex presidente del Senato Marcello Pera, nei giorni scorsi, ha avanzato questa proposta che, in definitiva, si pone come fine ultimo quello di restituire centralità a parlamento e partiti, tesaurizzando l’esperienza di Mario Draghi in veste di premier.

Auspicabilmente oltre il 2023. “L’idea di una riforma Costituzionale è apprezzabile, ma non so se ci siano le condizioni per una nuova Costituente ”. Luciano Violante, accademico, presidente della Fondazione Leonardo e presidente emerito della Camera dei Deputati vaglia con estremo rigore la proposta. Partendo però da un punto fermo: “nelle attuali condizioni forse la  via preferibile per arrivare a una riforma efficace della Carta  – dice – è quella ordinaria. Una assemblea costituente potrebbe sovrapporsi al Parlamento”. Delle due, l’una. Proprio sul ruolo del Parlamento, con il nuovo assetto e la nuova composizione che avrà a seguito del referendum che ne ha sancito la drastica riduzione, l’ex magistrato si spinge a una riflessione sistemica.

“In generale – dice – le riforme si portano avanti o per ragioni di opportunità, o per ragioni di necessità. Possiamo dire che la condizione nella quale il Paese si trova attualmente ci suggerisce di agire per necessità, andando a cogliere le istanze più urgenti del nostro sistema. In primo luogo, dunque, va affrontato il tema del funzionamento del nuovo Parlamento”. Violante è sicuro che, ad esempio, “il Senato farà molta fatica a funzionare, proprio perché la riforma sul taglio del numero dei parlamentari, lo priva della possibilità di funzionare”.

A questo punto ci sono tre strade percorribili. “O si immagina una camera che si dedichi agli affari regionali”, e “si demanda alla Camera dei Deputati l’indirizzo politico (fiducia, sfiducia e voto finale alle leggi escludendo magari quelle costituzionali), oppure “si amplia la gamma di possibilità decisionali per il Parlamento riunito  in seduta comune”. Anche in questo ultimo caso “si darebbe la possibilità all’assise di decidere in ordine alla fiducia, alla sfiducia e al voto ultimo per le leggi”. Violante riconosce a Marcello Pera il fatto “di aver colto una problematica seria che deve essere risolta nel più breve tempo possibile”.

E, a questo proposito, lancia una proposta ulteriore. “A mio giudizio occorrerebbe introdurre il principio della ‘sfiducia costruttiva’. In sostanza, qualora il parlamento dovesse votare una mozione di sfiducia verso il Premier, dovrebbe contestualmente indicare  un’altra figura che lo sostituisca”. L’ultimo dettaglio, tutt’altro che marginale, riguarda le prospettive del Recovery Fund. “Le Camere non verranno sciolte prima del 2023. Ma, se il Parlamento con il nuovo assetto non fosse in grado di funzionare , sarebbe un grosso problema per il Paese;  ci sarebbe il concreto rischio di perdere tutte le opportunità che in questo momento storico ci vengono garantite dai fondi del Next Generation Eu”.
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L'espropriazione del potere costituente del popolo italiano da parte di elites fallimentari

 

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Pasolini e il rifiuto del potere

 

Che cos’è la cultura? Pier Paolo Pasolini – 2/11/1975

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6 September 2017

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Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell’intelligencija.

Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile – o, per dir meglio, visibile – nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo, in una specie di Avvento – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere.

[…]

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare.

L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti “moderati”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere […] è in realtà – se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia – una forma “totale” di fascismo. Ma questo Potere ha anche “omologato” culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre.

[…]

Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.

(Da una intervista rilasciata a Furio Colombo nel 1975)

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Rifiuto del potere e potere di rifiuto

 

Le dimissioni da Pontefice: Celestino V e Benedetto XVI

La rinuncia al potere: una festa mai celebrata

L’AQUILA – C’è sempre qualcosa di strano nella storia degli uomini. Qualcosa di inafferrabile, di incomprensibile. Ma certamente di calcolato, voluto, condiviso. L’interrogativo: “Perché il 13 dicembre di ieri e di oggi non è mai diventata una festa?” Una data rimasta nel silenzio, spesso nel più lontano dimenticatoio. In quel giorno, in quella data storica, un papa rassegnò le dimissioni. Si chiamava Celestino V. Un gesto mai accaduto, se non alcune volte per gravi motivi di salute. Un gesto, quello di Celestino, profondamente rivoluzionario non solo nella storia della Chiesa, ma nella storia degli uomini. Imperatori e re dimissionari non pare ce ne siano stati. Le dimissioni non sono mai passate come gesto di esempio e di coerenza, ma espressione di pavidità e di fuga dalle responsabilità.

