La costituente in mano ai poteri costituiti e ai partiti: Il cavallo di Troia per l'oppressione finale del Popolo Italiano, che ignora i problemi causati dalle loro politiche criminali all'Italia

 

La mancanza di spirito costituente alla base dello scontro sulle riforme

28.07.2014 11:17

Una riforma necessaria, ma che fatica a procedere anche per una non irrilevante "questione di metodo": si può mettere mano alla Costituzione senza preoccuparsi di ricreare uno «spirito costituente»? E' la domanda che si pone Mauro Magatti sul Corriere della Sera di domenica 27 luglio.

Quindici anni fa, quando la parola d’ordine era federalismo, la modifica del Titolo V della Costituzione, realizzatasi in un’ottica di parte e di breve periodo, ha dato risultati deludenti: il riassetto delle autonomie territoriali, architettato in modo frettoloso e disorganico, ha creato numerose disfunzioni, delle quali ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Oggi, i temi che scaldano l’opinione pubblica sono il taglio dei costi della politica e il superamento del bicameralismo perfetto. Anche queste sono questioni importanti, come importante era darsi un assetto federalistico decente. Ma, oggi come allora, le modifiche a elementi portanti dell’impianto istituzionale del nostro Paese rischiano di venire forgiate dalla reattività dello scontro politico e dell’interesse di partito di breve termine.
Va da sé che una discussione, anche accesa, su una materia così delicata non è solo scontata ma anche opportuna. Per questo sarebbe sbagliato giudicare negativamente il confronto, talora aspro, magari condito con iniziative forti volte a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui punti più controversi. Tutto ciò fa parte di un ritualismo di cui la democrazia non può fare a meno.
Ben diversa è però l’aria che si respira in questi giorni, dove i toni dello scontro rischiano di arrivare a spezzare quel presupposto comune che le istituzioni democratiche devono comunque salvaguardare, se vogliono poter funzionare. Di fronte ad un tale spettacolo viene da chiedersi: si può mettere mano alla Costituzione senza preoccuparsi di ricreare uno «spirito costituente»? Se non si è lavorato per costruire una prospettiva inclusiva di interesse generale, come potrà la nuova Costituzione essere riconosciuta giusta da tutti? Non porterà dentro di sé, come una sorta di vizio d’origine, un deficit di bene comune? Come quando si litiga in famiglia, dire adesso chi ha ragione e chi torto è impossibile. E, proprio come nei litigi tra parenti (dove, come nel caso della politica, è impossibile mandarsi semplicemente al diavolo) la matassa è destinata a ingarbugliarsi ulteriormente nella misura in cui in ballo ci sono anche altre dimensioni cruciali (come la legge elettorale). Tanto più che i protagonisti amano rivolgersi ciascuno ai propri supporter a suon di tweet e pagine Facebook, come noto non esattamente ambiti istituzionali dove le parole sono misurate e il dibattito argomentato.
Renzi, che può contare su un vasto consenso popolare, ha ragione a dire che si deve cambiare. E che non basta dire di no. Ma se siamo a questo punto è anche per il modo in cui la questione è stata posta: aver trasformato la riforma costituzionale — per definizione complessa e delicata — nella madre di tutte le riforme è stata una forzatura, aggravata dall’aver contemporaneamente aperto il nodo elettorale (che tocca la stessa sopravvivenza dei partiti). Il tutto senza una chiara cornice di senso, se non il taglio dei costi della politica e la mitica governabilità, a cui da sempre lo stesso Pd è stato piuttosto allergico. Il governo non dimentichi che il suo primo dovere è quello di governare: ed è l’ambito economico e sociale — che peraltro nell’Italia di oggi versa in condizioni critiche — quello che merita la massima e più urgente attenzione. Osservazione valida anche pensando all’Europa che aspetta riforme convincenti. Nell’orizzonte dei 1.000 giorni che si è dato il premier — che significa lavorare con un Parlamento che esprime equilibri elettorali precedenti alla sua ascesa politica — c’è certamente modo di arrivare alle riforme costituzionali: senza dimenticare che, quando si parla di Costituzione, il metodo e lo spirito sono sostanza. L’opposizione, da parte sua, ha tutto il diritto di sollevare le questioni che ritiene opportune. Ma ciò non può significare praticare l’ostruzionismo parlamentare, gridare al golpe, accusare il primo ministro e il presidente della Repubblica di autoritarismo. Si può e si deve discutere. Ma alla fine si deve potere anche decidere.
Quando ero bambino, c’era un anziano parente che, in dialetto lombardo, censurava le situazioni caotiche con l’esclamazione: l ’è cum’è una repubblica . Probabilmente nostalgico dell’ordine monarchico, l’antenato panettiere stigmatizzava così il rischio che la democrazia sempre corre di implodere quando le parti che la costituiscono dimenticano il bene superiore che le unisce. Di fronte a quanto sta accadendo in questi giorni, mi chiedo cosa possa pensare della democrazia un giovane — ammesso e non concesso che oda gli echi dello scontro — in un momento in cui il suo presente è gramo e il suo futuro indecifrabile.
Ha ragione Grasso: speriamo che il weekend porti consiglio, così da vedere, nelle prossime ore, un’iniziativa politica coraggiosa, in grado di interrompere la spirale nella quale siamo finiti.

