Entro il 2021 persi 1,3 milioni di posti di lavoro

 

Entro il 2021 persi 1,3 milioni di posti di lavoro

posti di lavoro

Entro il 2021 saranno persi 1,3 milioni di posti di lavoro. Le pmi con un concreto rischio di default nei prossimi 12 mesi sono oltre i due terzi tra le società che organizzano fiere e convegni. E’ ad alta probabilità di fallimento il 40% dei ristoranti (17,3% prima del Covid) con ampi divari tra quelli del Nord-Est e quelli del Mezzogiorno (il 50,9%)”. Emerge dal ‘Il Rapporto Regionale Pmi 2021, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con Intesa Sanpaolo’. “A rischio un terzo degli alberghi, con evidenti gap tra Nord-Est (20,7%) e altre aree, con valori massimi al 46,6% nel Mezzogiorno”. Nei settori più colpiti da Covid “a rischio 28% delle imprese, 36,5% nel Mezzogiorno”

Posti di lavoro persi

La perdita di posti di lavoro per il complesso delle imprese italiane (non solo le pmi, ma anche micro e grandi imprese), tra dicembre 2019 e la fine del 2021 sarà di circa 1,3 milioni di unità, pari all’8,2% del totale dei 16 milioni di addetti nelle imprese prima dell’emergenza, la gran parte dei quali impiegati nel settore dei servizi”. A livello territoriale, le stime evidenziano perdite assolute più consistenti nel nord-ovest (399 mila addetti, -7,8%), rispetto a nord-est (322 mila, -8,2%), mentre in termini relativi, gli effetti sarebbero maggiori nel Mezzogiorno (320 mila, -8,4%) e nel centro Italia (289 mila, -8,9%).

La “probabile uscita dal mercato di un numero rilevante di imprese e il ridimensionamento del giro d’affari di molte altre, avranno inevitabili ripercussioni anche sul livello degli investimenti. Secondo le stime, infatti, le società italiane potrebbero perdere, a causa del Covid, 43 miliardi di euro di capitale nel biennio 2020-2021 (-4,8% rispetto ai circa 900 miliardi complessivi di fine 2019)”, evidenzia il rapporto, con stime che riguardano il complesso delle imprese italiane.

Il focus del rapporto, nel suo insieme, è invece sulle Pmi, le circa 160 mila società di capitale italiane che hanno tra 10 e 249 addetti ed un giro d’affari compreso tra 2 e 50 milioni di euro, con valore aggiunto prodotto pari a 230 miliardi di euro. Le difficoltà legate all’emergenza Covid si riflette sui profili di rischio: “la quota di Pmi rischiose sale al 28% nei settori maggiormente colpiti dal Covid (il doppio rispetto alla media nazionale), con quote pari al 36,5% nel Mezzogiorno, al 29,4% nel Centro, al 26,9% nel Nord-Ovest e al 20% nel Nord-Est”.

Dal rapporto emerge che un numero molto consistente di pmi (28 mila, pari al 17,9%) ha subito nel 2020 un calo dei ricavi superiore al 20%. Un terzo delle società analizzate (53 mila) ha fatto registrare un calo dei ricavi più basso, ma comunque significativo (tra -10% e -20%). Circa 63 mila hanno contratto le vendite con tassi a una cifra e solo per le restanti 14 mila società (9,0%) si stima un fatturato in crescita o sui livelli del 2019. In media, il fatturato delle pmi è atteso in calo del 10,6% tra 2019 e 2020. Nel centro Italia -11,6%, nord-est -10,7%, nord-Oovest -10,5%, nel Mezzogiorno si registra una flessione più contenuta, -9,4%.

Posti di lavoro e licenziamenti

Intanto a Roma manifestano i sindacati. Sul blocco dei licenziamenti “la partita non è chiusa, al governo abbiamo chiesto che si possa riaprire un confronto”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla manifestazione in piazza Montecitorio. “Anche a Confindustria diciamo che per noi il primo luglio non può essere il giorno in cui partono i licenziamenti. Se dovessero non cambiare la norma, diciamo che non siamo disposti ad accettare passivamente, a subire i licenziamenti”, ha aggiunto. Inoltre “nei prossimi giorni incontreremo tutti i gruppi parlamentari, perché oggi è il momento che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Le chiacchiere sono finite”.

I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri sono stati ricevuti dal presidente della Camera, Roberto Fico, in occasione della giornata di mobilitazione indetta unitariamente dai sindacati in piazza Montecitorio che vede al centro il tema della sicurezza sul lavoro, della proroga del blocco dei licenziamenti e delle crisi industriali. ansa

Comuni, più di 800 a rischio default. Napoli ha un debito di 1 miliardo

 

Comuni, più di 800 a rischio default. Napoli ha un debito di 1 miliardo

napoli De Magistris partigiano

Comuni, sono più di 800 quelli a rischio default. Napoli ha un debito di 1 miliardo. Esplode la questione Comuni nel governo Draghi. L’addio alla norma che permetteva di ripianare i debiti in 30 anni ha creato una voragine nei conti delle amministrazioni degli enti locali. Il Comune di Napoli – si legge sul Sole 24 Ore – ha debiti per 950 milioni. A Torino il conto arriva a 430, Reggio Calabria ne ha accumulati 176 e Salerno è a quota 127. Sono in tutto 800 le amministrazioni di enti locali in deficit. Il governo, nel Dl Sostegni bis mette a disposizione 500 mln di euro, ma il rosso complessivo è di 3,4 mld.

A lanciare l’allarme è l’Anci, per voce del suo presidente Antonio Decaro: “Entro maggio dobbiamo approvare i bilanci, se saltano i bilanci, saltano anche i servizi. Tagliare spese vuol dire spegnere luci, non raccogliere i rifiuti, chiudere asili”. Il governo sta lavorando sul da farsi: allo studio ci sarebbe una norma ponte per consentire agli enti locali di approvare i bilanci e un secondo intervento più strutturale.

Migranti, 11,3 miliardi di euro per programmi di integrazione

Napoli De Magistris

Napoli ha un debito di 1 miliardo

Luigi de Magistris: “Se il governo non interviene ci sarà la rivolta delle città ma mi sembra che il governo abbia la consapevolezza che lasciare, in questo momento, indietro le città significa lasciare indietro il Paese e non assicurare i servizi ai cittadini”.  affaritaliani.it

Amazon apre ai pagamenti in contanti, nuovo servizio

 

Amazon apre ai pagamenti in contanti, nuovo servizio

amazon pagamenti in contanti

Amazon apre ai pagamenti in contanti. Il nuovo servizio ‘Paga nel punto vendita più vicino’ permette di pagare gli ordini cash senza costi aggiuntivi in una delle 4.300 sedi Western Union e ricevere il pacco, poi, all’indirizzo preferito. I soldi dovranno essere consegnati, informa il colosso di Seattle, entro 48 ore dall’ordine, presentando il codice ricevuto via e-mail.

“Siamo sempre alla ricerca di modi per semplificare la vita dei nostri clienti” spiegano da Amazon Italia all’Adnkronos. “In questo caso abbiamo voluto aprire anche a coloro che, per le ragioni più svariate, non hanno accesso a una carta elettronica di credito o di debito, e preferiscono pagare in contanti”.

pagamenti in contanti, ma non per tutti gli acquisti

Non tutti gli acquisti, però, si possono pagare in contanti. Non si potranno comprare i prodotti Warehouse Amazon, ossia l’usato o il restituito con confezione aperta, le promozioni temporali come offerte lampo e top, prodotti digitali come e-Book e mp3, abbonamenti come Prime, Prime prova gratuita, Prime per studenti, acquisti effettuati con modalità ‘One-Click’ e, ovviamente, con i Buoni Regalo Amazon.it.

Anche gli articoli ordinati con consegna entro il giorno dopo o con consegne pianificate non sono idonei in quanto ‘Paga in contanti nel Punto Vendita più vicino’, spiegano dalla creatura di Jeff Bezos, è disponibile solo per gli articoli ordinati con modalità di spedizione standard o express se superiore a un giorno.

Istat: “in Italia mai una quota così alta di poveri”

 

Istat: “in Italia mai una quota così alta di poveri”

poveri

Nel 2020 in Italia è stato raggiunto il “livello più alto mai osservato della quota dei poveri”. Lo ha detto il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, in occasione della presentazione all’Università di Milano-Bicocca del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istituto di Statistica sottolineando che questo aumento “è forse l’elemento più drammatico”. Secondo l’Istat, infatti, si trova in povertà assoluta “circa un milione di persone” in più.

I 120 mila morti Covid sono la terza guerra mondiale

“Noi abbiamo vissuto, e stiamo vivendo, la terza guerra mondiale. I 120 mila morti che ci sono stati da febbraio dell’anno scorso in più sono l’equivalente di ciò che è successo dal 10 giugno del 1940 all’8 settembre del 1943 (conteggiando i civili, i militari e anche i dispersi). In termini di vite umane quello che è successo è stata una catastrofe e i dati statistici ce lo dimostrano in maniera chiara”, ha detto Blangiardo.

