Le procedure di assegnazione dei fondi per gli italiani all'estero sono totalmente incostituzionali, gli italiani all'estero dipendono da funzionari che agiscono sul mero arbitrio personale

 

Il governo stanzia i fondi per aiutare gli italiani all’estero. Ma come si prendono?

Milioni di euro messi sul tavolo in aiuto degli expat. Per l'On. Nissoli sono pochi e senza regole. Per l'On. La Marca, invece, sono un segnale confortante

Per gli italiani all'estero mancano regole precise sulle modalità per accedere agli aiuti (fonte: Pixabay)

Quello dei fondi stanziati dal governo per gli italiani all’estero è un tema estremamente delicato. I soldi, ai concittadini che vivono fuori dal confine, servono. E oggi ancor di più, vista la grave crisi economica dovuta all’emergenza covid. C’è un problema, però, in tutto ciò, al quale sarebbe necessario, da parte del governo, fornire una risposta chiara. Come vengono spesi questi soldi? A chiederlo, nell’aula della Camera, è stata la deputata di Forza Italia eletta nella circoscrizione Nord-Centro America Fucsia Fitzgerald Nissoli, che ha presentato un’interrogazione al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

L’On. Fucsia Fitzgerald Nissoli durante il suo intervento alla Camera dei deputati

“Lo scorso maggio – ha dichiarato la Nissoli – avevo presentato un’altra interrogazione in merito, ma la risposta dell’esecutivo era stata vaga e poco chiara. Ora sono tornata ad incalzarlo e ho chiesto a Di Maio di sapere di quali strumenti si sia avvalsa l’Amministrazione degli affari esteri per comunicare adeguatamente la notizia degli aiuti economici in favore delle Comunità all’estero, ai fini di una tempestiva richiesta da parte dei connazionali indigenti, e quali siano i dati aggiornati circa le modalità e la quantità di spesa fino ad oggi effettuata, con particolare riferimento ai connazionali in difficoltà nella Ripartizione Nord e Centro America”.

In totale, si parla di 6 milioni di euro. Quattro stanziati tramite il decreto “Cura Italia” di aprile e due con il decreto “Rilancio” di maggio. Queste cifre sono state messe a disposizione apposta per fronteggiare l’emergenza e si vanno ad aggiungere alle normali attività di sostegno che i consolati svolgono ogni anno per chi si trova in situazioni di indigenza. La questione sollevata parte da un dubbio più che legittimo. Vista la vasta platea di cittadini italiani che risiedono all’estero, ci si domanda quali siano le regole e le condizioni da soddisfare per poter accedere agli aiuti. La risposta che arriva dal governo è, secondo la Nissoli, “vaga e poco chiara” ed è per questo che ha riproposto un’interrogazione parlamentare sullo stesso tema pochi giorni fa.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio 

In realtà, studiando il testo della replica del governo alle richieste dell’Onorevole, un’idea piuttosto precisa di chi siano i destinatari dei fondi è possibile farsela. Innanzitutto, sono indicati i criteri attraverso i quali vengono decisi gli aventi diritto agli aiuti. “Per valutare lo stato di necessità e accertare l’indigenza, ciascun Ufficio della rete diplomatico-consolare si avvale di parametri motivati e trasparenti, anche sulla base del contesto locale, come, ad esempio: numero dei componenti e reddito complessivo del nucleo familiare, costo della vita in loco, possibilità di accesso ai sistemi di welfare pubblico laddove presenti. E ciò al fine di individuare una soglia d’indigenza che rappresenti il parametro guida per l’erogazione del sussidio”.

Più approssimato, invece, il passaggio successivo, nel quale si legge che “quanto ai criteri per la ripartizione delle dotazioni finanziarie assegnate dal Cura Italia, non è prevista una suddivisione preordinata tra le diverse Sedi, dal momento che non è possibile conoscere in anticipo le richieste di assistenza economica dei connazionali, né la loro entità. La Farnesina provvederà, quindi, a erogare i finanziamenti sulla base di motivate richieste contenenti informazioni dettagliate relative al numero di connazionali che hanno bisogno di essere assistiti e all’ammontare necessario per poter far fronte alle richieste di assistenza”. Un modo burocratico per dire “vedremo più avanti”. Una posticipazione tipica della cultura italiana, che tratta il tempo quasi come se non esistesse.

In ogni caso, per la Nissoli i fondi messi a disposizione dalla Farnesina non sono sufficienti. “Il governo Conte – dice – si è comportato come tutti gli altri governi e non ha ancora capito che investire negli italiani all’estero significa investire per lo sviluppo del Sistema Italia e quindi dare maggiori possibilità alle imprese italiane di essere presenti sui mercati esteri. Una rete di italiani all’estero organizzata, se opportunamente sostenuta dallo Stato, potrebbe aiutare lo sviluppo anche del nostro export. Questa è una cosa che gli italiani all’estero già fanno, testimoniando quotidianamente la bontà del prodotto italiano di qualità, ma che potrebbe avere una efficacia maggiore se fosse programmata in maniera sistematica!”.

L’Onorevole Francesca La Marca

Come in ogni storia, però, ascoltare una versione sola non aiuta ad avere un quadro completo della scena. Abbiamo perciò sentito anche le parole dell’Onorevole Francesca La Marca, deputata del PD eletta, come la Nissoli, nella circoscrizione Nord-Centro America.