Il cavallo di Troia di Marcello Pera

 

La costituente abolisce la Costituzione

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di Gianni Ferrara | da il Manifesto del 6 luglio 2012

costituzione italiana libro originale fotogramma 324x230La proposta di Marcello Pera, eleggere nel 2013 anche un'assemblea costituente, è un cavallo di Troia per abolire la natura solidale e sociale del nostro patto repubblicano.

Con plateale vilipendio della volontà popolare espressa il 25-26 giugno di sei anni fa a conferma solenne della Costituzione repubblicana, il senatore Pera annunzia (Il Corriere della Sera del 4 luglio) di avere presentato «in modo del tutto autonomo» un disegno di legge «di revisione costituzionale» diretta a provocare che nella «primavera del prossimo anno si elegga assieme a Camera e Senato un'Assemblea costituente» composta di 75 membri, che, entro dodici mesi, dovrebbe «redigere il testo della nuova Costituzione» da sottoporre nei tre mesi successivi a referendum. A convocare detta assemblea dovrebbe essere il Presidente della Repubblica in carica il cui mandato verrebbe prorogato.


Il senatore Pera usa per questa sua proposta la denominazione di «disegno di legge di revisione costituzionale». Evidentemente non sa - o sa anche troppo bene - che non di revisione costituzionale si tratta ma di altro. Di un disegno eversivo, progettato e dichiarato.

Un senatore della Repubblica, già Presidente del Senato, dovrebbe infatti sapere, e sa, che quello di revisione è "potere costituito" non è "potere costituente", distinzione ben nota a chi avrà sentito parlare di un certo abate Sieyès. È infatti previsto e regolato dalla Costituzione vigente all'articolo 138. Mira a consentire che il testo della Costituzione possa essere rimodulato, integrato, modificato secondo il procedimento prescritto. Ma non nei suoi principi fondamentali, non nei diritti inviolabili che riconosce, non nella forma di stato che sancisce, non nello spirito, non nel compito che assegna alla Repubblica e, comunque mai nel suo insieme. Il senatore Pera mira invece alla redazione di una "nuova Costituzione", quindi a sostituire la Costituzione vigente, ad abrogarla. Pretende poi di realizzare questo disegno usando un procedimento proprio dell'ordinamento che mira a liquidare. In uno stato di diritto la proposta di Pera sarebbe dichiarata inammissibile. Configura, in modo esemplare, come del resto quella che propone il referendum "di indirizzo" sulla forma di governo, l'uso illegale del potere legale.

Ha dei precedenti questa tecnica eversiva, è di quelle sperimentate e praticate con successo in Italia. Fu con leggi ineccepibili dal punto di vista procedurale che si avviò e si compì l'instaurazione del regime fascista. Le leggi liberticide, quelle sui poteri del governo e del suo capo, quella che istituì il tribunale speciale, quelle antiebraiche, quella che sostituì alla camera dei deputati la camera dei fasci e delle corporazioni furono tutte approvate da un parlamento, svuotato di rappresentanza, ma secondo regolamenti e prassi vigenti e furono tutte sanzionate e promulgate dal re fellone, Vittorio Emanuele III.