Nello specifico, ha spiegato il presidente dell’Istat, “abbiamo visto che nel passato la speranza di vita si era progressivamente accresciuta, cioè ogni anno andava sempre meglio tranne qualche raro momento, il 2020 è stato invece un disastro”. Lo scorso anni, ha proseguito il presidente dell’Istat “ha segnato una forte riduzione della speranza di vita, circa un anno a livello nazionale e due anni e mezzo a livello lombardo. Vuol dire che siamo tornati indietro di 20 anni in certi posti, in provincia di Bergamo per esempio, ma in generale in Lombardia di almeno 10 anni. Mi auguro che il 2021, 2022 e il 2023 siano ben diversi dal 2020 ma ci dà una dimensione della portata di ciò che ha accaduto”.

Ambrosetti: “l’incompetenza di Speranza ha rovinato l’Italia”

“Ce lo chiede la UE”, la trappola per impedire ai poveri di ribellarsi

tagli alla sanità

Pagato un prezzo così alto anche per i tagli alla sanità

Durante la pandemia di Covid-19 “abbiamo pagato un prezzo così alto anche perché, per qualche anno, l’investimento nella sanità era stato fortemente ridimensionato”, ha osservato ancora Blangiardo.

Secondo il presidente dell’Istat, è cresciuta “l’età media dei medici e il carico sui medici stessi”, e si è assistito a una “minor forza lavoro in alcune specialità e quindi anche decisamente meno risorse” e questo, quando è scoppiata la pandemia, “lo abbiamo pagato in modo evidente”. Inoltre, ha spiegato Blangiardo “un altro segnale di criticità è il numero di assistiti per medico che è crescente e rende molto più difficile la possibilità di poter intervenire quando si presentano condizioni di emergenza”.  AGI.IT

Ambrosetti: “l’incompetenza di Speranza ha rovinato l’Italia”

 

Ambrosetti: “l’incompetenza di Speranza ha rovinato l’Italia”

Ambrosetti e Speranza

di Gabriele Alberti – “L’ignoranza del governo Conte e l’incompetenza del ministro Speranza”, ecco cosa “ha rovinato” l’Italia. A parlare non è un esponente di opposizione, ma un autorevole economista. Alfredo Ambrosetti, ideatore del Forum di Villa d’Este a Cernobbio, scatta una fotografia impietosa della mala gestione della pandemia sia sotto il profilo economico che sanitario. Non si concede spesso, ma quando la fa, come in questa intervista a la Verità, graffia e lascia il segno. Un passo di questo colloquio è quanto mai in linea con le disanime più severe da sempre espresse contro il ministro della Salute e lo sciagurato esecutivo Conte 2.

“Nell’ultimo incontro dell’associazione – racconta Ambrosetti- ho presentato Consuelo Locati, l’avvocata di Bergamo che ha prodotto documenti con accuse gravissime contro Speranza e il suo ministero“.
Ambrosetti: “Speranza non ha curriculum, ci rendiamo conto?”
Ma quando gli chiedono cosa pensi dell’attuale esecutivo da il meglio di sé. «Draghi è un fuoriclasse. Ma senza ministri davvero competenti te lo sogni il successo, anche se sei un padreterno. E oggi ci ritroviamo anche con un Parlamento a maggioranza 5 stelle che non riflette affatto il Paese».

Ambrosetti: “Speranza non ha curriculum”

C’è un obiettivo preciso nella critica dell’economista che proprio è il punto debole dell’attuale esecutivo. «Glielo ripeto: Speranza. Vada sul sito del ministero a vedere il suo curriculum. Chi prenderebbe una persona senza esperienza specifica? Perfino quando si sceglie un aiuto nelle faccende domestiche si chiede qualche referenza, non si prende una persona a caso. Speranza ha inserito tra i suoi obiettivi, per iscritto, di far prevalere i valori della sinistra. Si rende conto?”. Musica per le nostre orecchie.

“Speranza, Conte e Arcuri hanno rovinato il Paese”

“Lui, Conte e Arcuri hanno preso decisioni distruggendo ristoranti, bar, locali, il nostro patrimonio eno-gastronomico. Di quei tre, due sono stati esclusi. Resta il terzo”. Domanda Lei da dove ripartirebbe?, gli chiede Paola Bilbarelli nell’intervista. «Farei in fretta nuove elezioni in modo che il Parlamento rispecchi fedelmente il Paese e manderei Speranza in Groenlandia».

Da applausi. Si esprime con linguaggio diretto, essenziale. Ambrosetti rievoca nell’intervista la nascita del forum di Cernobbio, nato per “dare voce alla società civile. Seneca diceva: “Non esiste vento a favore per chi non conosce il porto”. Bisogna sapere dove andare. Vale per un individuo, una famiglia, un’azienda e non può non valere per un Paese. Noi vogliamo arrivare a una visione del futuro degna di tal nome”. www.secoloditalia.it

Ettore Rosato (Iv): Di Maio è il più intelligente del M5s: Figuriamoci gli altri

 

Ettore Rosato (Iv): Di Maio è il più intelligente del M5s

“Io credo che Di Maio sia il più intelligente che ha il Movimento 5 Stelle, quello che ha una maggiore leadership e che capisce più di politica rispetto a Conte”.  Lo ha detto Ettore Rosato
a Stasera Italia parlando del Movimento 5 Stelle

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Stiamo per diventare un Paese del Terzo Mondo

 

Stiamo per diventare un Paese del Terzo Mondo

di Radio Radio TV – “Delinquenti”: così veniva definita l’Italia poco tempo addietro dalla testata economica più accredita a livello mondiale, il Financial Times. Solo l’ultima delle ingiurie che il nostro Paese ha dovuto subire in questi anni. Sembravano ormai superati i tempi in cui la lettera iniziale dello Stivale andava a comporre l’acronimo “P.I.I.G.S”, per indicare quegli Stati dell’eurozona come il nostro (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a maggior rischio di default.

Invece la retorica europeista è sempre pronta a riemergere, nonostante la paventata solidarietà che sarebbe espressa nel meccanismo che sta dando vita al Recovery Fund. Il culmine di un disegno che ha visto l’Italia essere descritta sempre come la peggiore, la “sprecona”. Ma è andata effettivamente così?

Per scoprirlo alcuni finanzialisti hanno realizzato “Le ragioni della stagnazione italiana”, ricerca prodotta da un gruppo di esperti che ha seguito il corso Masterbank del Prof. Malvezzi. L’economista intervenuto in diretta con Fabio Duranti e Francesco Vergovich ha mostrato i risultati di questo lavoro, spiegando nel dettaglio cosa ne emerge.

“Perché andiamo male? Partiamo subito con un concetto: si chiama ‘Italia sprecona’. Ci sono luoghi comuni che sono stati ripetuti talmente tante volte, attraverso tecniche di comunicazione applicate perfettamente nel XXI secolo, che il risultato è stato convincere gli #italiani che noi siamo cattivi.

Guardate ragazzi che ci trattano da Fantozzi. Perché? Ve lo spiego con il grafico. L’Italia è l’unico, porca pu***na, l’unico Paese tra questi (Francia, Spagna, Uk) che ha fatto avanzo primario ininterrottamente dal 2001 al 2019. Vuol dire che ha speso meno di quanto tassato. L’avanzo primario va a finire per pagare gli interessi speculativi non dovuti a un sistema di banche private. Tra l’altro io ricordo che è dal 1991: sono trent’anni che noi distruggiamo la spesa pubblica e ammazziamo le #imprese e, attenzione, anche le persone fisiche di tasse.

Corte UE salva Amazon: non pagherà 250 milioni di tasse al Lussemburgo

 

Corte UE salva Amazon: non pagherà 250 milioni di tasse al Lussemburgo

bezos amazon

La Corte Ue salva Amazon: non dovrà pagare 250 milioni di tasse al Lussemburgo. Amazon non dovrà pagare 250 milioni di tasse che, secondo Bruxelles, la multinazionale aveva eluso al fisco del Lussemburgo grazie a un accordo fiscale con lo stesso governo del Granducato. Almeno stando ai giudici del Tribunale Ue che oggi hanno annullato la decisione della Commissione europea, che nel 2017 aveva condannato il gigante del delivery.

Amazon e la condanna della Commissione

La vicenda risale al 2006, quando Amazon, attraverso un progetto interno chiamato Goldcrest (ossia regolo comune, uccello simbolo del Lussemburgo), ha trasferito la stragrande maggioranza dei suoi profitti europei a una filiale senza dipendenti del Lussemburgo e non soggetta a tassazione. Bruxelles ha affermato che questi profitti avrebbero dovuto essere registrati in un’altra filiale lussemburghese con personale reale (oltre 500 nel 2014) e attività reali, e quindi soggetti all’aliquota dell’imposta sulle società del 29%.