Per lei, le notizie arrivate in merito ai fondi destinati agli italiani all’estero, sono confortanti. “Sembra – commenta – che vi sia l’intenzione del Governo di rinnovare il Fondo per la promozione della lingua e cultura italiana nel mondo, in scadenza nel 2020, senza le cui risorse le politiche culturali subirebbero una grave regressione. Così, sembrerebbero non esservi danni al finanziamento degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, COMITES e CGIE. Comunque, oltre alla sussistenza, c’è anche da vedere se e come si riuscirà ad aprire qualche varco di ripresa, ad esempio puntando sul ‘turismo di ritorno’, mia costante ossessione, come volano di rilancio di un settore vitale per noi, come il turismo internazionale. Ad ogni modo, una saggia regola di esperienza parlamentare dice che le finanziarie si giudicano non per come entrano in Parlamento, ma per come escono. Potremo, dunque, risentirci più in là”

Conte è a capo di un governo che passerà alla storia

Quando le viene chiesto quale sia il suo giudizio sul governo Conte, del quale il PD fa parte, inizialmente svicola. “Il Governo Conte, purtroppo, entrerà nei libri di storia come quello che ha dovuto affrontare una delle emergenze più drammatiche di questi primi decenni del secolo. Sono radicalmente cambiati, dunque, i termini delle nostre consuete valutazioni”. Poi, aggiustando il tiro, risponde con sincerità. “Ad ogni modo, per non sfuggire alla domanda, per il breve tempo in cui la pandemia non era ancora insorta, posso dire che per gli italiani all’estero, i governi Renzi e Gentiloni, soprattutto quest’ultimo, hanno suonato un altro spartito. Basti pensare solo al fondo per la lingua e la cultura italiana nel mondo, dotato di 150 milioni in quattro anni, alla reintegrazione dei fondi per la rappresentanza, al riavvio dei concorsi al MAECI dopo 10 anni di blocco del turnover, al raddoppio dei fondi per i periodici in italiano all’estero, a seguito di un mio emendamento, e ad altro ancora. Persiste ancora una cultura della marginalità e della sottovalutazione verso il ruolo degli italiani all’estero e per rimuoverla ci vorranno tempo e sudore. Questa è la ragione che mi ha indotto a presentare la proposta per l’istituzione della Giornata sugli italiani nel mondo, che mi auguro possa vedere la luce al più presto, proprio per fare uscire gli italiani all’estero dal cono d’ombra in cui storicamente sono collocati dalla classe dirigente italiana”.

Insomma, a ormai otto mesi dallo scoppio della pandemia, rimangono sospesi parecchi interrogativi irrisolti. Difficile, a questo punto, aspettarsi dall’esecutivo una risposta in tempi brevi. Sembra così che la palla passi ai consolati, ai quali spetta il compito di aiutare i cittadini bisognosi. Di certo la questione non finirà qui. Attendiamo nuovi sviluppi.

Conteballe

 

Reddito di emergenza anche per chi vive all'estero, approvato il decreto: come ottenerlo

"Anche gli italiani all'estero indigenti che rientrano in Italia entro giugno a seguito della crisi prodotta dal coronavirus, potranno usufruire del reddito di emergenza Rem". Il Governo ha infatti accolto la richiesta pervenuta da Italia Viva e da rappresentanze di base come il Cgie, di estendere anche agli italiani iscritti all'Aire le misure introdotte ad hoc nel decreto rilancio, per italiani finiti in gravi difficoltà economiche a seguito della pandemia da coronavirus.

Il reddito di emergenza è un sussidio dell'ammontare che verrà erogato per un massimo di due mensilità con un'apposita domanda all'Inps, da inoltrarsi tramite patronato, si potrà ottenere un sostegno economico che va dai 400 euro agli 800 euro mensili, in base al numero dei componenti familiari, per due mesi.

Per ottenere il reddito di emergenza occorre: residenza in Italia, reddito familiare inferiore al Rem spettante, patrimonio mobiliare familiare 2019 inferiore a 10mila (accresciuto di euro 5.000 per ogni componente, fino ad un massimo di 20mila euro), e Isee inferiore a 15mila euro. La dote prevista è di circa 1 miliardo.

L'ottenimento del reddito di emergenza non è previsto per nuclei familiari all'interno dei quali un componente percepisca una pensione, un reddito da lavoro o il reddito di cittadinanza. La misura è contenuta nel Decreto rilancio, emanato dal Governo nei giorni scorsi e operativo da questa mattina dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di ieri sera.

"Si tratta - dice Laura Garavini, vicepresidente vicaria del gruppo Italia Viva al Senato - di un gesto di equità nei confronti dei tanti connazionali nel mondo che, al pari di quelli residenti in Italia, stanno pagando le conseguenze della crisi sanitaria ed economica. Grazie al Ministro Provenzano per la sensibilità dimostrata".

Quante domande hanno ricevuto i consolati e le ambasciate italiane e quante domande sono state respinte, cestinate o semplicemente dimenticate?

 

Assistenza all’estero: distribuiti aiuti per € 1.800.000

Alla data del 6 novembre, la Farnesina aveva distribuito alle sedi consolari circa un milione e ottocentomila euro dei 6 milioni resi disponibili dai Decreti “Cura Italia” e “Rilancio” per l’assistenza dei connazionali all’estero in difficoltà a causa del coronavirus.

Lo ha confermato il vice ministro degli esteri Marina Sereni che ieri, in commissione esteri, ha risposto all’interrogazione della deputata Fucsia Nissoli (Fi).
Spiegato come il Ministero degli Affari Esteri, all’indomani dell’approvazione dei decreti, ha comunicato alle sedi come utilizzare i soldi, Sereni ha specificato che i connazionali sono stati informati di queste misure anche attraverso Comites e associazioni.
I decreti, ha ricordato il vice ministro, hanno introdotto una “casistica allargata” di aiuti, che contempla “cinque nuove modalità di impiego delle risorse che vanno ad aggiungersi alle misure ordinarie di assistenza finanziaria per cittadini italiani all’estero indigenti o in difficoltà”.
Le cinque nuove modalità sono “1) aiuti economici in favore di connazionali titolari di piccole/micro imprese che abbiano subito un danno dal blocco totale o dalla riduzione della propria attività a causa delle restrizioni collegate alla pandemia; 2) bonus sussidio per il rimpatrio in favore dei connazionali all’estero che decidano di rientrare definitivamente in Italia; 3) stipula di convenzioni o contratti con Enti e Istituti pubblici o privati al fine di fornire adeguata assistenza sanitaria (visite mediche, tamponi, esami sierologici, farmaci) ai connazionali in stato di necessità, colpiti da Coronavirus o altre patologie.