Le dimissioni di Papa Celestino V furono e sono rimaste come denuncia, attacco ad un potere che aveva ben poco di evangelico. Ad un regime ed un sistema lontani dalla vita eremitica che Pietro del Morrone aveva condotto fino alla incoronazione papale. Le dimissioni sono il frutto d’una consapevolezza interiore che nega il potere come tale, rinunciandovi e ritenendolo ostacolo alla salvezza. Lo afferma espressamente: «Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale e per obbligo di coscienza, per debolezza del corpo, difetto di dottrina e la cattiveria del mondo, al fine di recuperare la pace e le consolazioni della vita di prima, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta».

E lo conferma il successore, Bonifacio VIII, nella Bolla “Olim Celestinus” dell’8 aprile 1295: «incalzandolo la coscienza, puramente ed assolutamente rinunciò al papato». Rinunciava ad un tipo di papato che Bonifacio desiderava ed aveva ottenuto. E rinunciava non “per viltade” come sembra accusarlo Dante Alighieri: “vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto”. Sono i versi più famosi della Divina Commedia, riguardanti Celestino V. Resta il fatto che Dante parli di “ombra”, anche se allora facilmente individuabile. La motivazione dell’attacco di Dante, sempre che si riferisca a Celestino, sembra avere valore politico personale. Così scrivono Bianca Garavelli e Maria Corti: “È possibile, anzi plausibile che Dante si accanisse contro l’eremita molisano perché con la sua rinuncia al papato permise indirettamente l’ascesa del Caetani, spietato fautore del potere temporale del papato, esponente di un modo secondo Dante eccessivamente politico e aggressivo di interpretare il ruolo della Chiesa, e suo nemico personale”.

Un altro grande poeta del medioevo italiano, Francesco Petrarca, nato otto anni dopo la morte di Celestino V, nel “De vita solitaria” esclama “Oh fossi vissuto con lui!” e dichiara: “Persone che lo videro mi raccontarono che fuggì, con tanto giubilo, mostrando tali segni di letizia negli occhi e nella fronte quando si allontanò dal concistoro, libero di sé, come se avesse liberato il collo non da un peso lieve, ma da crudeli mannaie, tanto che gli sfolgorava in viso qualche cosa d’angelico”. Sono parole meravigliose, quando ormai Celestino è diventato un mito, un modello di papa santo. “La sua santità – scrisse nel Trecento Giovanni Villani – era stata proclamata ancor prima che egli morisse”. E Paolo Golinelli, nella biografia dal titolo “Il papa contadino”, scrive: “Mentre Bonifacio cercava di consolidare il suo potere, Celestino si era già guadagnato la palma del martirio e l’onore degli altari presso il popolo”.

La fuga dal palazzo reale di Napoli, dove si trovava relegato come pontefice, anche se in una povera capanna costruita appositamente per lui, era la riconquista della libertà contro l’ipocrisia e la contraddizione. Un cristiano/papa non poteva vivere tra le ricchezze d’un re, accumulate frodando e impoverendo il suo popolo. Più che rinuncia, perché all’inizio aveva accettato, in Celestino si evidenzia il netto rifiuto della carica, del ruolo del papa, in quelle condizioni di servo dei potenti. Lo stretto rapporto con Carlo ll d’Angiò che lo schiacciava col suo potere regale e che muoveva tutti i fili del pontificato era una evidente ingiustizia che subiva e una colpa che lo affliggeva.


La vita di Celestino V è stata una continua “conversione” (metànoia). Ne è testimonianza la stessa proclamazione della Perdonanza, all’atto della sua incoronazione a L’Aquila il 29 agosto 1294 nella Basilica di Collemaggio. E l’istituzione della Perdonanza celestiniana – il primo giubileo della cristianità – con la Bolla “Inter sanctorum solemnia” del seguente 29 settembre, non è un normale anno giubilare, come quello proposto nel 1300 dal successore Bonifacio VIII. È una frattura. Un diaframma che infrange il ritmo del tempo, la routine della vita. Con il rito della Perdonanza Celestino intendeva proporre alla Cristianità Universale lo stile di vita evangelica: la conversione interiore. Era la realizzazione dell’Amore per Dio e per gli uomini, che fra Pietro aveva imparato e vissuto durante la sua permanenza sul Morrone, a contatto con la natura, con la gente semplice e povera di quei luoghi impervi d’Abruzzo.