Per l’antritrust Ue, questa operazione rappresenta un vantaggio fiscale illegale concesso dal Lussemburgo ad Amazon. E come successo con il caso Apple-Irlanda, ha condannato lo Stato membro a farsi rimborsare le tasse non versate. “Quasi i tre quarti dei profitti di Amazon non sono stati tassati”, aveva detto Margrethe Vestager annunciando la decisione dell’Antitrust da lei guidata.

La difesa di Amazon

Decisione ovviamente contestata da Amazon, secondo cui i profitti non sono legati al lavoro in Europa, ma al suo marchio e alla sua tecnologia, che vengono generati negli Stati Uniti. Pertanto, è la tesi di Amazon, la multinazionale ha tutto il diritto di “parcheggiare” i profitti realizzati in Europa in Lussemburgo prima di rimpatriarli negli Usa.

La sentenza del Tribunale Ue dà ragione all’azienda di Jeff Bezos (e al Lussemburgo, che si è opposto al pari di Amazon). Nel testo, i giudici sostengono che la decisione della Commissione si basa su assunti errati e che non è possibile individuare alcun “vantaggio selettivo” nella tassazione di quella che è di fatto una scatola vuota, la filiale lussemburghese del gruppo Amazon LuxOpCo.

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Uber, “così ha nascosto 6 miliardi di fatturato nel paradiso fiscale olandese”

 

Uber, “così ha nascosto 6 miliardi di fatturato nel paradiso fiscale olandese”

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“Ecco come Uber ha nascosto sei miliardi di fatturato nel paradiso fiscale olandese”. Jason Ward, uno dei ricercatori che hanno approfondito la struttura fiscale di Uber in Olanda, ha definito tale strategia “la Champions League dell’evasione fiscale”. Ward rappresenta il Cictar – Center for International Corporate Tax Accountability and Research, organizzazione australiana che passa al setaccio i bilanci delle grandi imprese affinché “i lavoratori e la comunità abbiano maggiori informazioni sul regime fiscale delle multinazionali”.

Uber nel paradiso fiscale olandese

Secondo Cictar, la multinazionale Uber – leader mondiale nel trasporto automobilistico privato e nella consegna di cibo a casa – ha utilizzato circa 50 società di comodo olandesi per ridurre il proprio carico fiscale globale. Il ‘paradiso’ olandese ha convinto Uber a trasferire nel 2019 i suoi diritti di proprietà intellettuale dalle Bermuda ai Paesi Bassi. Un trasloco che ha consentito alla multinazionale con sede a San Francisco di dichiarare una perdita di 4,5 miliardi di dollari nonostante avesse guadagnato 5,8 miliardi di entrate globali nel 2019.

Il prestito a se stessa

Secondo quanto rivelato da Business Insider, Uber ha trasferito la sua proprietà intellettuale attraverso un “prestito” da 16 miliardi di dollari provenienti da una delle sue sussidiarie a Singapore che, a sua volta, possiede una delle società di comodo olandesi di Uber. Una manovra che concede alla società una detrazione fiscale di un miliardo di dollari ogni anno per i prossimi 20 anni, sostengono i ricercatori del Cictar.

Le regole olandesi e la tassa indiana

“Uber ha potenziato il suo approccio all’elusione fiscale”, ha dichiarato Ward a Business Insider. La società nata negli Stati Uniti avrebbe utilizzato un’agevolazione fiscale sulla proprietà intellettuale “per prevenire future cartelle fiscali”. Una struttura societaria “molto utile e praticabile nei Paesi Bassi”. Il Cictar ha anche riscontrato che Uber ha pagato in India meno di un terzo della tassa del 6% che il Paese impone alle multinazionali.

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Restrizioni Covid, 73.200 imprese rischiano di chiudere

 

Restrizioni Covid, 73.200 imprese rischiano di chiudere

chiuso crisi cgia rischiano di chiudere

Imprese che rischiano di chiudere: sono 73.200 le imprese italiane tra 5 e 499 addetti, il 15% del totale, di cui quasi 20mila nel Mezzogiorno (19.900) e 17.500 al Centro, a forte rischio di espulsione dal mercato. Di queste, una quota quasi doppia riguarda le imprese dei servizi (17%), rispetto alla manifattura (9%).

E’ quanto emerge dall’indagine Svimez-Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere, condotta su un campione di 4mila imprese manifatturiere e dei servizi tra 5 e 499 addetti.

ministro Speranza caso astrazeneca

Nel rapporto viene messo in evidenza come le imprese che rischiano di chiudere quelle che “hanno forti difficoltà a ‘resistere’ alla selezione operata dal Covid come risultato di una fragilità strutturale dovuta ad assenza di innovazione (di prodotto, processo, organizzativa, marketing), di digitalizzazione e di export, e di una previsione di performance economica negativa nel 2021”. ANSA

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Amazon: 44 miliardi di ricavi in UE e neppure un euro di tasse

 

Amazon: 44 miliardi di ricavi in UE e neppure un euro di tasse

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Per Amazon 44 miliardi di proventi, ma zero tasse sulla società grazie alla sede in Lussemburgo. Quarantaquattro miliardi di proventi nell’anno della pandemia di coronavirus, ma nessuna tassa sulla società da pagare. Anche dal punto di vista fiscale sembra che il 2020 sia stato un anno piuttosto vantaggioso per Amazon grazie agli accordi stipulati con il Lussemburgo, Paese in cui il colosso delle vendite online ha la sua sede europea dal 2003.

Secondo quanto afferma il Guardian, che ha ottenuto i conti di Amazon EU Sarl, la società attraverso la quale l’azienda di Jeff Bezos vende prodotti a centinaia di milioni di famiglie nel Regno Unito e in tutta Europa, questi mostrano che nonostante la ditta abbia raccolto un reddito record, l’unità lussemburghese ha subito una perdita di 1,2 miliardi di euro e quindi non ha pagato tasse. Questo perché all’unità sono stati concessi 56 milioni di euro di crediti d’imposta da poter utilizzare per compensare eventuali future imposte in caso di utile. La società finora avrebbe accumulato perdite riportabili per un valore di 2,7 miliardi di euro, che possono essere utilizzate a fronte di eventuali imposte dovute sui profitti futuri.

“Amazon paga tutte le tasse richieste in ogni Paese in cui opera. L’imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi visti i nostri ingenti investimenti e il fatto che la vendita al dettaglio è un’attività altamente competitiva e con margini ridotti”, ha dichiarato un portavoce di Amazon rivendicando: “Abbiamo investito ben oltre 78 miliardi di euro in Europa dal 2010 e gran parte di questi investimenti è in infrastrutture che creano molte migliaia di nuovi posti di lavoro, generano entrate fiscali locali significative e supportano le piccole imprese europee”.

Draghi agli italiani – Recovery plan: ridurremo la ‘propensità a evadere le tasse’

Ma Paul Monaghan, amministratore delegato della Fair Tax Foundation, ha dichiarato che le cifre riportate “sono strabilianti, anche per Amazon”. “Stiamo assistendo a una monopolizzazione del mercato in tutto il mondo, sulla scia di un reddito che continua a essere in gran parte non tassato” ha attaccato Monaghan, dicendo anche che tutto questo “colpisce ingiustamente le imprese locali che adottano un approccio più responsabile”.

Secondo quanto sostiene il qotidiano britannico il problema è che nella dichiarazione societaria sullo scorso anno, Amazon non scompone la quantità di denaro ottenuto dalle vendite in ogni Paese europeo, fornendo un unico dato complessivo. In questo modo ha reso difficile capire quante tasse ha pagato in ogni Stato. Per esempio, nonostante il reddito dell’azienda nel Regno Unito sia salito del 51 per cento nel 2020, avendo la sede nel Granducato, non ha dichiarato apertamente quante imposte sono state pagate a Londra in totale.

bezos amazon

Amazon, paradisi fiscali

Secondo Margaret Hodge, una parlamentare britannica laburista, che da tempo sta conducendo una campagna contro l’evasione fiscale, “spostare i profitti in paradisi fiscali come il Lussemburgo per evitare di pagare la giusta quota di imposte è mancanza di rispetto verso le piccole imprese e i contribuenti”. Per la parlamentare britannica una delle principali cause per cui le grandi aziende riescono ad evadere le tasse risiede nella mancanza di controllo da parte dei governi.

“Il presidente Joe Biden ha proposto un nuovo sistema più equo per tassare le grandi multinazionali, ma il Regno Unito non si è pronunciato a sostegno delle riforme” ha dichiarato Hodge, “i governi devono agire affinché le evasioni fiscali vengano definitivamente bandite “. La proposta è stata invece appoggiata da Berlino e Parigi. Biden ha suggerito che le grandi società e quelle tecnologiche dovrebbero pagare le tasse ai governi nazionali in base alle vendite che generano in ciascun Paese, indipendentemente da dove hanno sede. Ha inoltre proposto un concordato su un minimo fiscale globale, consigliando un tasso del 21 per cento.”