La misura è destinata a chi non abbia accesso alla sanità privata e non possa contare su strutture sanitarie pubbliche in grado di offrire cure adeguate.

Queste convenzioni posso essere stipulate anche per erogare sussidi sotto forma di buoni pasto o pacchi alimentari nei casi in cui il connazionale e il rispettivo nucleo familiare siano obbligati a rispettare la quarantena con isolamento domiciliare; 4) sostegno all’apprendimento: al fine di garantire l’accesso all’istruzione per i figli in età scolare di famiglie italiane bisognose, nel caso in cui le istituzioni scolastiche locali abbiano adottato la didattica a distanza, le Sedi diplomatico-consolari possono erogare sussidi finalizzati all’acquisto di strumentazione informatica quali PC, laptop, tablet, smartphone o comunque sistemi che consentano la connessione a internet; 5) promozione di programmi di riqualificazione professionale di cui possono giovarsi i connazionali che, a causa della crisi da Coronavirus, abbiano perso il lavoro”.
Queste cinque misure si aggiungono “alle modalità di spesa ordinaria dei fondi destinati all’assistenza ai connazionali in stato di indigenza o di difficoltà”, che sono “i sussidi, normalmente destinati agli italiani stabilmente residenti nella circoscrizione consolare, previo accertamento del loro stato di indigenza; 2) i prestiti con promessa di restituzione, destinati ai connazionali residenti in Italia e temporaneamente all’estero e che si trovino in una situazione di occasionale necessità; 3) i sussidi ai detenuti all’estero non sufficientemente sostenuti dai familiari, qualora abbiano bisogno di viveri, generi di prima necessità, acquisto di farmaci o altre spese mediche; 4) i pacchi dono, contenenti prevalentemente generi alimentari e distribuiti in occasione di festività quali quelle natalizie; 5) le convenzioni con enti pubblici o privati per l’erogazione ai connazionali di servizi sanitari generici, legali, geriatrici (convenzioni con case di riposo), servizi di assistenza sociale e fornitura di beni di prima necessità; 6) i contributi per le spese funebri o per rimpatri, anche sanitari”.
Tornando ai 6 milioni di euro stanziati dai decreti “Cura Italia” e “Rilancio”, Sereni ha spiegato che “alle Sedi dei Paesi dell’America Settentrionale e Centrale sono andati 607.009 euro di questi fondi erogati su richiesta, ossia quasi il 34%.

Dei 4,2 milioni di euro residui, 480.225 euro, pari all’11,4% dei fondi complessivi residui, sono stati assegnati all’America Settentrionale e Centrale.

Nel dettaglio, 355.182 euro sono andati alle Sedi dell’America Centrale, mentre 125.043 euro alle Sedi dell’America Settentrionale.


In totale, alla rete diplomatico-consolare in America Settentrionale e Centrale è stato dunque assegnato oltre 1 milione di euro (oltre il 18 per cento di tutti i fondi)”.
Quanto alla quota già erogata dagli uffici all’estero nel corso del 2020, Sereni ha aggiunto che “le Sedi delle reti canadese e statunitense avevano speso, al 10 dicembre 2020, 52.978 euro in 44 interventi di aiuto (contro i 18 interventi di aiuto del 2019), mentre le Sedi centro-americane avevano speso, al 10 dicembre 2020, 287.920 euro in 466 distinti interventi di aiuto (contro i 146 dell’intero 2019)”.
Concludendo, il vice ministro ha ricordato che “questi fondi potranno essere spesi anche nel corso del 2021” sostenendo infine che “i fondi stanziati permetteranno quindi di sostenere anche nei prossimi mesi i bisogni dei connazionali più colpiti da una pandemia che continua, purtroppo, a mietere vittime e danni”.
Nella replica, Nissoli si è detta “soddisfatta della risposta del Governo, assai precisa e dettagliata, al contrario della risposta, molto più generica, fornita a seguito di un quesito relativo a norme analoghe contenute nel decreto-legge Cura Italia”.

Al riguardo, la deputata ha segnalato “la necessità di fornire indicazioni chiare sull’accesso alle misure di sostegno ai nostri connazionali, che continuano a denunciare situazioni di grave disagio, elaborando misure sempre più mirate ed efficaci e predisponendo un’adeguata campagna comunicativa”. 

(aise) 

Addio Camilla, addio Luana, troppi addii evitabili in questo paese

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Con il Covid la povertà assoluta investe 5,6 milioni di persone: record nelle serie Istat. Il Nord supera il Sud: E' solo la punta dell'iceberg

 

Con il Covid la povertà assoluta investe 5,6 milioni di persone: record nelle serie Istat. Il Nord supera il Sud

(ansa)
Reddito di cittadinanza ed emergenza e cassa integrazione limitano l'intensità della povertà. I minori poveri sono 1,3 milioni, l'incidenza tra gli stranieri vola al 29% contro il 7,5% degli italiani

Shooting of PH military plane in WPS could trigger World War 3 or loss of US prestige – Locsin

 

Shooting of PH military plane in WPS could trigger World War 3 or loss of US prestige – Locsin

Published March 31, 2021, 10:02 PM

by Roy Mabasa

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Shooting down a Philippine military aircraft in the West Philippine Sea could end in either of two things: start of World War 3 or end of the prestige of the United States as a superpower and policeman of the world, Foreign Affairs Secretary Teodoro Locsin Jr. said on Wednesday. 

Foreign Affairs Secretary Teodoro Locsin Jr. (File photo via PNA)

Locsin was reacting to reports that a Philippines military aircraft received warnings from a Chinese fleet when it flew over the Julian Felipe Reef to check the presence of Chinese vessels in an area that is considered way within the country’s exclusive economic zone (EEZ).