Il senatore Pera conosce questi precedenti. A proporre tuttavia un tale processo eversivo sarebbe l'incapacità dei partiti in Parlamento di procedere sulla via delle riforme della forma di governo avviate in Senato (sulle quali abbiamo riferito su questo giornale) il cui testo «morirà in Senato il giorno stesso in cui sarà licenziato» non ostante che «Dio solo sa» quanto bisogno se ne abbia, secondo Pera. Ma si è mai chiesto il senatore Pera il perché da trenta anni ci si lamenta della mancanza di potere decisionale del Governo e del Presidente del Consiglio? Ha mai sospettato che si mascherasse in tal modo l'incapacità di governare dimostrata inequivocabilmente anche in caso di maggioranze amplissime e di leadership incontestate ? Non si tratta per caso di inettitudine a governare riversate ignobilmente su carenze delle istituzioni ?

IL senatore Pera aggiunge altre motivazioni. L'una attiene alla disattenzione che mostra il Parlamento italiano rispetto a quello degli altri Paesi in ordine alle profonde trasformazioni degli assetti di potere politico che stanno intervenendo tra stati e istituzioni europee. Constatazione ineccepibile. Ma è la Costituzione che lo impedisce o è la qualità mai tanto modesta dei parlamentari italiani non eletti ma nominati dai capipartito?

Le altre ragioni addotte sarebbero quelle del fallimento del federalismo del Titolo V, della presunta carenza del potere del Presidente del Consiglio di revocare i suoi ministri, dell'estensione del potere del Presidente della Repubblica, del carattere del "regime parlamentare" in cui il governo dipende dalle decisioni dei "gruppi parlamentari". Esaminandole, iniziando da quest'ultima, si può facilmente rilevare che il regime parlamentare è tale proprio perché realizza la dipendenza del governo dal Parlamento e dalle sue articolazioni. Da chi altro potrebbe dipendere, da nessuno?

Quanto al Titolo V, è appena il caso di ricordare che il testo vigente non è quello contenuto nella Costituzione del 1948, ma è il prodotto del revisionismo delle istituzioni esibitosi undici anni fa. Ed è o un esempio illuminante dell'insipienza giuridica e politica del revisionismo, riformismo, nuovismo costituzionale. Mobilitarlo per redigere una nuova costituzione è, al minimo, prova di irresponsabilità.

Quanto, invece al potere del Presidente del Consiglio di revocare i ministri, non c'è problema. In caso di renitenza può indurre la sua maggioranza ad avanzare la sfiducia individuale e votarla. Il senatore Pera lo sa.

Sull'incremento dei poteri del Presidente della Repubblica è da osservare che è opinione del tutto personale quella sulla scarsità dei poteri politici del Presidente della Repubblica. Ma è in netto contrasto con la dottrina costituzionalistica italiana che già dagli inizi degli anni '50 di poteri politici del Presidente ne ha individuati e studiati molti, qualificandoli tutti come poteri "non di parte". È vero che la gravissima crisi finanziaria ed economica che attraversiamo li ha incrementati ma perché si è congiunta ad una crisi politica derivante da un Parlamento di ridotta forza rappresentativa e da un governo dimissionato per incapacità. La provvida elasticità del regime parlamentare ha consentito che i poteri del Presidente si dispiegassero supplendo le carenze degli altri due organi del sistema parlamentare di governo. Va soprattutto apprezzato che dispiegamento e supplenza si sono sempre caratterizzati da un esercizio "non di parte".

Suvvia, le motivazioni addotte dal senatore Pera non sono, francamente, di pregio. Ma, a riflettere, riguardano solo la forma di governo. La proposta di un'assemblea costituente però implicherebbe la redazione di un intero testo costituzionale, abrogativo anche della Prima Parte della Costituzione vigente, quella dei principi fondamentali, dell'eguaglianza materiale, dei diritti, anche di quelli sociali. Desta un sospetto non manifestamente infondato. Con i tempi che corrono, con i tagli del finanziamento del welfare, con la compressione massiccia dei diritti sociali non è che il compito previsto per l'assemblea costituente che propone sia proprio quello di redigere una costituzione che liberi le classi dominanti dalle conseguenze dall'eguaglianza sostanziale, dall'efficacia dai diritti sociali, dalle domande della democrazia incompatibili col capitalismo neoliberista ?