“Jeff Bezos, fondatore di Amazon e la persona più ricca del mondo, ha accolto con favore le proposte di Biden e ha detto di essere “favorevole a un aumento dell’aliquota dell’imposta sulle società”. Come riporta RadioCor, la Commissione Ue è stata molto cauta nel commentare la notizia riportata dal Guardian, dichiarando di non non volere entrare nei dettagli. L’esecutivo ha però commentato dicendo che “in linea generale abbiamo un’agenda molto ambiziosa contro le frodi fiscali” e che sul piano globale “siamo impegnati con i partner internazionali nella discussione in corso’ sull’equa tassazione delle imprese”.

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Recovery plan: ridurremo la ‘propensità a evadere le tasse’

 

Recovery plan: ridurremo la ‘propensità a evadere le tasse’

draghi evadere le tasse

ROMA, 08 MAG – Ridurre, entro il 2026, la propensità a evadere le tasse del 19% rispetto al 2019. Con una serie di misure che ruotano attorno all’uso del digitale, al data mining, ma anche alla collaborazione con i contribuenti attraverso le lettere di compliance’ dell’Agenzia delle entrate.

E’ uno dei milestones del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Entro la metà del 2023 arriva la dichiarazione precompliata per 2,3 milioni di partite iva (su 4 milioni) per le dichiarazioni 2022. Entro il 2024 è previsto un aumento del 20% delle compliance letters, da cui il recovery si aspetta un calo del 5% dei ‘falsi positivi’ e un +15% del gettito. (ANSA).

Bce, Lagarde: i cittadini vogliono l’ euro digitale

 

Bce, Lagarde: i cittadini vogliono l’ euro digitale

Lagarde euro digitale

ROMA, 07 MAG – L’euro digitale piace. La Bce non può decidere da sola ma la presidente Christine Lagarde invita ad “ascoltare” quello che dicono i cittadini. Il progetto di un euro digitale solleva numerose questioni, “non dipende solo dalla banca centrale, dobbiamo coinvolgere anche i legislatori”;

tuttavia spiega la presidente della Bce in una conversazione sull’economia globale agli State of the Union 2021 dello European University Institute di Firenze, “se si presta ascolto a ciò che ci stanno dicendo gli europei, è che sono molto interessati, lo vogliono, la pandemia ha accelerato questo processo e oltre il 60% degli europei dicono che gli piacerebbe usare un mezzo di pagamento” come l’euro digitale.

Il ruolo dell’euro digitale

L’euro ha mantenuto la sua quota come valuta internazionale durante la crisi pandemica, a differenza che nella passata crisi finanziaria ma per rafforzarsi, sottolinea Lagarde serve un’unione dei mercati dei capitali attualmente frammentati fra i 27 paesi dell’Unione europea.

“Sono fortemente a favore dell’idea di un’unione del mercato dei capitali green” aggiunge, spiegando: “Ci aiuterebbe ad andare più velocemente verso un’unione dei mercati dei capitali di cui abbiamo bisogno perché l’euro possa giocare un ruolo maggiore a livello internazionale”. ANSA

Covid e chiusure. Ministro, ci spieghi perché combatte le cure

 

Covid e chiusure. Ministro, ci spieghi perché combatte le cure

di radio radio Tv – “Ancora un po’ di pazienza”, dicono i chiusuristi: peccato che la pazienza, per chi è con l’acqua alla gola, non sia una virtù che dà da mangiare.
Questo perché quelle aziende che “temporaneamente” restano con la saracinesca chiusa, probabilmente smetteranno di esistere se l’andazzo, tra aperture​ e chiusure​ a singhiozzo, continuerà ad essere questo.

Difatti i ristoranti​ hanno riaperto il 26 aprile, ma i dubbi sulla condotta del Governo​ continuano ad essere tanti, visto che le attività al chiuso non sono ancora consentite, lasciando i locali​ sprovvisti di spiazzi all’aperto nell’incertezza.

Aperture e chiusure

Resta poi da chiarire il problema del coprifuoco​, di cui con una certa sicurezza si parla di rinvio a breve, ma poco, in termini realistici, di abolizione.
Rischia di essere un’estate​ flop con questi presupposti: quella che dovrebbe essere la stagione che ricarica le batterie (e il portafoglio) dei settori più bistrattati finora, è a repentaglio molto più dell’anno passato.

La linea delle chiusure parla di “riaperture sicure” per la stagione a venire, ma settori come il turismo​, che vive di prenotazioni, o le palestre che in estate registrano molti meno abbonati, continuano ad andare avanti a fari spenti.
Queste le ragioni dello sfogo in diretta del presidente di Mio – Italia Paolo Bianchini​: sentite cosa ci ha detto a ‘Lavori in Corso’.

Recovery Fund: il Ricatto delle riforme

 

Recovery Fund: il Ricatto delle riforme

Recovery Fund: il Ricatto delle riforme

Recovery Fund. Il Ricatto delle riforme
Fabio Dragoni, Sebastien Cochard, Giuseppe Liturri e Musso di libertàdipensiero mdn
Mentre in Italia Mario Draghi è stato costretto a dettagliare per filo e per segno le riforme imposte dalla Commissione, il Consiglio dei ministri in Spagna approva il piano, in attesa dell’invio all’Ue, e rinvia al 2022 le riforme più critiche.

Ricatto delle riforme

Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il piano di ripresa con cui la Spagna prevede di ricevere 140 miliardi di fondi europei. Non ne sono ancora noti i dettagli, nonostante l’Esecutivo abbia più volte presentato le sue linee guida: ha avuto luogo nella giornata di ieri un’approvazione meramente formale, ma il Governo sta affrontando una corsa contro il tempo per inviare il documento finale a Bruxelles prima della mezzanotte di venerdì. La Moncloa sottolinea che restano da definire gli ultimi dettagli. Un aspetto fondamentale è stato tuttavia già concordato con Bruxelles: la Spagna rinvierà al 2022 le riforme più controverse…

Malvezzi: il ministro dell’economia è un notaio per la svendita del Paese

 

Malvezzi: il ministro dell’economia è un notaio per la svendita del Paese

Piazza Libertà puntata del 25 aprile – L’intervento del prof. Valerio Malvezzi su Europa, economia ed euro : “Se mi proponessero il Ministero dell’Economia rifiuterei; con grande garbo, ma rifiuterei, non per spocchia, ma perché io penso come Kant diceva: “il Cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

Oggi andare a fare il ministro dell’economia avrebbe senso soltanto se noi non fossimo in Europa, potrei accettare soltanto di fare il primo ministro, ruolo per il quale evidentemente sono palesemente inadeguato, ma preferisco sbagliare dicendo che voglio portare l’Italia chiaramente al di fuori dell’Europa – e non al di fuori dell’ euro – ma al di fuori di una gabbia assolutamente plutocratica e antidemocratica, e perdere per quella battaglia lì, che è una battaglia politica, piuttosto che fare il pagliaccio, andare a prendere dei soldi per fare il primo il ministro dell’economia.

Malvezzi: il ministro dell’economia è un notaio della svendita

“No grazie, perché non avrei nessun potere di cambiare le cose. Oggi il ministro dell’economia è un notaio della svendita, può soltanto andare a prendere la strada di Bruxelles. Ho detto prima quale sarebbe la strada, un new deal italiano, investire sull’impresa, sulla piccola impresa esattamente l’opposto del progetto di Draghi che parla di Corporate. Io voglio parlare del bottegaio, della pizzeria. Loro parlano di restructuring, loro parlano in inglese”, fa notare Malvezzi.

Ma come puoi ristrutturare una pizzeria gli dai il bianco? Come fai come fai a salvare milioni di Italiani? Abbiamo il 40% di disoccupazione giovanile, cosa può fare un ministro dell’economia che va a prendere ordini a Bruxelles, in una Europa nella quale non abbiamo la moneta? Se manca la moneta, manca la sovranità, non posso intervenire sulle aste dei titoli di Stato, cosa vado a fare, a vendermi? Preferisco stare fuori, venire qui dove posso e dire: guardate questo è il mio pensiero.

Per me – aggiunge il prof. Malvezzi –  il problema non è l’euro. Per me il problema non è la moneta, che posso chiamarla tallero posso chiamarla doblone. A me interessa che quella moneta sia pubblica. Se quella moneta non è pubblica non ha nessun significato.

La Banca Centrale Europea non è una banca pubblica, l’euro è un falso problema. Il problema è la costruzione che c’è intorno. L’articolo 123 dei trattati impedisce il funzionamento dell’Unione Europea, impedisce alla Banca Centrale di prendere ordini dal Parlamento o dai governi. Ma leggetela in modo diverso. I parlamenti li votiamo noi, mentre l’oscuro burocrate no. Quindi che senso ha andare a fare il ministro dell’economia in un mondo in cui sai già che devi fare il notaio, prendere dei soldi per vendere il tuo Paese?”, conclude Malvezzi.