“If they had shot down our military aircraft two things would happen: World War 3 or the end of US prestige. Simple as that. A small Filipino aircraft can cause the end of this part of the world which would be small loss compared to dishonor. Life without honor is for insects,” Locsin said in a tweet.

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During a routine maritime patrol on Tuesday, the Armed Forces of the Philippines confirmed in multiple reports that the Chinese fleet currently lingering at the West Philippine Sea reportedly demanded a Philippine military aircraft to “leave immediately” while it was hovering over Julian Felipe Reef.

In a separate report, the National Task Force-West Philippine Sea (NTF-WPS) reported what it described as continuing unlawful presence or swarming of Chinese Maritime Militia (CMM) which have remained in Julian Felipe Reef and are also scattered in other areas in the Kalayaan Island Group (KIG) which is under the jurisdiction of the Municipality of Kalayaan, Palawan. 

Cgie al governo: Reddito di emergenza per italiani all’estero

 

Cgie al governo: Reddito di emergenza per italiani all’estero

  • April 7, 2020

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Nei prossimi 3 – 4 mesi si stimano circa 100.000 rientri da tutto il mondo.

“Per i rientri di cittadini italiani iscritti all’Aire nei prossimi 3 – 4 mesi si stimano circa 100.000 rientri da tutto il mondo, in una composizione per paese analoga a quella rilevabile dai dati Istat di espatri degli ultimi 3 anni”. Lo afferma il Consiglio generale degli italiani all’estero, chiedendo al governo italiano interventi a favore degli italiani all’estero che saranno costretti a rientrare in Italia. Nella fattispecie la stima fatta “è basata sulla possibilità che vi sia una maggiore propensione al rientro da parte dei connazionali di più recente emigrazione trasferitesi negli ultimi 3-5 anni e non ancora definitivamente integrati nel tessuto socioculturale dei paesi di arrivo” fa sapere il Cgie. Si tratta di italiani residenti all’estero in forma stabile: “per molti di loro sono plausibili i rischi di un rimpatrio forzato causato dalla chiusura di piccole e medie imprese o di autonomi, nello specifico di lavoratori interinali con qualificati profili professionali, di occupati nella filiera della gastronomia e ristorazione italiana, di manodopera stagionale e dei frontalieri”, prosegue il Cgie sottolineando che “per questa categoria di cittadini residenti stabilmente all’estero se saranno costretti a rientrare in Italia, il nostro Paese dovrebbe prendere in considerazione, a livello nazionale, la loro integrazione nel mondo del lavoro con un intervento normativo da inserire nel piano della ripresa e dello sviluppo del nostro Paese, favorendo politiche attive al lavoro”. Perciò il CGIE ritiene “essenziale estendere (non aggiungere) a questi soggetti, compresi i frontalieri, rientrati in Italia per la perdita del lavoro, le indennità previste per le lavoratrici e i lavoratori italiani nelle misure contenute nei DL 9 e 18 di marzo 2020”.

Ricordando che nella “prima fase il nostro ministero degli Affari esteri ha modulato gli interventi verso l’estero dando priorità al rientro di oltre 30'000 connazionali, prevalentemente temporanei all’estero e/o turisti”, il Cgie sottolinea la condizione diversa dei residenti all’estero in forma stabile: “Considerate le loro potenzialità e le capacità maturate all’estero questi dovrebbero essere inseriti nei piani di sviluppo del Paese, che passano da una prima fase di contingente e temporaneo assistenzialismo ad una seconda fase che preveda l’attivazione di percorsi di politiche attive, di avviamento ai processi produttivi e/o imprenditoriali in collaborazione con le strutture regionali dedicate sia pubbliche che private. Ciò permetterà al Paese di riequilibrare il missmatching esistente soprattutto nei settori a vocazione globale, agroalimentare, meccanica, automotive, chimica, farmaceutica, energia, moda e design, turismo e cultura, per sostenere la ripresa produttiva e il rilancio dell’economia nazionale”. Secondo il Cgie “gli interventi a favore dei nostri connazionali all’estero che saranno costretti a rientrare in Italia per la perdita di lavoro dovrebbero essere sostenuti da politiche attive al mondo del lavoro e differenziarsi per area di residenza: l’Unione europea e i paesi del vecchio continente, gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia; i paesi extra europei, America latina e centrale, Africa e Asia. Per chi rientrerà dall’Unione europea occorrerà ragionare tenendo in considerazione i diritti comunitari che regolano il mondo del lavoro. Il nostro Paese attraverso il ministro per gli affari europei, Enzo Amendola, è chiamato a far rispettare i diritti, le direttive di protezione e garanzie sociali e previdenziali comunitarie, che prevedono l’utilizzo di fondi comunitari per tutti i cittadini comunitari, anche per chi vive in un paese diverso da quello di nascita. In questa casistica, però, non sono contemplati coloro che rappresentano il problema più grave: i non regolarizzati presso le anagrafi comunali e che, perciò, non pagando le tasse o che lavorano saltuariamente o in forma occasionale sono esclusi dalle forme di assistenza sociale. Questi ultimi costituiscono il problema: o si cerca la soluzione con il paese ospitante, oppure rientrando il Italia servirà assisterli nelle forme contenute nella decretazione di emergenza. Per chi rientrerà dai paesi extraeuropei, invece, occorrerà un intervento mirato da parte del nostro paese, che tenga conto sia dell’integrazione nel mondo del lavoro, sia di ulteriori aspetti particolari di inserimento sociale con interventi differenziati, ma che contemplino in ogni modo il riconoscimento, seppur temporaneo degli aiuti previsti dai decreti emergenziali”.