Il concetto di Perdono, direttamente connesso alla incoronazione papale, appare come una confessione pubblica di fallibilità e di indulgenza, di fiducia e di debolezza. Un atto di umiltà che Bonifacio VIII revoca con estremo rigore mediante la Bolla “Sicut plurimorum assertio” del 18 agosto 1295, perché in antitesi con la sua visione del potere papale, ma che non riuscirà ad annullare, perché mai il Primo Magistrato aquilano – il sindaco dell’epoca –, cui Celestino aveva consegnato un originale della Bolla, la restituì. Da 725 anni il prezioso documento è custodito nel forziere della Cappella della Torre civica e proprio il suo possesso ha consentito per oltre sette secoli che sia proprio l’autorità civile, e non quella religiosa, ad indire annualmente questo speciale Giubileo di un giorno che concede l’indulgenza plenaria a chiunque, sinceramente pentito e confessato, varchi la porta della Basilica di Collemaggio dai Vespri del 28 agosto a quelli del giorno immediatamente successivo.

Celestino V

Dopo l’incoronazione, Papa Celestino V e il Re Carlo II d’Angiò partono per Napoli e vi arrivano il 5 novembre, accolti da una massa di napoletani entusiasti. I 107 giorni, dal 29 agosto al 13 dicembre 1294, rappresentano il tempo di riflessione, di sofferenza, di espiazione per aver accettato la nomina a pontefice. Un tempo trascorso nel ricordare i luoghi del suo eremitaggio. Desiderio che cercherà di realizzare in tutti i modi, chiedendo direttamente al nuovo papa di tornare all’eremo di S. Onofrio. Richiesta che Bonifacio nega, dicendogli: “Non voglio che tu torni all’eremo, ma voglio che mi segua in Campania”, come riferisce Tommaso da Sulmona. Ma, al seguito di Bonifacio, giunti al convento di Piedimonte San Germano, la piccola Montecassino, confida la sua idea di fuggire ad un sacerdote amico, che gli mette a disposizione una bestia da soma e può così raggiungere il Morrone.

La gente di Sulmona, appresa la notizia, sale a salutarlo. Rimane sul Morrone alcuni mesi, nella primavera del 1295. Sarà il periodo delle sue fughe quotidiane per evitare le guardie papali che lo vanno cercando. Al disgelo, quando il Morrone e le falde della Maiella si liberano dell’alta coltre di neve, intraprende con un compagno il cammino verso il Gargano e la Foresta Umbra. Ma, braccato anche in quei luoghi, progetta di oltrepassare il mare per recarsi in Grecia, tanto che alcuni marinai di Rodi Garganico si rendono disponibili ad aiutarlo e predispongono la barca. Riescono a partire, ma vengono rigettati dal vento e dalla tempesta sulla costa, vicino a Vieste.

Bonifacio VIII non si dà pace e cerca di rintracciarlo, rivolgendosi alle autorità per farlo arrestare e condurlo da lui. È così che una delegazione con il patriarca di Gerusalemme e un priore dei Templari riesce a scovarlo e ad accompagnarlo in Campania, dove Bonifacio aveva inviato il vescovo Teodorico Ranieri che, di notte, senza che nessuno se ne accorgesse, conduce Celestino ad Anagni, al palazzo dei Caetani. Al mattino, l’incontro tra Bonifacio e Celestino. Bonifacio gli rimprovera la fuga da San Germano e di aver disobbedito. Celestino chiede perdono e implora nuovamente di poter tornare sul Morrone. Bonifacio lo trattiene ad Anagni per due mesi. Parecchi cardinali erano del parere di lasciarlo in pace, ma Bonifacio aveva trovato la soluzione: rinchiuderlo in una cella del castello di Fumone. Vi rimane dall’estate 1295 al 19 maggio 1296. Il giorno della sua morte.

La figura di Pier da Morrone/Celestino V è indubbiamente, a tutt’oggi, un enigma. “Una figura lontana, diversa, per certi aspetti incomprensibile” la definisce Paolo Golinelli. Un “povero cristiano”, per dirla con lo scrittore abruzzese Ignazio Silone, autore del dramma “L’avventura d’un povero cristiano”, in cui focalizza il conflitto tra istituzione e profezia, lettera e spirito. Silone, umilmente e quasi sotto voce, cerca di rintracciare la via maestra, segnata da Celestino, per costruire un mondo di pace e di fratellanza, concludendo: «A ben riflettere e proprio per tutto dire, rimane il “Pater noster”». L’esempio di Celestino è stato seguito, dopo oltre sette secoli, da Benedetto XVI, che annuncia le dimissioni l’11 febbraio 2013, stabilendo che la sede pontificia diventi vacante dalle ore 20.00 del 28 febbraio 2013. Anche le sue dimissioni evidenziano la debolezza d’una persona di 86 anni ed una inconfessata denuncia della burocrazia vaticana, causa di uno spiacevole isolamento nello svolgimento dell’attività pastorale di pontefice. Dimissioni che aprono nuove vie.