La puntata completa del 25 aprile »

Recovery plan, economista Liturri: “l’Italia finisce di esistere come Stato sovrano”

 

Recovery plan, economista Liturri: “l’Italia finisce di esistere come Stato sovrano”

Giuseppe Liturri: “L’Italia finisce di esistere come Stato sovrano”. Giuseppe Liturri, economista de “La Verità”, analizza il contenuto del testo sul Recovery Plan inviato alle Camere poche ore prima della presentazione in Aula.

“Si tratta di una progettualità che di fatto pone fine all’Italia intesa come Stato unitario e sovrano. Dopo questo passaggio tutto dovrà sempre essere deciso sui tavoli europei che, a breve, torneranno certamente ad imporre politiche “lacrime e sangue”. di Visione TV

Giuseppe Liturri: “Con il Recovery Plan l’Italia finisce di esistere come Stato sovrano”

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Nel Recovery plan si nasconde la patrimoniale sulla casa

 

Nel Recovery plan si nasconde la patrimoniale sulla casa

patrimoniale Draghi Monti

di Eugenio Battisti – Tra le pieghe del Recovey Plan che l’Italia si appresta a spedire alla Ue si nasconde una patrimoniale nuova di zecca sulla casa. Le acrobazione di Mario Draghi nell’illustrazione alle Camere del Pnrr non eliminano il sospetto. Il premier ha parlato di riduzione delle aliquote. A cominciare da quelle più basse per finire a quelle più alte. Un’ottima notizia sul modello danese. Ma non si ferma qui.

Draghi prepara una patrimoniale mascherata

«L’aliquota marginale massima è stata ridotta, mentre la soglia di esenzione è stata alzata», ha detto super Mario. Parole che suonano come un impegno solenne a cambiare passo rispetto ai governi precedenti. Che hanno fatto cassa sui risparmi dei proprietari di casa. Ma in alcune parole chiave del programma di investimenti che l’Italia deve presentare all’Europa si annida la fregatura, come ad esempio la patrimoniale.

La riforma del fisco e le fregature – “Il conclamato impegno di riformare il fisco, alleggerendo la pressione sui contributi, sembra sfumare nella nebbia, spazio al rischio dell’ennesima stangata”, osserva Maurizio Belpietro su la Verità. Con un articolo illuminante. C’è un passaggio del documento che “comincia bene, ma finisce male”, scrive. «È necessario spostare la pressione fiscale dal lavoro, in particolare le agevolazioni fiscali e riformando i valori catastali non aggiornati».

La trappola della rivalutazione dei valori catastali

Ed è proprio dietro la riforma catastale, della quale si parla da decenni, che si nasconde la nuova stangata. La “rivalutazione dei valori catastali”, scrive Belpietro, “significa una sola cosa, ovvero una patrimoniale sulla casa”. Ben nascosta dietro l’annuncio di innalzare le aliquote di esenzione. “I proprietari di immobili sono dai tempi di Mario Monti la mucca da mungere. Perché, a differenza dei capitali, i mattoni non li puoi trasferire all’estero“.

Insomma anche Draghi non resiste alla tentazione di mettere le mani sul patrimonio immobiliare degli italiani. Che a costo di enormi sacrifici hanno investito i propri risparmi in una seconda casa. Quella rischia di essere la più tartassata. Come se avere l’appartamento al mare o in montagna sia un bene di lusso.

Per farlo non serve dirlo esplicitamente. Il governo Draghi può lavorare di fino per ottenere lo stesso risultato. Basta ritoccare gli estimi catastali facendo crescere i valori dell’immobile. Facendolo risultare più prezioso e dunque più fruttuoso per il fisco.  secoloditalia.it


Ministro Franco, più immigrati “per far scendere il rapporto debito-Pil”

 

Ministro Franco, più immigrati “per far scendere il rapporto debito-Pil”

ministro franco immigrati

di Fausto Carioti – Più immigrati per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil. A pagina 131 del Documento di economia e finanza appena sfornato dagli uffici del ministro Daniele Franco c’è un paragrafo in apparenza tecnico e neutro, intitolato «Sensitività rispetto alle variabili demografiche». Chissà se i ministri della Lega lo hanno letto, prima di approvarlo. Di certo farebbero bene a darci un’occhiata. Perché il contenuto di quelle due pagine, espresso in forma di analisi di diversi scenari con tanto di grafico, è quanto di più politico ci possa essere: sostiene che fare entrare più immigrati è un ottimo modo per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil, ovvero per aiutare l’Italia nella grande battaglia post-Covid. Fare il contrario, ossia ridurre il flusso di stranieri destinati a soggiornare nel nostro Paese, sarebbe invece deleterio.

Che la demografia abbia un impatto importante sulla crescita economica è un dato di fatto. Basta pensare al rapporto tra i lavoratori e i pensionati: in Italia a 1.000 dei primi (che versano i contributi) corrispondono 602 dei secondi (che incassano l’assegno di vecchiaia), uno dei peggiori quozienti a livello europeo. E poi più sono le persone residenti nello Stato che producono beni e servizi, più cresce il Pil.

Motivi per cui, se si vuole far scendere il peso del debito pubblico nei confronti di quest’ ultimo, occorre aumentare il numero degli occupati, anche facendo crescere la popolazione in età lavorativa. Ci sono due metodi per farlo. Il primo consiste nell’incoraggiare le nascite, ossia puntare sull’aumento del tasso di fertilità, il numero medio di figli per ogni donna in età feconda, sceso a 1,18 per le residenti in Italia (dato precedente l’epidemia: ora è probabilmente più basso). Richiede tempo, ma non stravolge l’identità e la cultura di una nazione. Il secondo prevede di importare braccia dall’estero.

Fatto sta che l’aumento della fecondità, magari incoraggiato con politiche economiche ad hoc, nemmeno è preso in considerazione dai tecnici del ministero dell’Economia. I quali, in compenso, ci fanno sapere cosa accadrebbe se già da quest’ anno il numero medio di figli per donna scendesse ancora.

«Ipotizzando una progressiva riduzione del tasso di fertilità del 20 per cento», scrivono, «si osserva un incremento del rapporto debito/Pil marcato nel lungo periodo»: dopo mezzo secolo, il debito peserebbe oltre venti punti di Pil in più. Come dire che, a maggior ragione, occorre guardare nell’altra direzione: l’aumento del «flusso netto degli immigrati». Nello scenario base, ossia in assenza di interventi, esso è stimato dal governo «in circa 213mila unità medie annue». Già così, si tratta di un aumento: dal 2001 sono entrati in media 195mila immigrati l’anno e nel 2019, ultimo anno del quale si hanno dati, l’incremento netto degli stranieri residenti è stato di 143mila unità.

Immigrati e rapporto debito/Pil nel prossimo ventennio

Il ministero dell’Economia si chiede quindi: cosa succederebbe se, già da quest’ anno, il numero degli immigrati fosse superiore o inferiore del 33% rispetto all’ipotesi base, e si continuasse così per gli anni a venire? Senza nessuna sorpresa, la conclusione è che «l’incremento del flusso netto migratorio di un terzo rispetto al previsto permetterebbe di diminuire il rapporto debito/Pil nel ventennio successivo». Intorno al 2040, insomma, i nostri conti pubblici inizierebbero a migliorare e il debito, da qui a cinquant’ anni, peserebbe circa 30 punti di Pil in meno.

Qualora invece il flusso degli immigrati fosse subito ridotto (sottinteso: come chiede il centrodestra)? Ecco, in questo caso il Documento di economia e finanza avverte che sarebbero dolori immediati: «Una significativa riduzione del flusso immigratorio porterebbe ad un aumento del rapporto debito/Pil già nel breve periodo». Col risultato che, tra mezzo secolo, «il debito pubblico sarebbe maggiore di quasi 50 punti percentuali di Pil rispetto allo scenario di riferimento».

Sebbene scritto con i toni asettici delle simulazioni, il messaggio è chiaro: col debito al 160% del Pil non si scherza e occorre aumentare gli stranieri residenti nel nostro Paese per rendere il fardello meno gravoso. Per la sinistra, un’arma in più. E quando quei lavoratori immigrati andranno in pensione e graveranno sui conti dell’Inps? Si presume che la ricetta consista nel farne arrivare altri, più giovani e numerosi. E che Paese diventerà l’Italia? Problemi dei nostri nipoti, in ogni caso. Non di questo governo.

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Cina: con la pandemia Pil +18,3% nel 1° trimestre 2021

 

Cina: con la pandemia Pil +18,3% nel 1° trimestre 2021

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Il Pil cinese è volato del 18,3% su base annua nei primi tre mesi del 2021, facendo lievemente peggio del balzo del 19% atteso dal consensus degli analisti intervistati da Reuters. Il forte rialzo si spiega con la contrazione significativa che aveva colpito l’economia cinese nel primo trimestre del 2020, quando il Pil scese del 6,8%, scontando la crisi innescata dall’esplosione della pandemia Covid-19.