“Calcolando che negli ultimi 3 anni, il flusso di nuova emigrazione registrato dall’Istat si situa tra i 145.000 e i 165.000 per un totale indicativo di circa 450.000 espatri, si ipotizza che circa un 25-30% di essi possa rientrare in Italia. L’intervento di natura assistenziale che dovrà assumere il nuovo decreto dovrebbe essere immediatamente legato alla possibilità di poter accedere, una volta in Italia, al reddito di cittadinanza con opportune deroghe sul periodo di residenza pregresso e quindi alle successive misure di orientamento previste. Altrimenti l’arrivo di questi connazionali andrebbe oggettivamente ad aggravare la situazione di tensione sociale già presente - prosegue il Cgie -. Quanto alla distribuzione per aree continentali può essere presa a misura percentuale la stessa ripartizione che emerge dagli stessi dati Istat sui paesi di arrivo della nuova emigrazione negli ultimi 3 anni. Un freno di contenimento al rientro forzato di nostri connazionali può essere esercitato con la maggiorazione di fondi utilizzati dal ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, (quest’anno dotato di 6 milioni di euro) per ‘l’assistenza diretta e indiretta’ ai nostri connazionali indigenti e in difficoltà, utilizzato dai consolati italiani per comprovati casi di necessità. Un’attenzione di questa natura costituirebbe un riconoscimento all’impegno che i Comites, le associazioni italiane e il CGIE hanno messo in campo per aiutare l’Italia”. Il Consiglio generale degli italiani all’estero “richiama all’attenzione del Governo un modello che ha fatto scuola: il felice intervento del fondo di solidarietà a favore degli italiani in Argentina degli inizi di questo secolo con il quale l’Italia stipulò un’assicurazione sanitaria per i bisognosi, che non potevano pagarsi le cure e l’assistenza medica. E’uno sforzo, in questa difficile prova che sta vivendo il nostro Paese, di dignità e di solidarietà, che potrà sortire nuove forme di cooperazione per il rilancio del nostro Paese”.

Fonte: 9colonne.it

4438 Italiani indigenti negli Usa: risponde il console italiano a Detroit Carlo Romeo

4438 Italiani indigenti negli Usa: risponde il console italiano a Detroit Carlo Romeo

20080224 13:55:00 redazione-IT

"Considerata la vastita’ della comunita’ italiana negli USA e’ possibile che ci siano casi di nostri concittadini in situazione di bisogno. E’ anche di loro che ci dobbiamo occupare, pur con i modesti mezzi finanziari a disposizione"

“L’idea che negli Stati Uniti non ci siano italiani poveri è una favola messa in giro da cretini, che abbondano anche negli States” questo era quanto affermato poche settimane fa dal Direttore de Il Giornale Italiano, edito a Detroit, e membro del locale Comites, Domenico Mancini, presentando un servizio uscito sull’argomento sulla sua testa in quei giorni. Si apriva con queste dichiarazioni un mondo sconosciuto ai più: quello degli italiani poveri presenti negli Stati Uniti.

Una sorta di "sogno americano" mancato e divenuto un vero e proprio incubo per quelle centinaia (o migliaia) di italiani indigenti negli USA. Il Consolato di Detroit, che copre 5 Stati – Michigan, Ohio, Indiana, Kentucky e Tennessee – ha ricevuto 2.000 (duemila) Euro per aiutare i cittadini bisognosi in questi 5 Stati. Da ciò sembrerebbe che problema venga considerato molto marginale dal governo italiano. News ITALIA PRESS ha chiesto al console italiano a Detroit Carlo Romeo di fare chiarezza sulla questione.

Signor Console, è di poche settimane fa la polemica sollevata da Detroit sulla povertà degli italiani in USA (http://www.newsitaliapress.it/articolo.asp?id=4583). E’ vero che negli Stati Uniti di fatto non emerge la povertà di una fascia di popolazione italiana, povertà che invece è reale ma che secondo uno stereotipo che vorrebbe tutti gli italiani in America che abbiano vinto la battaglia con il successo non emerge?

Non mi pare ci sia una polemica. L’articolo pubblicato da “News Italia Press” ripropone una tematica molto importante per le rappresentanze diplomatico-consolari italiane, l’assistenza ai connazionali indigenti ed in stato di bisogno, ma contiene, almeno per cio’ che riguarda la circoscrizione consolare di Detroit, alcuni dati errati. Gli Italiani, con molti sacrifici e duro lavoro, hanno sempre dato un contributo significativo alla crescita degli Stati Uniti. E continuano a darlo. Numerosissimi sono i casi di connazionali e loro discendenti che hanno raggiunto il successo nei settori piu’ diversi, dall’economia, al commercio, alla scienza, alla cultura. Considerata la vastità della comunità italiana negli USA e’ tuttavia possibile che ci siano casi di nostri concittadini in situazione di bisogno. E’ anche di loro che ci dobbiamo occupare, pur con i modesti mezzi finanziari a disposizione.

Quanti sono i cittadini italiani che vivono in condizione di povertà nell’area di sua competenza? E quale la loro dislocazione geografica?

Faccio innanzitutto presente che il Consolato in Detroit ha giurisdizione su cinque Stati (Michigan, Ohio, Indiana, Kentucky e Tennessee), una vasta area che si estende per circa 675.000 kmq (piu’ del doppio dell’Italia) e comprende oltre 38 milioni di abitanti. I cittadini italiani registrati nell’anagrafe consolare sono, ad oggi, 13.665. Le statistiche sul livello di povertà disponibili sono quelle dell’U.S. Census Bureau che tuttavia, è il caso di sottolineare, non fanno alcuna distinzione tra semplice discendenza italiana (ancestry) e reale possesso della cittadinanza italiana. Abbiamo contattato l’ufficio del Census Bureau di Detroit che ha confermato. La conseguenza pratica facilmente immaginabile è che non tutte le persone in stato di povertà (riferite al gruppo nazionale italiano) sono necessariamente cittadini italiani (anzi, la stragrande maggioranza e’ solo di origine italiana). Si tratta dunque di un dato molto relativo che puo’ dare adito, se non si specifica che non viene fatta alcuna distinzione tra origine e cittadinanza, a interpretazioni fuorvianti. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’U.S. Census Bureau, riferiti al 2005, in Michigan l’8,9% del gruppo nazionale italiano (su oltre 500.000 Americani di origine italiana) vive in condizioni di povertà; in Ohio la percentuale e’ del 9,1% (quasi 770.000 quelli di origine italiana); in Indiana si arriva al 12,6% (su oltre 175.000 Americani di origine italiana); in Kentucky si registra l’11,7% (su circa 88.000 che vantano origini italiane); in Tennessee la povertà riguarda il 10,8% di oltre 120.000 cittadini americani di ascendenza italiana. Queste statistiche sono, però in totale disaccordo con il numero di cittadini italiani presente nell’anagrafe consolare (basta fare un semplice calcolo), unico dato reale perche’ basato sul possesso del nostro status civitatis.