Ri-costituente, la costituzione del 2050 la scrivono i giovani: PERCHE' NON DEL 2021?

 

Ri-costituente, la costituzione del 2050 la scrivono i giovani

Per la Festa della Repubblica, la Costituzione la scrivono i ragazzi e le ragazze di tutta Italia e sarà la Costituzione del 2050.
Questa è la proposta di Ri-Costituente: la Costituzione del 2050, un progetto nazionale che debutta il 2 giugno in cui i primi tre articoli della Costituzione del futuro saranno commentati dal costituzionalista professor Valerio Onida, dall’europarlamentare Giuliano Pisapia, dal campione del mondo e commentatore sportivo Beppe Bergomi, la scrittrice Irene Facheris e da molti altri ospiti, oltre naturalmente ai giovani Ri-Costituenti autori dei primi articoli.
Il progetto Ri-Costituente nasce a Cartosio (AL), paese elettivo di Umberto Terracini, presidente della Assemblea Costituente e ha subito coinvolto i vicini comuni di Rivalta Bormida (AL) luogo di origine di Norberto Bobbio, e Stella (SV) il paese di Sandro Pertini.
Questa caratteristica particolarissima (il territorio è stato definito “il triangolo d’oro” della Costituzione italiana) è diventata il perno di un progetto ambizioso: coinvolgere i ragazzi di tutta Italia nella scrittura della Costituzione del 2050, per convergere poi -una volta all’annoin un Festival della Costituzione del 2050 che animerà i tre territori con spettacoli, dibattiti e incontri a tema. Il progetto che sta riscuotendo grande interesse: oltre agli ideatori (il comune di Cartosio e due cooperative sociali: Impressioni grafiche di Aqui Terme e Tikvà di Como, animate dalla stessa passione civile) hanno aderito grandi associazioni nazionali quali Acli, Arci, Confcooperative-Federsolidarietà, Legacoop sociali, Legambiente ma anche il network Associanimazione, la Fondazione Bassetti di Milano e il Centro di Documentazione della Benedicta, luogo tristemente famoso per uno degli eccidi fascisti che hanno segnato i nostri appennini.
Quest’anno il Covid ha impresso un brusco rallentamento al progetto, che però non si è fermato. I laboratori sono continuati in digitale e il festival speriamo possa tenersi in autunno. Il webinar del 2 giugno alle 10.30 sarà un momento per presentare i primi tre articoli (sui temi relazioni digitali, salute e sport) e discuterne con ospiti importanti, per concludersi poi con un intervento musicale di Paolo Archetti Maestri degli YoYo Mundi, gruppo dalla lunga carriera nato a pochi chilometri da Cartosio. Il webinar sarà trasmesso, con la possibilità di partecipare, su Zoom (ID 897 4446 6755 PW432415) e in diretta dal canale YouTube Ri-Costituente. Il webinar sarà inoltre ritrasmesso datutte le pagine Facebook degli aderenti, oltre che da TEDx Torino, dalla casa editrice Topipittorie da molti altri. Appuntamento allora per il 2 giugno alle 10.30 perché certe volte, per capire il presente, bisogna immaginare il futuro.

Taglio dei parlamentari, un referendum senza valore costituente: LA BANALIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA AD OPERA DEL MOVIMENTO 5 STALLE

 

Idee

Taglio dei parlamentari, un referendum senza valore costituente

10 settembre 2020

"Mi sono schierata per il No, ma voterò senza alcun entusiasmo: nè da una parte, nè dall'altra sono maturate vere riflessioni su cosa e perché cambiare. Il nodo vero? Un sistema dei partiti che fa acqua da tutte le parti» Dialogo con la costituzionalista dell'università statale di Milano Lorenza Violini


Parlamento In Ferie

Docente di diritto costituzionale all’università statale di Milano, Lorenza Violini a fine agosto ha firmato l’appello contro il taglio dei parlamentari previsto dal referendum dei prossimi 20 e 21 settembre insieme ad altri 182 colleghi. Ai tempi della riforma del 2016 si era schierata a favore del testo Renzi-Boschi che, fra gli altri provvedimenti, prevedeva anche una forte riduzione del numero dei senatori (da 315 a 100, che sarebbero però stati eletti fra sindaci e consiglieri regionali). Più della scelta in sé, colpiscono le motivazioni della professoressa, da sempre attenta nel suo percorso di studio ai rapporti fra società civile e mondo istituzionale.