L’Ufficio nazionale di statistica ha reso noto, anche, che il Pil della Cina è salito del 10,3% nel primo trimestre del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2019, ovvero di due anni fa. Nel quarto trimestre del 2020, l’economia cinese era cresciuta del 6,5%.

Su base trimestrale il Pil ha riportato nei primi tre mesi del 2021 una espansione dello 0,6%, meno del +1,4% stimato e rispetto alla precedente crescita del 3,2%, rivista al rialzo dal +2,6% precedentemente riportato. – See more at: http://www.rainews.it

Rimesse degli immigrati, boom nel 2020: +13%

 

Rimesse degli immigrati, boom nel 2020: +13%

rimesse degli immigrati

Boom di rimesse degli immigrati dall’Italia. A fotografare gli ultimi dati delle rimesse degli immigrati è uno studio della fondazione Leone Moressa. I risultati: premesso che “la pandemia ha avuto un impatto significativo sul volume complessivo delle rimesse che, secondo le proiezioni della Banca Mondiale, scenderebbe da 639 miliardi di euro del 2019 a 583 miliardi nel 2020 e a 542 miliardi nel 2021”, l’Italia registra un fenomeno contrario.

Delia lavora da anni nella capitale. È impiegata come colf e proviene dalle Filippine. Lo scorso anno ha spedito a “casa” gran parte del suo stipendio, ben più del solito. E come lei hanno fatto centinaia di migliaia di lavoratori stranieri che vivono in Italia. I loro flussi di denaro si chiamano rimesse e nel 2020 hanno registrato un boom nel nostro Paese (+13%), nonostante la pandemia e nonostante una contrazione a livello globale. Tanto da far parlare di un “caso Italia”.

“Nel 2020, infatti, nonostante la pandemia, le rimesse dall’Italia registrano un incremento del 12,9% rispetto al 2019”. Come si spiega? I ricercatori della Moressa ipotizzano che “tali aumenti siano determinati dalle limitazioni alla mobilità internazionale: non potendo viaggiare fisicamente, si sono mantenuti i legami familiari prevalentemente attraverso l’invio di denaro”.

Gli effetti della pandemia. Insomma, “mentre negli anni scorsi un componente per famiglia rientrava in patria almeno una volta all’anno, portando qualcosa con sé (soldi, regali), ora, non potendo viaggiare, i migranti hanno inviato soldi. Questo spiegherebbe gli aumenti soprattutto tra i Paesi dell’Est (Ucraina, Moldavia, Albania) e del Nord Africa (Marocco, Tunisia), in cui prima si viaggiava facilmente”.

Rimesse defli immigrati – Le nazionalità più “generose”

Mediamente, ciascun immigrato in Italia ha inviato in patria poco più di 1.300 euro nel corso del 2020, circa 112 euro al mese. Valore che scende sotto la media per le due nazionalità più numerose: Romania e Marocco. “In questi due casi, sul valore pro-capite incide la forte presenza di persone inattive (come i bambini). Rapportando rimesse e popolazione, tra le comunità più numerose il valore più alto è quello del Bangladesh: mediamente, ciascun cittadino ha inviato oltre 5mila euro, ovvero oltre 400 euro al mese. Superano i 300 euro mensili i cittadini del Senegal, mentre quelli del Pakistan sfiorano quella soglia. Oltre 200 euro al mese anche Filippine, India e Sri Lanka”.

Da dove partono le rimesse? A livello locale, le regioni con il maggior volume di rimesse inviate sono Lombardia (1,5 miliardi) e Lazio (953 milioni). A livello provinciale, i flussi di denaro più grossi sono quelli in uscita da Roma (802 milioni) e Milano (740 milioni).

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Con la scusa della pandemia, guerra al contante e favori alle banche

 

Con la scusa della pandemia, guerra al contante e favori alle banche

banche

di Antonio Amorosi – Viene dato per scontato che tra le regole per la riapertura post lockdown ci sia la guerra senza quartiere all’uso del contante. Bar, ristoranti, empori, cinema e musei dovranno farsi pagare con la moneta elettronica qualunque essa sia, bancomat, carta o smartphone. Un’opzione che viene già descritta come una delle regole maestre per tornare alla normalità. Il pagamento con modalità elettronica al tavolo ci protegge dai pericoli della pandemia come la prenotazione al ristorante e il distanziamento nei locali pubblici. Ma che relazione esista tra il pagamento elettronico e la pandemia resta un mistero.

Del pagamento elettronico, come una delle regole per la riapertura, ha parlato in una recente trasmissione, anche RaiNews24, canale all news del servizio pubblico ovviamente senza sollevare alcun dubbio sul senso del provvedimento. Si sa il servizio pubblico come megafono del governo e dei suoi ripetitori acritici è un’ottima panacea per uscire dalla pandemia.

Il 20 aprile prossimo il governo Draghi valuterà la curva epidemiologica e il 26 aprile scriverà il decreto contenente tutti i protocolli e le regole da adottare, almeno per il mese di maggio. La guerra al contante si fa per evitare l’evasione fiscale, spiegano tutti. Il principio base è il solito: l’evasore è sempre il piccolo risparmiatore come la partita Iva che non rilascia fattura, l’insegnante che fa ripetizioni in “nero”, l’artigiano che non fa ricevute.

Evasione fiscale: in Italia meno evasione che in Germania ma nessuno ne parla

Le multinazionali hanno spostato 1000 miliardi di dollari nei Paradisi fiscali

Le banche e la moneta elettronica

Più cresce il meccanismo della moneta elettronica e più denaro si sposta in mano alle banche. Tutti gli esperti di settore conoscono questo meccanismo paradossale che persegue l’evasione ma per finta. Per i grandi numeri sono proprio le banche le principali artefici dell’evasione fiscale. Le effettuano tramite “società fiduciarie” di diritto italiano ed estero (leggi lo specchietto in alto), dove chi ha grandi capitali deposita le sue somme. E qui parliamo di conti di grande entitàn garantiti dall’anonimato nei confronti di terzi e quindi anche del fisco italiano. Parliamo di somme che se recuperate farebbero la differenza per le entrate dello Stato.

Le misure volte ad ostacolare l’evasione fiscale dovrebbero interessarsi principalmente a queste risorse e un po’ meno all’evasione di sopravvivenza. Invece accade il contrario.

Il meccanismo è noto quanto è diffuso anche in ambito europeo dove il tetto del contante varia da Paese a Paese.

Il tetto del contante in Italia è di 2.000 euro, in Francia (tetto di 15.000 euro per i non residenti) e Portogallo è di 1.000 euro, in Spagna 2.500, nella Repubblica Ceca di 14.000 euro, in Croazia e Polonia di 15.000 euro. La tanto esaltata Germania, che del rigore ha fatto una favola, da vendere con successo anche a media e opinioni maker italiani, non ha nessun tetto nell’uso del contante. Altro particolare che media e opinione maker dimenticano e che la Germania svetta per l’economia sommersa per 351 miliardi di euro l’anno (quando in Italia l’economia sommersa si muove tra i 240 e i 333 miliardi di euro). Le regole sull’uso del contante incidono in modo relativo sull’evasione che ha più a che fare con le regole dei meccanismi finanziari e con le regole del mercato del lavoro. Sono infatti tra i 9 e gli 11 i milioni di tedeschi che lavorano occasionalmente in “nero” e 2 milioni esclusivamente, in “nero” ma questo lo scrivono l’Institut der deutschen Wirtschaft (l’Istituto per l’economia tedesca) e giornali tedeschi quali Die Welt, non la Gazzetta dei piccoli.

www.affaritaliani.it

Il bonus casalinghe? Niente soldi, ma un credito d’imposta

 

Il bonus casalinghe? Niente soldi, ma un credito d’imposta

bonus casalinghe

Introdotto nel 2020 con il decreto Agosto, il Bonus casalinghe 2021 dovrebbe entrare in vigore quest’anno, ma resta in attesa di un decreto a opera del ministero per le Pari opportunità e la Famiglia guidato da Elena Bonetti. Ma in cosa consiste? Come ricorda laleggepertutti.it, non si tratta di una somma che entrerà nelle tasche delle donne disoccupate, ma di una pluralità di misure finalizzate a promuovere la formazione professionale delle donne che svolgono lavori domestici allo scopo di offrire loro maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per effettuare una scelta più libera e consapevole.

Pertanto, con l’intento di garantire l’inclusione femminile nel mercato del lavoro, sono stati stanziati 3 milioni di euro a partire dallo scorso anno. Ma cos’è e come funziona il bonus casalinghe 2021? Quali sono i requisiti per accedere all’incentivo?

Bonus casalinghe 2021: cos’è?