E il dato a livello federale USA per quanto riguarda la povertà dei cittadini italiani?

Non sono in possesso di statistiche a livello federale, ma valgono le stesse considerazioni svolte precedentemente. Se non si distingue tra discendenza italiana e possesso della cittadinanza italiana è molto difficile avere un dato realistico.

Per far fronte a questa povertà dallo Stato Italiano il Suo Consolato quanti fondi riceve e come vengono distribuiti?

La premessa delle considerazioni finora svolte è che con i fondi dello Stato si possono aiutare soltanto i cittadini italiani. Questo, ad esempio, è uno dei punti in cui l’articolo da voi pubblicato riporta dati non reali. L’autore dell’articolo sostiene, infatti, che nel 1999 il Consolato riceveva “oltre 30 mila dollari”. Non so su quali basi si fondi un’affermazione del genere, ma e’ assolutamente fantasiosa. Ho voluto controllare di persona i bilanci del Consolato sul capitolo 3121 (“assistenza a favore dei connazionali indigenti all’estero”): si va dai 4.250 $ ricevuti dal Ministero degli Affari Esteri nel 1995, ai 2.500 euro (3.100 $ al cambio) del 2007. Il finanziamento piu’ cospicuo avvenne nel 2003: 6.000 $; il minore nel 2001: 2.000 $. Come vede, cifre molto lontane da quelle riportate dall’autore dell’articolo. E’, tuttavia, vero che parte di questi finanziamenti è stata sempre restituita (in alcuni casi anche l’intera cifra) a fine anno al Ministero per mancanza di richieste di assistenza. E’ per questo motivo che sin dai miei primi incontri con il Comites, ho chiesto una maggiore collaborazione per la segnalazione al Consolato di casi di cittadini italiani in stato di bisogno. Il Comites, dato il suo radicamento sul territorio, può e deve svolgere un’azione piu’ incisiva. Ho cercato di coinvolgere anche le associazioni italiane ed italo-americane e le parrocchie che spesso seguono da vicino questi problemi. Come capira’, non è facile per un cittadino confessare ad un ufficio pubblico, quale il Consolato, uno stato di bisogno, anche temporaneo; ma – Le assicuro – il compito di valutare i reali casi di indigenza per la concessione dell’assistenza, attribuito alle Rappresentanze diplomatico-consolari, viene da noi svolto con il massimo della professionalità, equilibrio e riservatezza perche’ si tratta della dignità dei nostri connazionali e dell’utilizzo di denaro pubblico.
Date queste premesse, posso affermare che lo scorso anno, per la prima volta dal 1995, il Consolato ha speso l’intera dotazione finanziaria del capitolo destinato all’assistenza (2.500 euro) intervenendo per aiutare alcuni connazionali in stato di bisogno, in particolare anziani ed infermi, anche attraverso l’acquisto di medicinali, ed i cittadini detenuti nelle carceri della circoscrizione. Nessuna somma dovrà, quindi essere restituita per mancanza di richieste. Per il 2008 ho chiesto al Ministero degli Esteri un aumento del bilancio dedicato all’assistenza.

L’Assegno sociale per il suo territorio quanto sarà utile? L’Assegno sociale è previsto sia di una cifra molto contenuta, 123 euro al mese per 12 mensilità. Le sembra una somma in grado di sollevare la situazione dei cittadini poveri?

Ho letto su diversi organi di stampa dell’iter parlamentare del progetto relativo all’”assegno di solidarietà”. Ma, con la conclusione anticipata della legislatura, l’iter ha subito un arresto. In ogni caso aspettiamo le eventuali istruzioni del Ministero degli Esteri.

Altro problema che l’Italia – almeno a livello parlamentare – si sta ponendo, è quello degli italiani in carcere all’estero. Quanti italiani in carcere nell’area di sua competenza? Per quali motivazioni e in quali situazioni (in attesa di giudizio o hanno già subito il processo, ecc…)?

Sono attualmente 7 i cittadini italiani detenuti in carceri federali e statali nella circoscrizione. Le motivazioni piu’ ricorrenti sono detenzione e spaccio di stupefacenti. Tutti sono stati processati. I detenuti italiani rappresentano l’altra grande categoria, insieme agli anziani, su cui si concentra, in particolare, la nostra attenzione in tema di assistenza. Questa viene prestata attraverso i contatti periodici che manteniamo con loro e con i familiari in Italia, con l’assistenza nella predisposizione della domanda di trasferimento in Italia, con piccoli contributi finanziari per l’acquisto di viveri o generi di prima necessità (in alcuni casi, anche di vestiario), con, in determinate circostanze, visite consolari.

Da anni si parla della crisi dell’associazionismo nel mondo degli italiani all’estero. Gli USA sono senza dubbio uno dei Paesi dove più forte è la presenza di associazioni di italiani e di oriundi italiani. Quale lettura lei può darci dello stato di salute dell’associazionismo sull’area di Sua competenza?