Proprio parlando di Celestino V, nella visita pastorale del 4 luglio 2010 a Sulmona, nell’800° anniversario della nascita di Pietro Angelerio del Morrone, Papa Benedetto XVI tra l’altro affermava: «[…] San Pietro Celestino, pur conducendo vita eremitica, non era “chiuso in se stesso”, ma era preso dalla passione di portare la buona notizia del Vangelo ai fratelli. E il segreto della sua fecondità pastorale stava proprio nel “rimanere” con il Signore, nella preghiera, come ci è stato ricordato anche nel brano evangelico odierno: il primo imperativo è sempre quello di pregare il Signore della messe. Ed è solo dopo questo invito che Gesù definisce alcuni impegni essenziali dei discepoli: l’annuncio sereno, chiaro e coraggioso del messaggio evangelico – anche nei momenti di persecuzione – senza cedere né al fascino della moda, né a quello della violenza o dell’imposizione; il distacco dalle preoccupazioni per le cose – il denaro e il vestito – confidando nella Provvidenza del Padre; l’attenzione e cura in particolare verso i malati nel corpo e nello spirito. Queste furono anche le caratteristiche del breve e sofferto pontificato di Celestino V e queste sono le caratteristiche dell’attività missionaria della Chiesa in ogni epoca. […]».

E ancora Papa Benedetto a Sulmona: «[…] Tutto questo non distoglie dalla vita, ma aiuta invece ad essere veramente se stessi in ogni ambiente, fedeli alla voce di Dio che parla alla coscienza, liberi dai condizionamenti del momento! Così fu per san Celestino V: egli seppe agire secondo coscienza in obbedienza a Dio, e perciò senza paura e con grande coraggio, anche nei momenti difficili, come quelli legati al suo breve Pontificato, non temendo di perdere la propria dignità, ma sapendo che questa consiste nell’essere nella verità. E il garante della verità è Dio. […]». Un anno prima, il 28 aprile 2009 a L’Aquila, visitando la Basilica di Collemaggio devastata dal sisma, Papa Benedetto XVI si era raccolto davanti all’urna con le spoglie di san Celestino V, rimasta intatta nel mausoleo quasi per miracolo salvo dalle copiose macerie d’intorno, e vi aveva deposto con un gesto di umiltà e d’intenso raccoglimento il suo Pallio di pontefice. Un gesto fortemente simbolico davanti al suo predecessore, quasi profetico per quel che egli stesso avrebbe compiuto tre anni dopo, con le sue dimissioni.

Per questo il successore, col nome significativo di Francesco, eletto il 13 marzo 2013, ha preferito vivere in una normale dimora, la casa di Santa Marta, a testimonianza di stile e di esempio di vita. Non sappiamo se la data della sua ordinazione sacerdotale, il 13 dicembre 1969, abbia riferimenti con la data delle dimissioni di Celestino V, ma certamente appare non casuale e piuttosto provvidenziale a motivo dell’incontro inimmaginabile tra un pontefice che lascia il potere ed uno che lo accoglie. Papa Francesco, con l’età di 83 anni, non sembra preoccuparsi per motivi di salute, ma potrebbe anch’egli raggiungere gli 86 anni e rassegnare le dimissioni. Cosa assolutamente possibile, anche se non augurabile.

Resta sempre, latente, il desiderio di quel “Papa Angelico, al quale sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio”, secondo le parole di Gioacchino da Fiore, applicate allora a Celestino V. È oggi più che evidente lo sforzo di Papa Francesco nel rinnovare la Chiesa, nonostante le critiche dei conservatori e, talvolta, la mancanza di adesione convinta da parte dei collaboratori più stretti. Purtroppo negli episcòpi, spesso antiche e artistiche costruzioni con numerose stanze decorate, i vescovi vi dimorano come gentiluomini e burocrati. Lontani dagli eremi dove viveva e amava vivere Celestino. E, paradossalmente, lontani da quel popolo di Dio che sono chiamati a servire.

Paolo VI, nel post Concilio, aveva ordinato ai vescovi di rassegnare le dimissioni all’età di 75 anni, con il Motu Proprio “Ecclesiae Sanctae” del 6 agosto 1966. Una normativa che lo aveva angosciato, perché avrebbe dovuto valere anche per il papa. Si recò al castello di Fumone, il 1° settembre di quell’anno, in visita alla cella dove era morto Celestino, per pregare e avere ispirazione sul tema delle dimissioni. Addirittura si parlò di sue dimissioni e di un eventuale eremitaggio sul Morrone, sulle orme di Celestino. In quella occasione Papa Paolo VI tra l’altro disse: «[…] Ed ecco rifulgere la santità sulle manchevolezze umane: il Papa (Celestino V, ndr), come per dovere aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse – se le sue parole si riferiscono veramente a Celestino – ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere. E morì qui, segregato, perché altri non potesse profittare ancora della sua semplicità ed umiltà, e la morte non fu per lui la fine, ma il principio della gloria, oltre che nel paradiso, anche sulla terra. […]». Le disposizioni che obbligano i vescovi a rassegnare le dimissioni all’età di 75 anni sono state recentemente ribadite anche da Papa Francesco. La regola delle dimissioni apre una strada nuova, meravigliosa, non solo per la Chiesa, ma per l’umanità. È la strada della critica al potere che deve trasformarsi in servizio. Una critica che assume i caratteri dell’auto-critica.