A differenza degli altri bonus messi in campo dal Governo per contrastare la crisi economica determinata dal Covid-19, il bonus casalinghe 2021 non è un incentivo che prevede l’erogazione di un assegno, ma un credito di imposta che può essere investito in corsi di formazione che riguardano specialmente il settore digitale. L’intento è assicurare alle casalinghe di poter acquisire competenze professionali e poter svolgere un’attività lavorativa anche in smart working.

A chi spetta?

Il bonus spetta alle donne che si occupano a tempo pieno della cura della casa e della famiglia, non avendo altre alternative per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Per accedere al bonus casalinghe 2021, bisogna essere:

– casalinghe disoccupate;

– cittadine italiane o straniere, purché in possesso di un regolare permesso di soggiorno.

Inoltre, non sono richiesti particolari requisiti Isee per poter fare richiesta del bonus.

Bonus casalinghe 2021: come fare domanda?

A chiarire le modalità per inoltrare la domanda per il bonus casalinghe 2021 sarà un apposito decreto attuativo del ministero per le Pari Opportunità. Tuttavia, possiamo anticipare che per accedere al bonus bisognerà inoltrare l’istanza attraverso l’Inps. ADNKRONOS

Assocalzaturifici: industria calzaturiera, a rischio fino a 30mila posti di lavoro

 

Assocalzaturifici: industria calzaturiera, a rischio fino a 30mila posti di lavoro

Assocalzaturifici

Milano 12 aprile 2021 – Il settore calzaturiero italiano è in ginocchio. Nel 2020 si è perso circa 1/4 della produzione nazionale (-27,1% in quantità) e del fatturato complessivo (-25,2%). Forti le riduzioni sia dell’interscambio commerciale (calo attorno al -18% in volume sia per i flussi in uscita che in entrata) che dei consumi interni (-23% in spesa gli acquisti delle famiglie, malgrado un +17% per il canale online, a cui va sommato il crollo dello shopping dei turisti). Questa la fotografia impietosa del comparto scattata dagli ultimi dati diffusi da Assocalzaturifici.

“La situazione è oltre la soglia critica, – spiega Siro Badon, Presidente di Assocalzaturifici – Abbiamo un settore che lavora sulla produzione dell’anno successivo con una marcata stagionalità ed enormi costi fissi e di manodopera: siamo pertanto già certi di un 2021 disastroso e la verità è che senza misure forti e specifiche, purtroppo ci saranno molti posti di lavoro a rischio e chiusure aziendali appena finirà il periodo di blocco dei licenziamenti. Stimiamo siano a rischio fino a 30.000 posti di lavoro, a cui dovremo inevitabilmente sommare quelli dell’indotto e nella filiera a monte”.

Al crollo dei livelli di attività nella prima parte dell’anno, causato da lockdown, ha fatto seguito, nei due trimestri successivi, solo un’attenuazione della caduta (rimasta peraltro a doppia cifra), anziché un rimbalzo. La seconda ondata del virus in autunno ha subito interrotto i primi timidi segnali di risalita mentre nel trimestre conclusivo del 2020, in particolare, export e consumi, con le vendite natalizie compromesse dalle misure restrittive, sono risultati ancora largamente insoddisfacenti. Il numero di calzaturifici attivi è sceso in Italia di 174 unità rispetto a fine 2019, e quello degli addetti di oltre 3.000 (con un -4% per entrambi), con cali generalizzati in tutti i principali distretti. Nella filiera pelle sono state autorizzate quasi 83 milioni di ore di cassa integrazione guadagni, dieci volte gli 8,3 milioni del 2019.

Un quadro che ha spinto l’associazione che rappresenta l’intera filiera a fare un appello alle istituzioni: ” Abbiamo bisogno che il Governo ci dia certezze – ribadisce Badon – È necessario che i negozi possano aprire con continuità perché la stagionalità non ci consente di recuperare sui costi di produzione. Gli stock a magazzino, accumulatisi con l’invenduto, e gli ordini non confermati, si svalutano compromettendo i bilanci delle aziende. Con una filiera in ginocchio non riusciamo a comprendere le ragioni perché di alcuni prodotti sia consentita la vendita permanente e per le calzature vi sia una esclusione. Abbiamo ormai perso 4 stagioni di vendita.

Per questa ragione è necessario che venga rivisto il criterio con cui si indennizzano le aziende, parametrando i sostegni alle perdite subite calcolate in base ai fatturati a cui devono essere sottratti i costi fissi non compensati dai ristori. Tale sistema sosterrebbe maggiormente le imprese ad alta intensità di occupazione e che maggiormente necessitano di essere sostenute, come quelle calzaturiere”.

Nessun dubbio sul fronte delle misure da adottare. “Auspichiamo, pertanto, – sottolinea Badon – la decontribuzione per tutta Italia del 30% di oneri previdenziali dovuti dal datore di lavoro, come da decreto agosto per le sole regioni del sud e una rapida approvazione dei decreti attuativi dell’art. 48bis del Decreto Rilancio, che, lo ricordo, introduce un credito d’imposta pari al 30% del valore delle rimanenze a magazzino, ampliando le risorse e la percentuale a compensazione fiscale.

Inoltre, abbiamo bisogno si riparta con le politiche di sostegno all’export. Le fiere sono un asset essenziale per le Pmi. Ritardare o impedirne l’apertura equivale ad ostacolare la ripresa degli scambi internazionali e la promozione del made in Italy, fondamentale per il rilancio del nostro settore. Inoltre le rassegne professionali, allestite secondo i protocolli sanitari sono da sempre un insostituibile strumento di politica industriale che generano un volume complessivo di 60 miliardi di euro annui”.

Sulle rassegne internazionali, Badon ha le idee chiare: “Chiediamo alle autorità preposte di disporre Corridoi verdi in entrata per gli operatori commerciali che garantiscano una più snella e veloce concessione dei visti d’ingresso, ove necessario e al Ministero degli Affari Esteri di lavorare per l’apertura di corridoi in uscita per garantire ai nostri imprenditori di poter tornare a incontrare i clienti durante gli eventi commerciali b2b. Ci sono paesi nostri competitor che non hanno interrotto l’attività fieristica e non hanno subito alcuna impennata nei contagi”.

Queste le linee di intervento auspicate da Assocalzaturifici, per impedire che il comparto calzaturiero, motore trainante del made in Italy, possa ritornare competitivo sul mercato interno ed internazionale.

COMUNICATO STAMPA assocalzaturifici

Che cosa hanno in comune Pfizer, BlackRock e Facebook

 

Che cosa hanno in comune Pfizer, BlackRock e Facebook

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di Francesco Mercadanteeconopoly.ilsole24ore.com – Cominciamo col dire che, nell’azionariato della Pfizer compaiono alcuni insormontabili giganti degli investimenti come Vanguard, BlackRock e Wellington, che possiedono, rispettivamente, l’8,12%, il 7,46% e il 4,22% del colosso farmaceutico statunitense. Anche se non hanno bisogno di presentazioni, per dovere di cronaca diciamo chi sono, di cosa si occupano e che valore hanno sul mercato.

BlackRock è la più potente e ricca società d’investimenti al mondo, è una statunitense purosangue, gestisce un patrimonio di più di 8.000 miliardi di dollari ed è stata definita “banca mondiale ombra”, “roccia invisibile” et similia.
Vanguard Group è un’altra società d’investimenti statunitense, ha asset per oltre 5.000 miliardi e, in quanto a negoziazione di fondi, è seconda sola a BlackRock. La più piccola del gruppo – “piccola”… si fa per dire – è la Wellington Management Company, altra società d’investimento statunitense, con una gestione di circa 1.500 miliardi di dollari. Quest’ultima, tra le altre cose, è strettamente ‘imparentata’ proprio con la Vanguard.

Fin qui, null’altro se non un quadro di finanza internazionale ordinario. Senza troppa fatica, però, si scopre che BlackRock e Vanguard sono pure i maggiori investitori istituzionali di Facebook: BlackRock col 6,59%, Vanguard col 7,71%; in pratica, si tratta dei primi due. E la Wellington? Non sta di certo a guardare, giacché, a propria volta, è dentro la BlackRock col 3,36%.

La metafora delle cinquanta teste e delle cento mani comincia a farsi efficace. Vanguard e Wellington, inoltre, sono presenti nell’azionariato della Pfizer anche attraverso i fondi comuni: Vanguard-Wellington Fund 0,96%, Vanguard Specialized-Health Care Fund 1,31%, Vanguard 500 Index Fund 2,05%, Vanguard Total Stock Market Index Fund 2,80%. Se, da una parte, non possiamo – né intendiamo – giungere a conclusioni strampalate circa le forme di controllo della salute globale, dall’altra, non possiamo di certo fare a meno d’interrogarci sul valore che assumono alcuni dati, in specie  quelli di un social network ormai noto per aver venduto a Spotify, Netflix, Amazon e Microsoft gli accessi degli utenti.