Professoressa, partiamo da una domanda forse banale: questo è un referendum importante?
Direi di no. Lo si fa perché non sono riusciti ad arrivare a una maggioranza dei 2/3 in Parlamento. Ma il punto vero è che né da una parte, né dall’altra c’è dietro un “valore costituente”.

In che senso?
Non vedo alcuno spirito di vero cambiamento. La Costituzione è un atto fondante di un Paese e ogni cambiamento di quel testo modifica i valori sostanziali su cui si regge il sistema. Io su questo, che dovrebbe essere il punto, non vedo e non sento riflessioni.

Quindi il nostro sarà un voto ininfluente rispetto alla qualità democratica e all’efficienza istituzionale del nostro sistema?
Penso che sia assolutamente così. Io stesso voterò senza alcun entusiasmo. Ripeto non scorgo alcun desiderio di cambiare veramente gli elementi portanti della nostra democrazia. Fra cui, per inciso, non annovero certo il numero dei parlamentari. È un dettaglio che dovrebbe stare dentro un quadro più grande che comprende l’efficienza del Parlamento, la legge elettorale, la struttura dei partiti, il peso delle regioni rispetto allo Stato centrale, il valore della legge rispetto alla decretazione di urgenza (che maschera uno strapotere dell’esecutivo) e via discorrendo.

Il nodo è: come vogliamo che i partiti incidano sulla vita del Paese e quindi nel rapporto con società civile e istituzioni? Questo dovrebbe essere il punto di partenza di una riforma, non le dinamiche interne al sistema istituzionale

Per i sostenitori del sì, la riduzione del numero dei parlamentari è l’avvio di un domino che dovrebbe portare proprio alla revisione del sistema che lei evoca…
Però se vogliono il mio voto dovrebbero dare almeno qualche indicazione sulla direzione verso cui voglio andare. Il tempo lo hanno avuto. Ho molti dubbi anche sull’opportunità di far coincidere il referendum con le elezioni regionali. Sarà interessante valutare il delta di partecipazione fra le regioni in cui si vota anche per le elezioni e quelle in cui invece non si vota.

Sul punto però il Parlamento si è già espresso: sì al taglio dei parlamentari…
Ma lo hanno fatto, maggioranza e opposizione, per motivi di consenso, per dare riscontro a istanze anti casta ancora molto presenti nel Paese. Non certo in virtù di un disegno di riforma costituzionale compiuto. Per una ragione o per l’altra tutti e tre i partiti maggiori (Lega, Movimento 5 Stelle e Pd) sono alla ricerca di un consenso a brevissimo termine.

Le previsioni parlano di una probabile vittoria del sì (anche se i no paio in risalita). Se così fosse dobbiamo temere ripercussioni pericolose sul nostro assetto istituzionale e di rappresentanza?
Questa è un’ottima riflessione per votare no. Mi viene difficile credere che questa classe politica sia in grado di ricostruire il sistema nel suo complesso a partire della legge elettorale. Quello che posso pensare è che ci saranno degli interventi minuti sui regolamenti delle Camere. Se la domanda è: ci saranno dei disastri sul Paese, la risposta è no. Segno dell’inconsistenza del quesito. Se il percorso però è il taglio dei parlamentari associato a una riforma elettorale proporzionale con sbarramento al 5% io credo che si apre un’autostrada all’astensionismo. C’è un aspetto che di si parla poco, però.

Ovvero?
Il sistema dei partiti. Il nostro fa acqua da tutte le parti. Pensi ai primi tre: Lega, Pd e 5Stelle. I sondaggi li danno in calo o in fragile tenuta (il Pd). Se la fotografia è questa diventa impensabile affidare a loro l’infrastrutturazione sociale del Paese. Il nodo è: come vogliamo che i partiti incidano sulla vita del Paese e quindi nel rapporto con società civile e istituzioni? Questo dovrebbe essere il punto di partenza di una riforma, non le dinamiche interne al sistema istituzionale. Finché noi avremo un parlamento di nominati, strutture partitiche finalizzate al consenso di brevissimo periodo, un governo che va avanti a colpi di decreti, meno si tocca meno male ci facciamo. Teniamo ben presente che più il sistema politico degenera, più le istituzioni soffrono. I partiti vengono prima delle istituzioni, non viceversa. Le istituzioni sono efficienti, solo se sono gestite da persone che hanno in mente cosa sia l’efficienza e l’utilità. Puoi avere anche una Ferrari, ma se non hai un bravo pilota di sicuro ti vai a schiantare.

