L'espropriazione del potere costituente del popolo italiano da parte di elites fallimentari e di una UE fallimentare su tutta la linea: Per chi e' pericolosa l'assemblea costituente PERMANENTE?

 

Istituire un’assemblea costituente? Una proposta illegittima e pericolosa

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di Alessandro Morelli

“Una commissione ad hoc eletta dal popolo con 75 membri non parlamentari può dar vita a un sistema più efficiente e snello”. È questa la proposta avanzata dall’ex presidente del Senato Marcello Pera, illustrata in un’intervista a La Repubblica di qualche giorno fa. “Nelle riforme da fare per ottenere i fondi del piano Recovery – ha aggiunto Pera – si parla di velocizzare i processi, e certamente l’ottima ministra Cartabia farà del suo meglio. Eppure la Costituzione prevede che ‘contro le sentenze’, anche quelle su liti banali fra vicini di casa, è sempre ammesso il ricorso in Cassazione, dunque tre gradi di giudizio. Oppure, fra le stesse riforme, si parla di limitare l’appello del pubblico ministero, che però in nome della Costituzione la Corte costituzionale ha sentenziato impossibile”. Tale organo dovrebbe essere eletto dal popolo tra persone che non facessero già parte del Parlamento.

Una proposta subito accolta dalla capogruppo di Forza Italia al Senato Anna Maria Bernini, secondo la quale “Sarebbe miope far cadere nel vuoto la proposta del presidente Pera per far nascere una commissione dei 75 per riformare la Costituzione, sulla falsariga di quella presieduta da Ruini nel secondo dopoguerra”. Le riforme alle quali si fa riferimento non riguarderebbero soltanto il settore della giustizia ma l’intera organizzazione istituzionale (forma di governo, sistema delle autonomie ecc.).

La proposta di istituire una nuova assemblea costituente poggia sulla convinzione che le riforme organiche del testo costituzionale finora approvate dal Parlamento, che non hanno visto la luce (come quella promossa dal Governo Renzi, bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016), siano fallite per la mancanza di una sufficiente legittimazione politica delle maggioranze parlamentari che le avevano votate. Legittimazione di cui sarebbe, invece, dotato un organo collegiale eletto a suffragio universale e diretto, specificamente incaricato di approvare una nuova costituzione, similmente all’Assemblea che diede vita all’attuale Carta repubblicana.

Il ragionamento, tuttavia, non convince e la soluzione prospettata appare altamente rischiosa e sostanzialmente illegittima.

Non si comprende innanzitutto perché tale assemblea dovrebbe essere composta solo da 75 membri. L’Assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946, infatti, annoverava 556 componenti e la Commissione presieduta da Meuccio Ruini, evocata dal numero dell’organo prospettato da Pera, fu istituita il 15 luglio 1946 tra tutti i Costituenti, con il compito di redigere il testo da sottoporre, alla fine dei lavori, alla stessa Assemblea. Non è chiaro, inoltre, perché di tale organo non potrebbero far parte gli attuali parlamentari, che verrebbero dunque privati dell’elettorato passivo.

Un organo del genere dovrebbe essere istituito, in ogni caso, con un’apposita legge costituzionale approvata secondo la procedura aggravata prevista dall’art. 138 Cost. (due deliberazioni da parte di ciascuna camera a intervallo non minore di tre mesi, approvazione con maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera nella seconda votazione, possibilità di chiedere l’indizione di un referendum, tranne nell’ipotesi in cui la legge sia stata approvata nella seconda votazione dai due terzi di ciascuna camera). La legge dovrebbe anche definire poteri e limiti dell’assemblea costituente e i suoi rapporti con il Parlamento. Ma qui sta il problema principale: cosa potrebbe fare tale assemblea che non possa già fare il Parlamento?

La Corte costituzionale ha chiarito da tempo che la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro “contenuto essenziale” neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali (lo ha detto soprattutto nella sentenza n. 1146 del 1988 ma anche in diverse altre pronunce). Oltre alla forma repubblicana, di cui parla espressamente l’articolo 139 della Costituzione, rientrano tra questi principi quelli enunciati dai primi dodici articoli della Carta repubblicana nonché dagli articoli della prima parte che riconoscono diritti e doveri fondamentali.

A cosa servirebbe, dunque, una nuova assemblea costituente se non a sovvertire o a modificare nel loro “contenuto essenziale” i principi supremi dell’ordinamento?