Celestino, dunque, non è imprigionabile nelle stanze del potere, di ogni potere, anche di quello ecclesiastico, simboleggiato dalla tiara, il copricapo che con Bonifacio VIII diventerà “triregno”, a significare il potere temporale del papato. Questo simbolo venne eliminato da Paolo VI e venduto per ricavarne denaro da destinare ai popoli del Terzo Mondo. La salma di Celestino, lasciata prima a Ferentino, da alcuni monaci Celestini fu proditoriamente trafugata nel 1327 e traslate a L’Aquila. Nel frattempo c’era stata la prima canonizzazione di san Pietro del Morrone, come confessore, avvenuta nel 1313 ad opera di Clemente V ad Avignone, dove lo stesso pontefice aveva trasferito la sede apostolica. Bisogna attendere il 1668 per la seconda canonizzazione come pontefice, diventando così san Pietro Celestino. Oggi le spoglie di Celestino V sono custodite nella Basilica di Collemaggio, nello cinquecentesco mausoleo realizzato dallo scultore Girolamo da Vicenza, raccolte in un’urna di cristallo e argento sbalzato. Probabilmente Celestino non immaginava né voleva che le sue spoglie mortali fossero rivestite dei paramenti pontificali, esposte alla venerazione dei fedeli. Più verosimilmente avrebbe preferito indossare, da morto, il saio della povertà e rimanere nella grotta del Morrone, col suo stile di vita umile e modesto.

A livello di analisi esegetica, c’è un concetto semplice e profondo, eloquente e terribile, esposto in poche parole nella lettera di San Paolo ai Filippesi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”(2,6-8). È la “kénosi”, parola derivante dal verbo greco “ekénosen”, che significa appunto “spogliarsi, svuotarsi, privarsi”. Forse nessun passo della Scrittura è così sconvolgente come questo. In poche parole viene focalizzata la figura di Cristo-Dio, nella sua eccezionalità: rinuncia all’ “onnipotenza” divina e scelta della “debolezza” umana. Su questa via, segnata dal sangue del Fondatore, si sono incamminati tutti coloro che, come Celestino, hanno lasciato un’orma indelebile nella storia e tutti coloro che oggi ne incarnano la vita.

Mario Setta, Goffredo Palmerini/com.unica 16 ottobre 2019

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Rifiuto del potere e forme di governo nell'Ordine dei frati minori

 

Francesco d'Assisi: il potere in questione e la questione del potere. Rifiuto del potere e forme di governo nell'Ordine dei frati minori

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Autore: Jacques Dalarun
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Editore: Biblioteca Francescana
Collana: Fonti e ricerche
Codice EAN: 9788879620857
Anno edizione: 1999
Anno pubblicazione: 1999
Dati: libro


Note legali

 

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Potere e autorità: i processi psicologici alla base

 

Potere e autorità: i processi psicologici alla base

Il potere è un concetto molto controverso, è una relazione tra individui che porta alla capacità di ottenenere obbedienza.

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ID Articolo: 184054 - Pubblicato il: 14 aprile 2021
di Caterina De Luca
Potere e autorità: i processi psicologici alla base
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L’obbedienza all’autorità è l’elemento fondamentale della struttura sociale. Non è né giusta né sbagliata, l’eticità dell’obbedienza dipende unicamente dalle disposizioni a cui si è sottoposti e dal contesto entro cui si obbedisce.

 

La folla è un gregge docile incapace di vivere senza un padrone. È talmente desiderosa di obbedire che si sottomette istintivamente a colui che le si pone a capo. (Sigmund Freud)

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Il potere è un concetto molto controverso, spesso identificato in una relazione causale diretta. Chi detiene il potere si impone su chi lo subisce. È una relazione tra individui che porta alla capacità di ottenere obbedienza. L’aspetto che si colloca nel rapporto di accettazione o rifiuto del potere è l’autorità. Nell’obbedienza gioca un ruolo fondamentale l’influenza esercitata sul sistema sociale. L’obbedienza prevede una disuguaglianza sociale, ovvero presuppone una persona di posizione sociale superiore che detta il comportamento, la fonte, e una persona di posizioni inferiore che vi obbedisce, il bersaglio (Mucchi Faina et al., 1996). Ci sono azioni che la fonte non può compiere e che quindi richiede al bersaglio. Vi è un’indipendenza tra il comportamento del richiedente e quella di colui che esegue. Queste richieste sono dei comandi espliciti ai quali conformarsi, quindi vi è consapevolezza dell’uniformarsi alla regola o meglio un’intenzionalità del processo d’influenza (Mucchi Faina et al., 1996). Il rapporto tra individuo e autorità può essere inteso come una negoziazione di significati che definiscono l’influenza che l’autorità può esercitare sull’individuo.