Legislatura difficile ma “costituente” per il futuro: Legislatura costituente per la rifascistizzazione dell'Italia e della UE

 

Legislatura difficile ma “costituente” per il futuro

Viviamo in una fase politica dove una cosa è certa: l’incertezza.

Al di là dei giochi di parole, purtroppo è così. Del resto, abbiamo un Governo guidato dalla più prestigiosa personalità di cui oggi gode l’Italia, che deve però fare i conti con una maggioranza che non “ha una formula politica” per le motivazioni che tutti conosciamo. E un Governo con queste caratteristiche non può, comprensibilmente, sprigionare una maggioranza politica in vista delle prossime elezioni politiche generali. Ma è proprio in una fase come questa che le forze politiche, quelle che ci sono e quelle che nasceranno, hanno il dovere di pensare e costruire il futuro. E, sotto questo versante, le cose si stanno lentamente ma irreversibilmente muovendo.

Se nell’area della sinistra italiana l’alleanza tra il Partito democratico con il populismo e l’anti politica dei 5 stelle pare essere una prospettiva abbastanza consolidata – anche se l’alleanza con il partito di Grillo e quasi di Conte è saltata in quasi tutta Italia in vista delle amministrative di ottobre -, nel campo del centro destra l’equilibrio politico è ancora in fase di costruzione, al di là delle massiccia ascesa del partito della Meloni e della sostanziale tenuta della Lega. Ma è sul fronte del “centro” che il processo di costruzione politica è in piena evoluzione. Un luogo politico che richiede ancora di essere definito nella sua articolazione e soprattutto nella sua leadership. Certo, non può essere, per fare un solo esempio, uno come Renzi a pensare di rappresentare quest’area decisiva per le sorti del sistema politico italiano. E questo per una gamma di motivi, a tutti noti, su cui non vale neanche di pena di soffermarsi. Ma se sulla leadership il nodo non è determinante, diventa decisivo invece il capitolo dell’offerta politica. E il futuro “centro” non potrà che essere plurale, cioè frutto e conseguenza di più apporti culturali e politici. E soprattutto un luogo politico che mette in discussione le tradizionali appartenenze – ovviamente riconducibili a questo campo – per dar vita ad un nuovo e rinnovato soggetto politico. O lista. E, non a caso, le avvisaglie già sono evidenti in alcune formazioni politiche riconducibili a questa cultura e a questo orizzonte programmatico. Centrista e riformista. Non un luogo identitario, quindi, nè puramente testimoniale che sarebbe la semplice negazione di qualsiasi ipotesi che punta ad una logica coalizionale.
Ecco perchè, nella fase finale di questa turbolenta e complicata legislatura, la riflessione non può che avvenire anche sul versante della definizione di un nuovo assetto che, soprattutto, dopo questa terribile e devastante pandemia, non può non avere anche una forte ricaduta sul terreno della politica e, di conseguenza, del governo. E, quasi sicuramente, sarà proprio l’area di centro quella che subirà la maggior ristrutturazione e il maggior cambiamento in vista delle elezioni. Perchè, per quanto risguarda il resto, il copione è già sin troppo noto per essere affrontato. Le novità principali non arriveranno da quelle parti ma da chi, dopo molto tempo, saprà recuperare un patrimonio culturale ed un progetto politico colpevolmente ed irresponsabilmente abbandonati per troppi anni.
Giorgio Merlo

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Salvini legislatore costituente del Popolo Italiano: il novello Solone

 

Il piano di Salvini: una svolta liberale. E lancia l'idea della Costituente

L'intesa con l'ex presidente del Senato Pera. Così scalza Giorgetti dal ruolo di moderato