Delle due l’una. Se l’organo che si pensa di istituire non è una vera “assemblea costituente”, ma solo una commissione, pur a designazione elettiva, incaricata di predisporre un testo di revisione costituzionale che non tocchi nel loro “contenuto essenziale” i principi supremi, non si comprende il motivo della sua creazione e la stessa denominazione appare impropria. Tutte le revisioni indicate dal promotore dell’iniziativa, riguardanti i settori della giustizia, della forma di governo e delle autonomie, possono già essere approvate con la procedura prevista dalla Costituzione, senza certo il bisogno di creare un organo ad hoc. Se, invece, si vuole effettivamente dare vita a un’assemblea costituente, totalmente libera di approvare una nuova Costituzione (principi supremi compresi), si sta prospettando una soluzione palesemente incostituzionale, anzi eversiva.

C’è però dell’altro. Un’assemblea costituente non è una soluzione adottabile in qualsiasi frangente storico, non può essere usata per superare un momento di stasi politica o una qualunque crisi, pur grave, della dinamica istituzionale. È l’organo titolare del potere costituente, legittimato a dare vita a un nuovo ordinamento.  Le particolari condizioni storiche in cui operò l’Assemblea che il 22 dicembre 1947 approvò in via definitiva la Costituzione vigente non sono certo paragonabili all’attuale contesto politico-istituzionale. Si era nell’immediato dopoguerra, in una situazione di grande incertezza anche dal punto di vista politico. I nostri costituenti, come ha scritto Roberto Bin, lavorarono dietro a quello che John Rawls ha chiamato il “velo d’ignoranza”: redassero il testo della nostra legge fondamentale con il peso dell’“umana ignoranza del futuro, aggravata dall’assenza di un passato recente e significativo, capace di consentire previsioni sulle sorti politiche delle parti poste a confronto”. Il che – continua ancora Bin – fece prevalere un atteggiamento di prudenza “dettato dal timore di soccombere politicamente e di veder travolte le proprie posizioni politiche, i valori di cui ci si è eretti difensori”. Oggi tali condizioni non esistono.

Che il Governo Draghi sia sostenuto da una maggioranza parlamentare estremamente ampia non è una circostanza sufficiente a legittimare l’istituzione di un’assemblea costituente. L’esperienza degli ultimi decenni mostra come le decisioni sulle riforme siano prese da ogni maggioranza parlamentare con le idee abbastanza chiare su come avvantaggiarsi delle stesse (il succedersi di leggi elettorali illegittime e difettose è, in tal senso, emblematico).

Che tipo di costituzione potrebbe scaturire allora da una nuova assemblea costituente? Con tutta probabilità, si tratterebbe di una costituzione inidonea ad assolvere la duplice funzione che è propria di tale atto: assicurare la separazione dei poteri e la garanzia dei diritti fondamentali. Principi, questi ultimi, la cui garanzia richiederebbe oggi più che mai, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, interventi riformatori volti a rafforzare il sistema dei contrappesi e delle garanzie costituzionali. E per fare questo gli strumenti forniti dalla Costituzione vigente sono più che sufficienti. Serve soltanto la volontà politica.

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Riforma Senato. Pera: va fatta ma serve Assemblea Costituente / L'espropriazione del potere costituente del popolo italiano da parte di elites fallimentari e di una UE fallimentare su tutta la linea

 