La compiacenza è il processo psicologico che sta alla base del fenomeno dell’obbedienza all’autorità (Moscovici & Lage, 1976; Maass & Clark, 1983). Può corrispondere o no all’accettazione privata ed emerge nel momento in cui il bersaglio pensa di evitare sanzioni o di ricavarne un vantaggio, accondiscendendo a quell’ordine. Nel processo dell’obbedienza l’individuo entrando a far parte di un sistema gerarchico viene a trovarsi in uno stato eteronomico, ovvero l’individuo non si considera più libero di intraprendere libere condotte e neanche responsabile delle sue azioni, ma strumento per eseguire gli ordini dell’autorità (Milgram, 1963). Ciò porta ad atti di obbedienza solo se l’autorità dà ordini specifici che definiscono l’azione e contengono l’imperativo di eseguirla. In questo stato cognitivo il soggetto ridefinisce il significato della circostanza accettando e adattandosi alla prospettiva di chi detta le disposizioni. La persona non concepirà più l’ordine a cui obbedisce come scaturito da motivazioni personali, non avrà quindi ripercussioni sul giudizio dell’immagine che ha di sé. Vi è una perdita di attribuzione che porta il bersaglio a sentirsi responsabile nei confronti dell’autorità piuttosto che delle conseguenze delle azioni da lui messe in atto, si ha un dislocamento della responsabilità (Bandura et al., 1996; Caprara et al., 1996). Quando l’individuo entra in uno stato eteronomico è influenzato da fattori distali che lo riportano ad esperienze personali di educazione all’obbedienza, e da fattori prossimali (Milgram, 1963) legati alla relazione tra soggetto ed autorità come l’adesione volontaria al sistema d’autorità, la giustificazione ideologica e la percezione di un’autorità legittima. Attraverso quest’ultima si può motivare e giustificare la posizione dominante, aspetto cardine della fonte. Quindi, possiamo immaginare l’autorità come esercizio legittimato di potere.

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La norma dell’obbedienza è insita in tutti noi, in quanto gli individui tendono ad obbedire a chi è dotato di legittima autorità. Con l’idea di potere legittimo, Weber (1961) distingue tre categorie di legittimazione: legittimità tradizionale che sottende la convinzione della validità di una autorità fondata sulla prassi quotidiana, “così è sempre stato, e così sempre sarà”; legittimità carismatica che poggia sulla convinzione del valore esemplare di una specifica persona ovvero il leader; e legittimità legale-razionale che sottoscrive la convinzione basata sulla credenza del valore legale dell’ordinamento statuito. L’autorità produce un modellamento verso il pensiero dell’ordine impartito, senza necessariamente che quest’ultimo lo ritenga giusto o sbagliato (convergenza cognitiva – Nemeth, 1986; Nemeth et al., 1992).

L’obbedienza all’autorità è l’elemento fondamentale della struttura sociale. Non è né giusta né sbagliata, l’eticità dell’obbedienza dipende unicamente dalle disposizioni a cui si è sottoposti e dal contesto entro cui si obbedisce. Si può effettuare una differenziazione tra obbedienza costruttiva e obbedienza distruttiva. La prima afferma la libertà individuale e un’armonia sociale, poiché l’assenza di regole alimenterebbe il caos. La seconda non tiene conto delle conseguenze delle azioni e qui ritroviamo i “crimini di obbedienza”, dove troviamo un basso sviluppo morale. Per Bauman (1992) lo sviluppo morale può essere ostacolato da determinate caratteristiche: una divisione funzionale dei compiti così da non percepire la visione dell’insieme, il distanziamento sociale in modo da depersonalizzare il destinatario, la produzione dell’indifferenza e la sostituzione della responsabilità morale con quella tecnica, così da sentirsi responsabili solo del ruolo all’interno dell’apparato e non delle conseguenze morali delle proprie azioni.
Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2021/04/potere-autorita/

at giugno 15, 2021 Nessun commento:
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Brave Myanmar nuns refuse to be silenced by military power

 

Slavery In Asia

Myanmar

Brave Myanmar nuns refuse to be silenced by military power

As a Kachin nun earns global plaudits for her courage, more sisters are standing with the people against oppression


UCA News reporter

Published: March 09, 2021 10:25 AM GMT ▾
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Brave Myanmar nuns refuse to be silenced by military power

Nuns from the Sisters of St. Joseph of the Apparition march in the streets of Yangon in February. (Photo: SJA)

While the world is closely watching Myanmar’s crisis following the military coup, a Catholic nun in Christian stronghold Kachin state has set a shining example with her fearlessness in confronting security forces.