Si tratta di un’ottima comunità dove il fenomeno dell’associazionismo e’ molto sentito: 65 sono le associazioni italiane ed italo-americane registrate con il Consolato e che mantengono contatti attivi con noi, contribuendo, soprattutto le maggiori tra di esse, all’organizzazione di eventi di natura sociale e, in alcuni casi, culturale. A tal proposito vorrei sottolineare due esigenze: coinvolgere maggiormente le nuove generazioni, che spesso non parlano nemmeno la nostra lingua; superare alcuni stereotipi legati alla comunità italiana ed infondere una visione dell’Italia moderna, Paese bellissimo e molto complesso, piu’ al passo con i tempi. Il Consolato, almeno per cio’ che riguarda la promozione della lingua e cultura italiana, lo sta facendo, ma sono necessari maggiori sforzi da parte di tutti.

A fronte della crisi dell’associazionismo tradizionale, è anche vero però che negli ultimi anni c’è stato un moltiplicarsi di nascita di Fondazioni, Associazioni ma anche strutture di altro genere che affermano di essere al servizio dell’italianità nel mondo, e che molto spesso è fin troppo evidente che l’italianità è esclusivamente un modo per fare business o per ottenere protagonismi altrimenti insperati. E’ la strumentalizzazione dell’italianità, che come prima vittima vede appunto l’italianità e la dignità dell’Italia. Le chiedo, prima di tutto, un suo commento su questo fatto, e poi le chiedo come, a suo avviso, le Istituzioni, a cominciare dalla struttura diplomatica, può difendersi dal venire ‘strumentalizzata’ da queste realtà?

Non so esattamente a cosa faccia riferimento quando parla di “strumentalizzazione dell’italianità’”. L’”italianità’, intesa in un’accezione generale di valori culturali, dell’amore per il bello, della fantasia ed inventiva, dello spiccato senso pratico, è una sorta di marchio, in termini commerciali diremmo il “made in Italy” che, se veicolato e promosso correttamente, trova terreno fertile per diffondersi all’estero. Sono doti queste che il mondo ci invidia.
Le rappresentanze diplomatico-consolari, di cui mi onoro fare parte, rappresentano istituzionalmente l’Italia all’estero e non si fanno “strumentalizzare” da nessuna presunta realtà.

Consolati, COMITES ecc….., prima di collaborare, e dunque aprire le porte, a Fondazioni, Associazioni, ecc… effettuate dei controlli – e quali – per verificare l’attendibilità di queste strutture che si presentano dicendo di voler collaborare in favore dell’italianità nel Paese?

Se si tratta di enti privati di diritto americano ci sono pochi strumenti a disposizione delle rappresentanze diplomatiche-consolari per effettuare dei controlli. Questo può invece avvenire sul tipo di attività che essi organizzano. Anche in tal caso è fondamentale la collaborazione tra Consolato e Comites.

Parliamo della nuova emigrazione, l’emigrazione dei cervelli, dei giovani, ecc… Può farci un dettagliato punto della situazione oggi nell’area di Sua competenza e dirci come questo mondo si sta rapportando con l’italianità e con le strutture dell’italianità in loco?

Questo fenomeno sta avvenendo anche nella circoscrizione consolare di Detroit attraverso giovani ricercatori che studiano presso alcune università (penso alla prestigiosa University of Michigan di Ann Arbor, la Wayne State University di Detroit, la University of Notre Dame in Indiana, la Ohio State University, solo per citare gli esempi piu’ frequenti), ma anche con coloro che lavorano presso le imprese italiane qui presenti (oltre un centinaio nei cinque Stati, con la maggioranza di esse concentrate in Michigan, 45). Soprattutto in Michigan, data la struttura particolare dell’economia, dominata dal settore automobilistico – ricordo che Detroit è sede delle cosiddette “Big Three”, GM, Ford, Chrysler – e dal suo vasto indotto, ci sono diversi giovani ingegneri italiani che si fanno onore all’interno delle piccole e medie imprese italiane o anche delle grandi compagnie americane. Il Consolato mantiene rapporti di collaborazione molto stretti con il gruppo di docenti e ricercatori dell’University of Michigan di Ann Arbor, anche per l’organizzazione di eventi culturali, e con la IAABT (Italian American Alliance for Business and Technology), associazione di imprenditori italiani creata per assistere le imprese italiane che desiderano intraprendere un’attività’ o svilupparla in Michigan.
Ecco, questo e’ un altro aspetto, insieme alla progressiva diffusione delle lingua e cultura italiana, che vorrei sottolineare: c’e’ un universo di piccole e medie imprese italiane che, anche in questa circoscrizione consolare, rischia ed ottiene significativi successi in un mercato cosi’ sofisticato come quello nord-americano.

News ITALIA PRESS/Eminotizie

http://www.newsitaliapress.it/articolo.asp?id=5720&titolo=Italiani%20indigenti%20negli%20Usa%20risponde%20il%20console%20Carlo%20Romeo

 

 

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Covid, per italiani all’estero un doppio isolamento

 

Covid, per italiani all’estero un doppio isolamento


A poche ore dalla scadenza dell’ordinanza anti Covid del Ministero della Salute che impone i cinque giorni di quarantena a chiunque abbia soggiornato praticamente in tutta Europa, milioni di italiani residenti all’estero – non turisti – non sanno ancora se potranno riabbracciare figli, genitori, compagne e compagni. L’ordinanza, che sui media italiani è stata sbandierata come strumento di equità mirante a dissuadere coloro che volevano partire per una Pasqua alle Baleari, in realtà ha colpito in maniera netta una categoria di espatriati che non aspettavano che un lungo weekend per ricongiungersi con gli affetti più prossimi.

Al momento, questa situazione sta mettendo in crisi molti rapporti familiari e il suo prorogarsi potrebbe avere impatti profondi a vari livelli, dall’impatto sulla salute mentale di milioni, all’induzione alla violazione delle norme data la penalizzante quarantena che di fatto impedisce una qualsivoglia visita ai propri cari.