Il piano di Salvini: una svolta liberale. E lancia l'idea della Costituente

La tentazione è forte. Matteo Salvini sarebbe pronto a raccogliere il suggerimento dell'ex presidente del Senato Marcello Pera. Intestandosi la proposta di una costituente che vari la più grande riforma della Costituzione dal dopoguerra ad oggi. Partendo da un tema caro a Pera e Salvini: la giustizia. Strada da percorrere non subito, nell'immediato. Ma quando i tempi saranno maturi. Il progetto è per il futuro, in una prospettiva di definitiva svolta liberale del Carroccio. Scandali, corvi e inchieste impongono una riflessione sui meccanismi di funzionamento della giustizia italiana e di selezione delle carriere dei magistrati. Salvini vorrebbe compiere il «grande passo», abbracciando la causa garantista. Sposare il sogno Pera. Dall'entourage del leader leghista frenano: «Non è un tema all'ordine del giorno». L'ex presidente del Senato, annoverato tra le menti più brillanti di Forza Italia prima e Pdl dopo, giocherebbe ruolo decisivo. L'ultimo colloquio tra Pera e Salvini è avvenuto dieci giorni fa negli uffici del leader della Lega al Senato. Pera ha accompagnato Mario Pardini, candidato sindaco di Lucca, città dell'ex presidente del Senato, per l'endorsement in vista delle prossime elezioni comunali. Archiviata la pratica Lucca, Pera e Salvini sarebbero arrivati al cuore della questione: rimettere in piedi l'idea della costituente per riformare Carta e giustizia. Dopo il lungo faccia a faccia nelle stanze di Palazzo Madama, tra il leader del Carroccio e l'ex presidente del Senato, vanno registrati due episodi. Il primo. Salvini esce allo scoperto e decide di sostenere la battaglia referendaria dei Radicali. La Lega contribuirà alla raccolta firme per la consultazione popolare su tre quesiti: responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere e cancellazione della legge Severino. Il secondo indizio arriva lunedì 10 maggio con l'intervista di Marcello Pera al quotidiano Libero. Gran parte dell'intervista ruota su tre concetti: l'idea di una costituente, solo tecnici, senza deputati e senatori, che prepari il testo per una riforma della Costituzione. Quello della Costituente è un pallino vecchio di Pera. Idea che sembra aver fatto breccia nella strategia di Salvini. Pera insiste su due punti: una costituente tecnica, senza parlamentari, che prepari la riforma dello Stato, in senso presidenziale o sul modello inglese, e il trasferimento della magistratura inquirente sotto il controllo esecutivo. C'è poi un terzo punto: l'economia. Meno assistenza, meno sussidi e bonus, di conseguenza meno tasse e più libertà, ma anche più responsabilità per l'impresa. Ma nell'intervista rilasciata al quotidiano Libero - Pera lancia un vero e proprio messaggio politico, auspicando la svolta liberale della Lega. Il destinatario dell'appello è chiaramente il numero uno leghista. Per Pera «la Lega non può solo prendere i voti di Fi senza prendere anche gran parte delle idee di Forza Italia». È un invito, dunque, a compiere il grande passo in nome di una svolta liberale del partito nato secessionista. L'appoggio al governo Draghi è un passo importante. «Ma ora - ragiona Pera il processo va completato». Normalizzato. La giustizia può essere il terreno su cui piantare il «nuovo» Carroccio con la veste liberale. Altro elemento: Giancarlo Giorgetti è completamente fuori dalla partita. Sarà Salvini in prima persona a decidere se accogliere il suggerimento di Pera. Indossando l'abito del costituente. Abito che finora Salvini ha preferito far indossare al fido Giorgetti. Salvini è tentato e continua il giro di consultazioni con i fedelissimi per valutare se mettere al centro dell'agenda politica, per i prossimi due anni, il programma di riforme istituzionali. C'è un altro un ostacolo: il tema giustizia è un campo scivoloso. Le pulsioni giustizialiste dei leghisti sono ancora vive e vegete. L'idea di abbandonare «il Salvini sceriffo» in divisa potrebbe avere contraccolpi sul piano elettorale. Soprattutto perché la Lega pesca molto in quella base giustizialista. La moral suasion di Pera non dovrebbe fermarsi. E gli ultimi rigurgiti giustizialisti della Lega non saranno un ostacolo invalicabile. Con l'ok ai referendum radicali, la svolta è non è poi così lontana. Salvini si candida a plasmare la Lega sul modello di un partito liberale europeo.