Sister Ann Rosa Nu Tawng earned international acclaim on Feb. 28 when she knelt in the road to plead with security forces not to shoot protesters.

The Vatican newspaper and international media highlighted the Sisters of St. Francis Xavier nun’s courage in standing her ground.

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A day after her brave move, Emeritus Bishop Francis Daw Tang of Myitkyina praised Sister Nu Tawng’s courageous action for the Church and for the people.

On March 8, during a general strike against the coup held in several cities including Myitkyina, Kachin state’s capital, the nun repeated her brave act in kneeling down and pleading with police officers not to shoot unarmed civilians.

While she was kneeling down in the road, Bishop Daw Tang and another nun were helping to mediate between security forces and anti-coup protesters.

However, security forces began a crackdown on protesters around noon that led to two protesters being shot dead and several others injured.

These were the first deaths since the Feb. 1 coup in conflict-torn Kachin, where most of the state’s 1.7 million people are Christians including 116,000 Catholics.

At least 56 people have been killed since the demonstrations began on Feb. 6, according to the United Nations.

The Kachin nun’s bravery in the Buddhist-majority country has been saluted by many people.

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Nuns have played a significant role in the nationwide anti-coup protests by marching in the streets, praying at convents and standing before churches to express their solidarity with the people of Myanmar.

In early February, nuns from Sisters of St. Joseph of the Apparition reached out to protesters and offered them drinks and snacks.

They also visited two families in Mandalay, the country’s second-largest city, where two Buddhists were killed by security forces to console them and pray for the departed souls.

Nuns from various congregations have joined laypeople and seminarians to march in the streets for a peaceful solution to the crisis by reciting the rosary and singing gospel songs in Yangon, Mandalay and Loikaw.

On March 6, nuns from the Sisters of Charity congregation reached out to six families in Monywa in central Myanmar to pray for the deceased and provide rice and cooking oil.

At least five people were killed by security forces in Monywa on March 3, the bloodiest day of the protests when 38 people died across the country.

Sister Ann Rosa Nu Tawng and Bishop Francis Daw Tang plead with security forces not to crack down on protesters in Myitkyina on March 8. (Photo supplied)

Acts of unity

Despite church leaders asking priests, religious men, women and seminarians not to go out on the streets, many have shown acts of unity with the people of Myanmar in calling for an end to military dictatorship and a return to democracy.

A letter released on Feb. 9, signed by Cardinal Charles Bo of Yangon, president of the Catholic Bishops’ Conference of Myanmar (CBCM). and its general secretary Bishop John Saw Yaw Han, prohibited Catholic symbols and flags being displayed in demonstrations.

Amid strong objections from some clergy and young Catholics, the letter was removed from the CBCM’s official Facebook page.

Sister Nu Tawng, who has marched in the streets with fellow Christians, said she could not understand why the clergy and religious were prohibited from joining protests.

“It’s a nationwide protest against military rule beyond the boundary of religions, race and ethnicity. Why don’t we stand up for the people?” she told UCA News.

A Kachin Catholic activist based in Yangon posted on her Facebook page: “Salutations to the nun from Myitkyina but condemn the CBCM for its statement.”

“You are always my hero,” she added while sharing photos of Sister Nu Tawng.

Good Shepherd sisters in the USA and Canada said: “We pray for the people for their strength and safety. They are courageous and faith-filled people who seek and deserve respect and freedom and whose rights are being violated in this military coup.”

Quoting their foundress, St. Mary Euphrasia, they added: “If you do not speak out, if you do not sound the alarm when it is needed, you will be justly convicted by your silence.”

Nuns from the Sisters of St. Joseph of the Apparition congregation offer drinks and food to young protesters in Yangon on Feb. 25. (Photo: SJA)

at giugno 15, 2021 Nessun commento:
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14 Giugno 2021
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13 Giugno 2021 3 minuti di lettura

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FINE DEL RIFORMISMO DEMOCRATICO - VOGLIONO LA GUERRA CIVILE

 

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COMUNICATO STAMPA
14/6/2021

L'ultima parola ai cittadini: con il referendum!