2014-04-03 15:10:46

Riforma Senato. Pera: va fatta ma serve Assemblea Costituente


Marcello Pera, già presidente del Senato della Repubblica Italiana, filosofo, scrittore
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Direi che la riforma costituzionale, anche del Senato, è necessaria. Per essere franco quello che non ho ben compreso è se oggi si stia realmente discutendo della riforma della Costituzione o, invece, soltanto di una riforma politica. Cioè per avere finalmente un governo che non debba sottostare a maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Se si guarda anche solo alla efficienza delle nostre Istituzioni, cioè al modo in cui producono volontà politica e quindi legislazione, si vede che la efficienza è molto bassa, che qualcosa si deve fare. Insomma, un governo oggi che vuole prendere una decisione rapida perché di fronte a un problema urgente, deve sottostare ad un itinerario parlamentare che non finisce più. Non solo. Ma quando è finito, non esprime, quell’itinerario, la volontà iniziale dello stesso governo. Ho l’impressione che ci sia una forma di incertezza sulla natura, sulla figura, sul ruolo del senato. Anche le competenze che gli vengono lasciate non sono ben definite, non si sa bene che cosa questi senatori devono fare. Si aggiunga, ahimè, che insomma, c’è un po’ di demagogia e di populismo che è nato in Italia dalla famosa disputa contro la cosiddetta casta. I senatori, o come altro si chiameranno, non devono essere retribuiti. Capisco. Ma chi non è retribuito o chi da un lontano comune d’Italia viene a Roma per discutere di qualcosa di importante, si capisce che è una persona che non attribuisce grande ruolo e grande peso alla funzione che svolge. Quindi, c’è anche una questione che riguarda la dignità del senatore, ma al tempo stesso il ruolo che gioca.
Mi ricordo le esperienze di tutte le Commissioni bicamerali. Penso in particolare all’ultima, presieduta dall’on. D’Alema. Era costituita da deputati e senatori eletti al Parlamento. C’era un presidente del Consiglio in carica, in quel caso, il presidente Prodi. Ad un certo punto ciò che emergeva in Commissione urtava contro le esigenze politiche del governo. Detto più brutalmente. Se passava una certa misura nella Commissione bicamerale, il governo sarebbe andato in crisi. Questo a mio avviso dimostra che una vera riforma della Costituzione italiana non può essere fatta da rappresentanti del Parlamento che sono eletti per altri scopi. Perciò avevo proposto un’Assemblea Costituente, distinta e separata dalla Camera e dal Senato, composta da persone che non fossero parlamentari, che avessero esplicitamente il mandato di riscrivere la Costituzione e poi di sottoporla ad un referendum popolare. penso anche che, alla fine, i senatori accetteranno una diminuzione del loro status, penso perfino che i senatori decideranno di avere un senato prossimo di non eletti ma questo accadrà solo per la paura che, altrimenti, si andrebbe a votare adesso. Allora di fronte alla promessa del governo di tenerli in carica fino al 2018, i senatori penso che saranno poi costretti, nel senso di coartati, di approvare questa riforma, anche se questa riforma è ancora insufficiente e per certi aspetti inadeguata. (a cura di Luca Collodi)

LA CRISI RICHIEDE UN PATTO COSTITUENTE NUOVO - di Marcello Pera

 

Discussione:
Marcello Pera: «La crisi richiede un patto costituzionale nuovo» | Unione Italiana
(troppo vecchio per rispondere)
m***@hotmail.it
9 anni fa
Permalink
Abbiamo ricevuto dal Senatore Marcello Pera l’articolo, che ci onoriamo di pubblicare, relativo alla proposta di Legge costituzionale volta alla formazione di un’Assemblea Costituente.

La proposta del Senatore Pera – di cui non abbiamo dimenticato l’alto profilo di dedizione alle istituzioni con cui seppe condurre, quale Presidente, il Senato della Repubblica – ci sembra recare l’unica reale possibilità di riformare seriamente e responsabilmente le istituzioni del nostro Paese, consentendo quel rinnovamento e quel rilancio dell’Italia, che è alla base della nascita stessa di Unione Italiana.

Per questo sin d’ora reputo di poter affermare che l’iniziativa di realizzare una nuova Assemblea Costituente – la quale riprenda, anche nella struttura, quell’Assemblea che nell’Italia stremata del secondo dopoguerra seppe darci, attraverso un confronto dai toni talora anche aspri ma sempre di alto livello ideale, una nuova Carta Costituzionale – diviene l’obiettivo di Unione Italiana.

Siamo consapevoli che i nemici della nuova Assemblea Costituente, che sappia chiamare a raccolta le risorse migliori del Paese, saranno le forze conservatrici di tutti i partiti, di quanti, cioè, hanno affossato l’Italia. Il nostro Movimento, fondato innanzitutto su forti contenuti etici, convinto della necessità di un ritorno alla meritocrazia e a quell’insieme di Valori che, negli anni passati, consentirono uno straordinario sviluppo per l’Italia, saprà battersi con ogni energia per conseguire questo obiettivo.

Unione Italiana è innanzitutto un movimento di popolo, non di caste e di piccoli uomini di potere, dediti a perseguire il proprio “particolare”, e per questo saprà cogliere sia l’alto profilo ideale sia la forza dirompente e quindi realmente “rivoluzionaria” che l’iniziativa del Senatore Pera contiene.