L'espropriazione del potere costituente del popolo italiano da parte di elites fallimentari

 

Costituente per le riforme, Viespoli: “proposta Pera è attualissima”

28 Maggio 2021 | by Enzo Colarusso
Costituente per le riforme, Viespoli: “proposta Pera è attualissima”
Politica
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“La proposta di Pera è attualissima. Non c’è dubbio che ci voglia un processo costituente. Rimettere mano alla Costituzione – in special modo al Titolo V – è assolutamente necessario, molto più urgente e necessario di quanto non lo fosse 10 anni fa. L’emergenza sanitaria ha messo duramente alla prova la tenuta e il funzionamento del regionalismo che non favorisce ma alimenta il conflitto tra istituzioni locali e organi dello Stato centrale”. Lo ha sottolineato Pasquale Viespoli, ex senatore di An, passato poi alla componente Futuro e Libertà e successivamente a Coesione nazionale,
cofirmatario, insieme Marcello Pera di una pdl per la formazione di un’assemblea costituente per le riforme, che arrivò fino alla discussione in aula a palazzo Madama nella XVI legislatura nel novembre del 2012. “Ricordo perfettamente – ha detto Viespoli all’Adnkronos, commentando l’intervista dell’ex presidente del Senato, pubblicata oggi da ‘La Repubblica’ – il testo portava la firma di Marcello Pera e dei senatori Caruso, Compagna, Lauro, Pastore, Poli Bortone, Lauro, Ramponi, Valentino e del sottoscritto. Era molto snello e prevedeva, come propone Pera oggi, l’elezione di 75 membri della  costituente, l’incompatibilità dei componenti con la carica parlamentare e infine un referendum popolare di approvazione. La cosa interessante è che conteneva anche la proroga della durata in carica del presidente della Repubblica, che sarebbe cessato dalla carica solo a conclusione dell’iter di modifica della Costituzione”. Il testo non ebbe fortuna. Cosa accadde: “in commissione Affari Costituzionale – prosegue Viespoli – venne riunificato con altre pdl


di iniziativa di vari gruppi parlamentari. Perché avvenne? In commissione si arrivò a un compromesso che portò a un testo unificato, approvato dalla commissione, che cambiava profondamente l’impostazione originaria. Su questo cambiamento, sul quale lavorò in particolare il senatore Ceccanti del Pd, prefigurava l’elezione di una commissione
per la revisione costituzionale e prevedeva un referendum costituzionale di indirizzo. Il testo fu votato dalla Commissione,

arrivò anche in aula, i relatori eravamo io e Francesco Rutelli, ma il compromesso politico non tenne. Non tenne perché “il senatore Pardi dell’Idv ma anche  una parte del gruppo Pd, che io definirei ‘custode’ dell’ortodossia costituzionale, non accettarono il compromesso raggiunto. Un ‘contributo’ al crollo del tentativo in atto, giunse anche da un articolo di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella, che consideravano la commissione l’ennesima espressione di una casta che non voleva
riformarsi e perdere solo tempo. Quindi la cosa morì. Io presi atto dell’impasse e mi dimisi da relatore. Ma la causa affettiva del fallimento furono le divergenze nel Pd la tenuta del gruppo al Senato”. Nel dicembre del 2012 la legislatura si concluse anticipatamente e con il cambio del quadro politico che derivò dalle elezioni del febbraio 2013, la pdl finì al macero. “Se invece nel 2012 il testo fosse stato approvato, sarebbe stato un passo in avanti importantissimo, perché ai

fini del regolamento del Senato nella legislatura successiva si sarebbe potuto riprendere il cammino dal punto in cui si era arrivati nella precedente”. “La pdl era ben strutturata perché oltre all’elezione delle commissione, prevedeva un referendum costituzionale di indirizzo – con il quesito da sottoporre ai cittadini già predisposto – che sostanzialmente avrebbe consegnato la scelta della forma di governo alla volontà popolare che poteva determinare l’adozione del premierato o del semi presidenzialismo”, conclude Viespoli.


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