Alla luce dell’accertato legame finanziario tra il settore farmaceutico, quello finanziario e quello dei social network, sorgono per lo meno dei dubbi in materia di vigilanza. Chi può controllarne l’operato? Qual è – se mai esiste – il criterio con cui definire questo operato? Forse, è impossibile ricavarne una definizione vera e propria.

Pfizer, Astrazeneca, Facebook e le banche

Aggiungiamo, adesso, che tra i grandi azionisti di Pfizer troviamo anche le grandi banche: Bank of America, Deutsche Bank, Morgan Stanley, JP Morgan et al. Se passiamo ad AstraZeneca, il leitmotiv non cambia. BlackRock ne possiede il 7,7%, Wellington il 5,9% e Vanguard il 3,5%, unitamente al solito comparto bancario. E non si può di certo tacere che BlackRock, Vanguard e Wellington hanno solide e cospicue partecipazioni azionarie nella maggior parte delle multinazionali che producono armi, tra le quali possiamo citare Lockheed Martin Corporation, Raytheon RTN, Bae Systems, Northrop Grumman Corporation & Orbital ATK e General Dinamics.

Nell’ultima escursione di questa mini-verifica, è doveroso ricordare che l’inarrivabile BlackRock è la maggiore azionista di UniCredit col 5,2% e possiede il 5,7% di MPS, il 5% di Intesa e il 4,8% di Telecom Italia. Ma non mancano poi le partecipazioni in Atlantia, Azimut, Prysmian, Ubi et cetera. Il ‘caso volle che’, all’epoca degli stress test EBA del 2016 e del 2018, proprio BlackRock e Vanguard fossero le società incaricate della consulenza in materia di vigilanza, cioè le società che avevano – e hanno tuttora – partecipazioni nelle banche da controllare. E non finisce qui.

Se consideriamo che Wellington è titolare del 6,1% delle azioni di CERVED Group, la società italiana che valuta il merito creditizio e la classe di rischio delle nostre imprese, mentre Vanguard ha un’esposizione a Piazza Affari per più di 9 miliardi, allora s’impone come preminente il dovere di trovare una ‘definizione’ per l’operato delle lobby, delle loro estensioni e delle loro combinazioni.

La ‘definizione’, cui s’è fatto cenno in precedenza, non è affatto il capriccio di chi trovi diletto nell’uso del metodo scientifico; non è il diversivo filosofico d’una politica inerme o il tentativo di riscatto d’una comunità religiosa. È, invece, soprattutto, il presupposto di un ‘riconoscimento’ logico della questione, l’indispensabile premessa epistemologica all’individuazione delle differenze tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Non aspiriamo di certo a possedere chissà quale panacea, ma la creazione di un quadro legislativo adeguato deve passare dal riconoscimento, come già detto, concreto e lineare di un fenomeno. Ignorarne alcuni o anche uno di essi vuol dire farsi carico d’una gravissima colpa storica, lasciare che accada tutto e il contrario di tutto. La superficialità con cui, molto di frequente, i governi fingono di non vedere e non sapere è allarmante, tant’è che, a un certo punto, la gente si scandalizza per frasi del genere: “Il titolo della Pfizer ha guadagnato parecchi punti dopo l’annuncio dell’efficacia del vaccino”; frasi usate all’interno di articoli pieni di allusioni e insinuazioni e i cui autori credono di aver fatto chissà quale scoperta, laddove non hanno fatto altro che attestare che il pozzo è umido. Pensiamo forse che i mercati non premino un’azienda farmaceutica che ha appena scoperto un vaccino anti-pandemia?

Purtroppo, non è facile, in un periodo di grande tensione politico-economica e sanitaria, mostrare buona capacità di discernimento, sebbene, nello stesso tempo, non si possano trascurare – ci si conceda l’espressione! – i requisiti di ‘onorabilità’. Una decina d’anni fa, la Pfizer fu condannata per aver messo in circolazione in modo illegale dei farmaci; ne uscì quasi indenne pagando una multa di 2,3 miliardi di dollari. 2,3 miliardi di dollari, per una società che ha un fatturato annuo di oltre 50 miliardi e un utile netto di più di 16 miliardi, non rappresentano una multa; si tratta – né più né meno – d’un’imposta sui ricavi.

Qualcosa del genere è accaduto, per esempio, alle grandi banche che per anni hanno alterato i tassi d’interesse: hanno subito delle ‘multe’, che, naturalmente, a fronte dei profitti, rientrano sempre nel campo dell’imposizione fiscale ‘indiretta’. L’espressione si presta alla metafora: è evidente; ma non c’è spazio per l’ironia di contorno. Di qui, non si può fare a meno di richiamare ancora una volta l’attenzione sul problema della ‘definizione’.

La relazione di causa ed effetto tra il dolo e la sanzione può essere ridotta unicamente a una stima economica, che peraltro non è mai direttamente proporzionale al danno causato? In una società evoluta può accettarsi una tale distanza tra il giudizio che si emette sull’uomo comune, quello che non ha alcun potere contrattuale, e quello che si emette sulle sovrastrutture economiche del pianeta, non altrimenti che se esistesse una legge extra ordinem? Forse, sarebbe il momento opportuno di tentare la via della risposta.

Nel 2000, il Washington Post, nel condurre un’inchiesta sulla Pfizer, portò all’attenzione del grande pubblico proprio il controverso caso d’una grave epidemia in cui l’azienda farmaceutica aveva interpretato un ruolo – a dir poco – spettrale e inquietante. In particolare, i fatti risalgono al 1996, allorché alcuni bambini della città nigeriana di Kano, colpiti da meningiti da meningococco, furono sottoposti a una sperimentazione senza alcun tipo di autorizzazione. In quell’occasione, la sperimentazione passò dalla somministrazione della trovafloxacina, un farmaco sperimentale, per l’appunto, e che, secondo le accuse causò, in alcuni casi, la morte dei malati e, in altri, danni irreparabili.

L’ennesima grossolana – e conclusiva – riflessione che sentiamo l’obbligo di fare non rinvia al senso dello scandalo, giacché, molto probabilmente, la frode non nasce con l’uomo, ma prima dell’uomo. Lo stesso può dirsi per le trame finanziarie. Essa afferisce, invece, alla già rilevata e netta separazione tra lo statuto morale del cittadino e quello dei potentati economici.

Il problema – si badi bene! – esiste ed è serio: se è vero e inconfutabile che certi imperi non si possono condannare e far crollare perché il loro crollo genererebbe una tale quantità di sciagure economiche che la società civile si riprenderebbe a fatica – Lehman Brothers docet – è altrettanto vero che un cittadino comune, per errori molto meno determinanti, rischia la disfatta social-giudiziaria. Eppure, oggi, il Covid si è abbattuto ‘principalmente’ sui cittadini comuni.

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Le multinazionali hanno spostato 1000 miliardi di dollari nei Paradisi fiscali

 

Le multinazionali hanno spostato 1000 miliardi di dollari nei Paradisi fiscali

paradisi fiscali

Dieci ‘paradisi fiscali’ ricevono la maggior parte dei profitti delle multinazionali: tre sono Paesi europei – Lussemburgo, Paesi Bassi e Svizzera – e poi ci sono i soliti noti, Isole Cayman, Singapore, Bermuda, Porto Rico. Sono i dati di un recente studio dell’Ictd, International Centre for Tax and Development, con sede nel Regno Unito, che ha evidenziato come le multinazionali abbiano spostato un migliaio di miliardi di dollari in profitti dal luogo in cui si svolge l’attività economica verso i ‘paradisi fiscali’, privando gli Stati di oltre 200 miliardi di dollari in entrate.

Lo studio si basa principalmente sui dati disponibili relativi soltanto al 2016, forniti dalle stesse aziende, resi pubblici dall’Ocse per la prima volta nel 2020. I ricercatori dell’Ictd hanno anche scoperto che le multinazionali con sede negli Stati Uniti e nelle Bermuda si servono del trasferimento degli utili in modo massiccio e che sono i Paesi a basso reddito a subire le perdite maggiori dall’evasione o elusione delle tasse.

Petr Janský, economista della Charles University di Praga, co-autore dello studio con il data scientist Javier Garcia-Bernardo, ha sottolineato che la questione principale non è che “le società multinazionali beneficiano di questo regime di elusione fiscale, ma che qualcuno viene danneggiato”, come i Paesi africani, i più “vulnerabili” al trasferimento dei profitti.

Paradisi fiscali, grandi perdite per Francia e Germania

Ma l’elusione fiscale delle multinazionali incide anche su Paesi ad alto reddito, come Stati Uniti, mentre si stima che Germania o Francia perdano almeno un quarto della loro base di profitto a causa del trasferimento degli utili, afferma l’economista. Nel 2017, un’indagine del Consorzio internazionale di giornalisti investigativi – Paradise Papers – ha rivelato che sono oltre 100 società multinazionali, tra cui Apple, Nike e il produttore del Botox, Allergan, a servirsi dei paradisi fiscali.

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