Gianfranco Librandi



- LA CRISI RICHIEDE UN PATTO COSTITUENTE NUOVO -

di Marcello Pera

In settimana, al Senato, si dovrebbe votare per il semi-presidenzialismo. È un voto inutile, perché quella riforma, tirata fuori dal Pdl all’ultimo momento, dopo che già aveva concordato con il Pd su un sistema diverso, passerà (con i voti ora poco affidabili della Lega), ma poi, per mancanza di tempi e di accordo, resterà impantanata alla Camera. Sì che il voto del Senato avrà un valore di testimonianza, buono, al più, per una campagna elettorale. La prima domanda allora è: il Pdl, o come altro Berlusconi lo ribattezzerà, vuole davvero la riforma della Costituzione? La seconda, e più importante, domanda è: l’Italia ha davvero bisogno di una nuova Costituzione?

Che così sia è ormai convincimento molto diffuso da tanti anni. La nostra Costituzione è terribilmente vecchia e in gran parte superata dalla storia. Servì quando lo Stato nazionale appena uscito dal Fascismo doveva in primo luogo evitare una guerra civile. Non serve più allo stesso modo oggi, quando la sovranità dello Stato nazionale è pressoché tutta trasferita agli organismi europei e Nato, e la guerra (o il “percorso di guerra” come lo chiama il Presidente del consiglio) è di tutt’altro tipo.

Per riflettere su questo punto, basta farsi, tra le molte, alcune domande semplici. Trascuro quelle che riguardano i cosiddetti principi, che sono le meno discusse e invece dovrebbero essere continuamente sollevate. Vorrei solo ricordare che, quando gli imprenditori italiani definiscono la nuova legge sul lavoro una “boiata”, dovrebbero riflettere che essa discende direttamente dall’art. 1 della Costituzione. E quando il Presidente del consiglio dichiara che il tempo della “concertazione” è finito, dovrebbe anch’egli ricordarsi che quella cultura consociativa ha la stessa matrice. Se la Repubblica è “fondata sul lavoro” e l’impresa non ha dignità di ruolo costituzionale, mentre ne ha uno preminente “la funzione sociale della proprietà privata” o la “uguaglianza sociale”, non c’è da meravigliarsi di ciò che sta accadendo, ivi compreso l’insostenibile debito pubblico. Al contrario, c’è da concludere che l’abito disegnato dai costituenti del 1948 sta molto stretto alle esigenze dei loro nipoti di oggi.

Mi concentro piuttosto su questioni quotidiane apparentemente meno impegnative di quelle dei principi, ma più direttamente percepibili. Perché abbiamo un governo di tecnici e non di politici? Chi li ha nominati e a chi rispondono? Quale ruolo ha il Parlamento nei confronti di questo Governo? Lo esprime? Lo indirizza? Lo controlla? Lo può sostituire tutto o in parte? E il Presidente della Repubblica è garante dell’unità nazionale o della vita del Governo? E quando il Governo firma trattati o stipula accordi con cui cede la sovranità popolare, il Parlamento deve esprimersi con maggioranze semplici o qualificate? E chi è autorizzato a giudicare se la cessione di sovranità sia o no compatibile con la Costituzione? Il popolo con un referendum? La Corte costituzionale? Quando? Attivata da chi?

Inutile dire che, allo stato attuale della nostra situazione politica e istituzionale, non c’è risposta precisa a nessuna di queste domande. E non c’è, o ce n’è una contraria alla prassi che si instaura, perché la Costituzione non la permette. Già fragile, ambigua, incerta, opaca, sorretta da una giurisprudenza della Corte che si riferisce più agli interessi politici del momento che alla lettura rigorosa delle norme, la Costituzione italiana da tempo ha cessato di essere un’architettura ben costruita ed efficiente. All’occorrenza, sopporta tutto: un Presidente della Repubblica che tracima dal suo ruolo, un Presidente del Consiglio che non risponde a nessuno, un trattato europeo che ci riduce a colonia, un Parlamento con due Camere senza più funzioni, uno Stato né unitario né centrale né federale che produce distorsioni di ogni tipo, a cominciare da quelle finanziarie. E soprattutto una sovranità popolare ridotta a simulacro.

Si dice (l’ha ridetto anche il presidente Berlusconi): ora facciamo le riforme. È falso, perché né questo né altro Parlamento riformeranno la Costituzione. E se lo faranno, sarà peggio: perché, uscite a piccoli pezzi dal Parlamento, pensate per tappare questo o quel buco (come quella del cosiddetto “federalismo”) quelle riforme saranno le riforme dei partiti, nell’interesse dei partiti. Se davvero si vogliono fare le riforme della Costituzione, si deve investire l’unica forza che può farle e ha titolo per farle: il popolo italiano.