Niente come il referendum obbliga alla collaborazione. La maggioranza SVP-Lega Salvini non vuole collaborare con altri, vuole governare da sola in modo autoritario. Perciò essa tenta di abolire il referendum. Senza fare i conti con i cittadini. L'ultima parola non spetta alla maggioranza in Consiglio. Con il referendum - come lo prevede lo statuto d'autonomia sulle leggi che determinano la democrazia – contro l'abolizione del referendum sulle leggi ordinarie, la società civile in Alto Adige deciderà sul futuro della politica nel proprio territorio: democrazia partitica e di potere o democrazia dei cittadini sotto l'insegna della collaborazione.

Il referendum, dopo la seduta del Consiglio provinciale ora in Alto Adige, non esiste più? No! Si va al referendum contro il tentativo di abrogarlo.
Questo lo garantisce in questo caso lo statuto di autonomia. Contro modifiche di leggi che determinano la democrazia provinciale, rispettivamente 8.000 cittadini o sette consiglieri provinciali possono richiedere il referendum. Questo diritto è diritto costituzionale.
Non temiamo che i cittadini si tolgano da sé il loro strumento di controllo.

La nostra grande preoccupazione riguarda invece la politica determinata dall'attuale maggioranza  SVP-Lega Salvini.
Nel novembre 2020, in pieno periodo di pandemia, con i cittadini senza possibilità di difendersi, il presidente del Consiglio J. Noggler presenta un disegno di legge lasciato cadere dalla SVP un anno prima, che prevede la cancellazione di uno dei due pilastri della democrazia diretta. In primavera 2021 questo intento non trova la maggioranza necessaria nella commissione legislativa. Ora, proprio nell'ultimo momento prima della trattazione in aula, il rappresentante di Forza Italia presenta un emendamento che ripresenta l'abolizione del referendum. La maggioranza SVP-Lega Salvini lo approva. Il presidente della Giunta Kompatscher, nello stesso momento nel quale dichiara quanto esso sia favorevole alla partecipazione dei cittadini, dichiara di voler votare per l'abolizione dello strumento cardine della democrazia diretta. Esso è stato introdotto con la legge deliberata nel 2018 in seguito ad un processo partecipativo al quale hanno partecipato 70 organizzazioni e centinaia di cittadini di tutta la provincia. Il presidente della Giunta lo giustifica con la presunta incostituzionalità. In realtà però la legge è stata al vaglio dell'istituzione competente a Roma senza essere impugnata davanti alla Corte Costituzionale. Questo a differenza di veramente molte leggi che sono state varate ben sapendo che sarebbero state respinte o impugnate dal governo. In più ha motivato l'abrogazione del referendum asserendo che comprometterebbe l'attività legislativa. In realtà esso non è mai stato applicato. Ciò nonostante ha avuto il suo effetto peculiare: Con la possibilità di poter lanciare il referendum contro un disegno di legge, la maggioranza finalmente è tenuta a parlare anche con la minoranza e a praticare forme nuove di collaborazione.

Il referendum più di altro garantisce la collaborazione politica. La maggioranza SVP-Lega Salvini non vuole la collaborazione. Essa vuole governare da sola in modo autoritario. È questa l'unica ragione per la quale la maggioranza vuole ora abolire il referendum. Per l'Iniziativa per più democrazia invece l'introduzione del referendum è stato il passo decisivo verso una democrazia di concordanza.

Le élite che ci governano dal dopoguerra ci hanno portati a problemi immensi facendo della politica un campo di battaglia sul quale si sono imposti nella maggioranza dei casi gli interessi particolari più prepotenti. Con questi problemi non ci possiamo confrontare diversamente in modo fiducioso se non puntando alla collaborazione di tutti: di tutti i rappresentanti politici tra di loro e con i cittadini.
Con questa decisione del Consiglio provinciale la società civile in Alto Adige così ora è posta davanti a una scelta di fondo. Con questo referendum si deciderà se vogliamo continuare a dover vivere con questa politica della lotta per il potere e la supremazia di pochi o se vogliamo vivere in una democrazia dei cittadini contrassegnata da un dialogo e un accordarsi di reciproco rispetto su ciò che va fatto.
at giugno 15, 2021 Nessun commento:
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WHY DO THEY TELL YOU DAY IN DAY OUT NOT TO RISE UP IN ARMS? BECAUSE THEY WANT TO DRAG YOU DOWN. THE TRANSHUMANIST NOW/GR REVOLUTION IS NOT JUST A TOP DOWN REVOLUTION, BUT A PREVENTIVE ONE: YOU ARE WHAT MUST BE PREVENTED. AND TRUMP IS AMONG THE PREVENTERS. WHERE STANDS THE PERMANENT CONSTITUTIONAL CONVENTION OF THE CITIZENS? THE PREVENTIVE REVOLUTIONARIES ARE OUR NATURAL ENEMIES.

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