Come? Ho avanzato una proposta semplice e radicale, ma di sicuro successo. Il Presidente della Repubblica, che l’ha assai meditata, ha dichiarato in un’intervista che essa “ha una sua motivazione” e poi, in un comunicato, che essa merita “attenzione e interesse”. La proposta è: un’Assemblea costituente di 75 membri, votata da tutti i cittadini, composta di non parlamentari, in carica per dodici mesi, che scriva un nuovo testo, da sottoporre poi a referendum. Solo così ce la possiamo fare, in modo democratico, prima che il percorso di guerra si accidenti ancora di più e al popolo non resti più nemmeno la parola, se non per esprimere sgomento.

I vantaggi sono enormi. Ne prendo uno fra tutti: un’Assemblea costituente è il luogo sacro in cui il popolo si riunisce per darsi un’identità e una missione. È un’occasione storica per mettere alla prova le energie migliori e chiamarle a disegnare il futuro. È una sfida irripetibile per ritrovare una nazione. È l’opportunità unica per sottoscrivere un nuovo patto. O lì, in quell’Assemblea, ce la faremo oppure il nostro declino diventerà inarrestabile.

Cercando di darsi una ragione del perché è stato disarcionato, il Segretario del Pdl ha detto che non è ancora arrivato il momento delle giovani generazioni. Riferito alla situazione del Pdl, il giudizio è amaro ma corretto. Solo mi domando: queste giovani (e io ritengo anche brave e spesso brillanti) generazioni non potrebbero prendere esse la bandiera del rinnovamento, non dentro i loro morenti o defunti partiti, ma in un’Assemblea nazionale dove si dovrebbe pensare e costruire in primo luogo il loro futuro, e dove esse possono essere protagoniste? Oppure queste giovani generazioni si sono a tal punto arrese che aspettano solo che quelle vecchie, e palesemente fallite, gli riservino un buon posto in Parlamento, così come i “bamboccioni” si aspettano dalle mamme un buon pasto a tavola? Non ci voglio credere.
m***@hotmail.it
9 anni fa
Permalink
...
Fonte: http://www.unioneitaliana.org/2012/07/marcello-pera-la-crisi-richiede-un-patto-costituzionale-nuovo%C2%BB/
el gato
9 anni fa
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Post by m***@hotmail.it
Come? Ho avanzato una proposta semplice e radicale, ma di sicuro
successo. Il Presidente della Repubblica, che l’ha assai meditata, ha
dichiarato in un’intervista che essa “ha una sua motivazione” e poi, in
un comunicato, che essa merita “attenzione e interesse”. La proposta è:
un’Assemblea costituente di 75 membri, votata da tutti i cittadini,
composta di non parlamentari, in carica per dodici mesi, che scriva un
nuovo testo, da sottoporre poi a referendum. Solo così ce la possiamo
fare, in modo democratico, prima che il percorso di guerra si accidenti
ancora di più e al popolo non resti più nemmeno la parola, se non per
esprimere sgomento.


La Padania lo farà.
--
Il contenuto di questo messaggio è frutto di fantasia e
non deve essere collegato a niente di reale. Serve solo
come spunto di riflessione. W LA PADANIA LIBERA
redroby
9 anni fa
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Post by el gato
La Padania lo farà.
Vero! Hanno iniziato già a riunirsi per studiare il da farsi!

http://www.dagospia.com/mediagallery/dago_fotogallery-62599/402127.htm
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una nazione che fa il 35% di share per la finale del grande fratello
non
puo' definirsi popolata da esseri intelligenti
Salvatore DOC
9 anni fa
Permalink
Post by el gato
La Padania lo farà.
L'ha detto il leader dei raglianti


--
Nil sine magno vita labore dedit mortalibus

Salvatore


questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad ***@newsland.it
Io non sono mai stato condannato per truffa
9 anni fa
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Abbiamo ricevuto dal Senatore Marcello Pera ...
Se non sbaglio e' quell'ignorantone razzista che se ne usci' con la
frase "Rischiamo di diventare tutti meticci", vero?

E secondo te ci possono interessare le stronzate che dice un individuo
simile?


Saluti
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"State zitti, leghisti di merda"! (Margherita Hack)
Continua a leggere su narkive:

L'espropriazione del potere costituente del popolo italiano da parte di elites fallimentari e di una UE fallimentare su tutta la linea

 

E se fosse il momento giusto delle riforme costituzionali?

Politica

C’è un grande rimosso nel dibattito politico italiano. E forse non potrebbe essere altrimenti, dopo decenni in cui tanto se ne è parlato e poco, anzi nulla, si è combinato. E dopo che anche due referendum, per motivi politici più che di sostanza, hanno affossato proposte che in qualche modo il problema lo affrontavano di petto. L’oggetto della rimozione è, evidentemente, la riforma costituzionale: un tema sicuramente non in grado di suscitare passioni (essendosi consumate anche quelle chi voleva conservare come in una teca la “Costituzione più bella del mondo”). Ed è un rimosso perché i problemi che spingevano a quella riforma sono ancora lì, grossi come un macigno. Irrisolti. Anzi, ingigantiti. E pesano ancor più perché, a ben vedere, sono quelli che bloccano il sistema politico italiano. Essi, per dirla tutta, rischiano di far naufragare sia la realizzazione del Piano messo in campo da Mario Draghi; sia la governabilità una volta che, portato a termine il compito affidato all’ex presidente della Bce, la palla sarà ritornata ai partiti e quindi alla normale dialettica fra una maggioranza e un’opposizione. D’altronde, anche Draghi sembra stia girando attorno al problema: quelle riforme di struttura, e quindi in qualche modo metapolitiche, su cui egli ha richiamato l’attenzione (giustizia, amministrazione, deregolamentazione, deburocratizzazione) rimandano tutte, in ultima analisi, alla riforma della Costituzione, o meglio della sua seconda parte. L’organizzazione del nostro Stato, la forma che esso si è dato soprattutto con il regionalismo e poi con la sua degenerazione, il bicameralismo perfetto, l’ordinamento della magistratura: sono questi, per l’ex presidente del Senato Marcello Pera, che si è fatto latore di una sorta di appello ai partiti, i punti che andrebbero finalmente affrontati con rigore e decisione.

I costituenti agirono, in verità,  in un mondo molto meno complesso e interconnesso di quello odierno, o che comunque imponeva meno rapidità e efficienza nelle decisioni e nei tempi della loro attuazione. E soprattutto agirono complicando il sistema dei poteri spinti dalla paura, legittima per i tempi in cui operavano, che “un uomo solo al comando” potesse prendere il sopravvento. Lo spirito democratico, senza il quale la democrazia non può reggere come ammoniva già Piero Calamandrei, era allora sicuramente meno sviluppato fra gli italiani. Di qui il parlamentarismo estremo. E da qui il paradosso, a cui siamo arrivati oggi, che proprio quel parlamentarismo ha prodotto per necessità (anche se poi qualcuno ci ha marciato) un sostanziale depotenziamento ( a volte anche un “disprezzo” anche se per fortuna non è il caso di Draghi) del Parlamento, cioè del luogo cardine della democrazia: l’unico ove l’espressione astratta di “sovranità popolare” assuma un contorno un po’ più concreto. Rimettere al centro la riforma della Costituzione potrebbe essere allora un buon compito per le forze politiche, soprattutto in un momento come questo di “coabitazione forzata”.

D’altronde, l’errore dei precedenti e falliti tentativi di riforma era stato anche quello di  pretendere che fosse una sola parte politica a riscrivere le regole di tutti. Come muoversi? È sempre Pera a suggerire una strada praticabile e coerente: approvazione parlamentare di una legge costituzionale per la riforma della Carta, istituzione di una commissione di 75 non parlamentari eletti proporzionalmente con il compito di preparare un testo, referendum di approvazione del testo. Il mandato del presidente della Repubblica sarebbe prorogato fino a quando l’iter non giungerà a termine. In modo da ripartire con una Costituzione rinnovata, un nuovo presidente della Repubblica e anche un nuovo premier. Sarebbero gli attuali partiti in grado di recepire questa richiesta, per il bene dell’Italia ma anche per il loro (un domani che dovessero vincere le elezioni)? Forse mai come in questo caso è giusto richiamarsi all’ottimismo della volontà come contraltare dello scetticismo della ragione

Corrado Ocone   (formiche.net)

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Marcello Pera prova a rientrare in campo e torna a sostegno del sì, “ma non per Renzi”

 

Marcello Pera prova a rientrare in campo e torna a sostegno del sì, “ma non per Renzi”

Ultimo cambio d’idea: prima l’addio alla politica, poi il dietrofront

Marcello Pera prova a rientrare in campo e torna a sostegno del sì, “ma non per Renzi”

per fortuna sul palmo della mano di Marcello Pera la linea della vita è lunga, e pure un po’ tortuosa. E dopo si spiegherà il perché. Però sarebbe ingeneroso individuare l’inclinazione alla gimcana dell’ex presidente del Senato nel recente approccio al lavoro di Matteo Renzi. La decisione di istituire un Comitato per il Sì alle riforme costituzionali del filosofo ex berlusconiano, ora vicino agli ex montiani di Scelta civica, ha il tracciato di un arabesco per responsabilità anche di altri, bisogna ammetterlo. E le ipotesi del quotidiano romano Il Tempo a proposito di un astuto arruolamento di Pera fra gli amici del governo e delle riforme trascura forse un dettaglio: il professore non è un buon politico né un bravo rastrellatore di voti perché non sarà mai dedito al rasoterra.

Oltretutto, raggiunto al telefono nella sua Lucca, Pera aveva ieri il tono malinconico e scocciato di chi ha combattuto già troppe battaglie, e sopravvive di poche certezze e molte disillusioni. «Forse c’è qualcuno che vuole usare il mio nome», ci ha detto prima di confermare che il Comitato lo si sta allestendo ma di interviste non se ne parla. E qui il solco è dritto, nemmeno una curva: Pera è per il superamento del bicameralismo da decenni, ha sostenuto le riforme di Silvio Berlusconi nel 2006, ha promosso un’Assemblea costituente che riscrivesse l’intera Carta da sottoporre poi a giudizio referendario, e quando ha riconosciuto il «talento politico» di Maria Elena Boschi doveva essere in conseguenza della delusione per la morte della «rivoluzione liberale» troppe volte proclamata da Forza Italia e dal suo leader.

Niente interviste, dunque, ma un chiarimento: «Se promuovo il Sì sono con Renzi e se promuovo il No sono con D’Alema. Che devo fare?». Restare sul vecchio sentiero riformista, dice: nessuna alternativa. Ed è notevole in un animo in fermento come quello di Pera, che di alternative ne ha spesso avute. Nel 2007 era alla testa del Family Day contro Romano Prodi e i suoi Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) che estendevano le unioni civili alle coppie omosessuali. Ora osserva con distacco quasi nichilista l’approvazione della legge: «La Chiesa italiana ha subito il divorzio e l’aborto. Si rassegnerà anche alle unioni civili». Quanto a monsignor Nunzio Galantino, assume scialbi toni da «teologia della liberazione». Analisi comprensibile in un vecchio ratzingeriano per il quale «solo Benedetto XVI può unificare l’Europa: è diventato il vero punto di riferimento dei popoli e l’autentico artefice dell’identità europea» (2008). Purtroppo anche Benedetto fallì, ma Pera ne ha conservato l’amicizia e con rigore accademico continua a denunciare il rischio islamista, decisamente più elevato dei tafferugli leghisti.

Da lì l’antico passaggio dal no a Dio nella costituzione europea al sì a Dio nella costituzione europea. Si noterà che qualche gimcana c’è, ma non oltre il tollerabile. Infatti per sostenere la teoria delle oscillazioni periane tocca ritirare fuori gli editoriali di sostegno a Mani pulite scritti nel ’92 e nel ’93 («Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso») e quelli neogarantisti scritti più avanti, specie sulla «vocazione al golpe» della procura di Milano. Coerentemente, Berlusconi «ha fatto i soldi con il regime... Si candida perché è in serie difficoltà economiche», anzi no, Berlusconi «ha salvato la libertà degli italiani».

Non è un buon esercizio quello di impiccare la gente ai cambi di opinione. Almeno, non è questo il nostro obiettivo. E se ricordiamo l’addio alla politica del 2013 («Ritengo che il mio contributo si sia esaurito») e il ritorno alla politica di queste settimane è perché un altro professore di Forza Italia, Antonio Martino, un giorno disse: «Pera era stato uno straordinario presidente del Senato. Come abbiamo potuto mettere al suo posto Renato Schifani?». A dar retta ai pettegolezzi, se lo è chiesto anche Renzi.

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