Molti paesi in Europa, ad esempio la Germania, hanno creato dei meccanismi per permettere appunto il ricongiungimento familiare, cercando di ammorbidire il colossale disagio la pandemia ha creato su famiglie divise pur mantenendo dei capisaldi ben chiari sulle misure restrittive.

Dal punto di vista di un italiano all’estero che nella salute pubblica ci lavora, e che quindi è assolutamente sensibile alla necessità di cautela, attenzione e rischio calcolato, questo provvedimento ha creato una evidente disparità tra italiani – cosa sulla quale vari gruppi di concittadini all’estero si sono già espressi sui social, come ad esempio in Svizzera qui o qui.

I cittadini italiani residenti in Italia hanno infatti sempre diritto di tornare, non solo alla propria residenza, ma anche al proprio domicilio o abitazione e quindi viaggiare tra regioni con differenti colori. Inoltre, cittadini italiani che sono genitori separati o divorziati, sono esentati da ogni restrizione riguardante gli spostamenti, come specificato nelle FAQ del Governo. Contrariamente, i cittadini – va detto ancora, italiani – residenti all’estero che rientrano in Italia dai propri affetti prossimi sono sottoposti a obbligo di tampone, una quarantena di 5 giorni e un ulteriore tampone al termine dei cinque giorni. Le uniche eccezioni sono fatte per motivi che non prevedono il ricongiungimento familiare. La disparità di cui sopra è accentuata dal fatto che, paradossalmente, una norma fatta per tutelare la salute, rischia di provocare un impatto profondo sulla salute mentale di milioni di bambini, anziani, donne e uomini. L’impatto è ancora maggiore se si considerano le categorie più vulnerabili, come i bambini, privati dell’affetto di un proprio genitore, e gli anziani privati della possibilità di rivedere i propri cari. Soprattutto in quest’ultimo caso, va ricordato il ruolo chiave che molti italiani emigrati assumono come caregiver a distanza dei propri genitori rimasti, spesso soli, in Italia.

L’italiano all’estero è storicamente un concittadino di serie B, molto utile ogni qualvolta vi sono le elezioni politiche nazionali o quelle comunitarie e poi abbandonato a sé stesso in un vuoto anodino che solo poche volte viene riempito grazie ad attività culturali e consolari.

L’emigrazione è fattrice di PIL per il bilancio dello stato – risparmi di ritorno, acquisti immobiliari, export di beni made in Italy e promozione degli stessi, soggiorni in Italia e turnover delle imprese operanti all’estero. L’emigrazione è anche esportazione di uno stile di vita, una piattaforma importante per il soft power, una dimostrazione dell’eccellenza italiana in moltissimi settori, dalla ristorazione alla burocrazia europea, al management aziendale e all’arte. Essa è anche una chimera che disgrega dapprima identità e poi famiglie. Come tale va rispettata dal legislatore, anche in tempi straordinari come questi che stiamo vivendo. Ricongiungersi con affetti prossimi è un diritto e un dovere che deve essere tutelato anche per coloro che abitano oltre confine.

*Mario Ottiglio, Managing Director High Lantern Group, Ginevra/New York

L'anatroccolo non e' migliorato, casomai e' peggiorato ...

 

Di Maio e la Farnesina, metamorfosi del "brutto anatroccolo"

Come è diventato un ministro rispettato da una macchina esigente e poco incline a farsi condizionare dalla politica sui dossier

Di Maio

È la mattina del 2 febbraio 2018, il clima è insolitamente mite a Roma. Luigi Di Maio, cravatta granata e completo blu notte, varca le porte di un antico palazzo nella periferia ovest di Roma, fino al 1655 residenza estiva dei papi, oggi sede della Link campus University. È il giorno in cui un anonimo ateneo privato di Roma inizia a farsi strada nelle cronache politiche come la casa dei cervelli a 5 stelle (una sua professoressa, Elisabetta Trenta, di lì a poco diventerà ministra della Difesa), ma è soprattutto il giorno nel quale l’allora capo politico 5 stelle prese l’agenda-meetup della politica estera, la appallottolò come un vecchio foglio di giornale, e la buttò nel cestino.

In un mondo che consuma voracemente trasformazioni e svolte e in un paese generalmente con la memoria corta oggi sembra tutto normale. Eppure all’epoca fece sobbalzare sulle sedie il mondo visto dal giovane vicepresidente della Camera. Niente più referendum sull’euro, niente più scelte in mano ai cittadini: “L’Ue non è un tema di politica estera, ma la casa naturale del nostro paese. E anche del Movimento 5 stelle”, con tanto di Nato e collocazione atlantica come bussole nella visione del mondo grillina.

E scusate se è poco, con Beppe Grillo fino a cinque minuti prima a fare campagna elettorale soffiando sull’euroscetticismo, con Manlio Di Stefano a chiedere che “la partecipazione italiana nell’Alleanza atlantica” fosse “ridiscussa nei termini e sottoposta al giudizio degli italiani”, con un gruppetto di venezuelani anti Chavez che solo un mese prima avevano contestato vivacemente la scuola di formazione politica M5s andata in scena a Pescara. Un percorso che a tre anni di distanza ha portato Di Maio a tentare di costruirsi un’immagine diversa soprattutto utilizzando il suo ruolo di ministro degli Esteri, benvoluto da una struttura che inizialmente lo aveva respinto, a studiare dossier dopo anni passati a combattere nella sanguinolenta arena della dichiarazione quotidiana, ritenuto “affidabile” dalle feluche e dagli interlocutori internazionali, perfino dal Quirinale, che nel suggerire a Mario Draghi continuità nei dicasteri fondamentali (Interno, Difesa e, appunto, Esteri) ha automaticamente investito l’ex capo politico 5 stelle di un giudizio benevolo impensabile un anno prima, quando gli echi della richiesta di impeachment che precedette l’accordo di governo con la Lega rimbombavano ancora nelle stanze del governo.

“Quando è arrivato, Di Maio era circondato da un certo scetticismo”, spiega chi ha una consolidata consuetudine con i corridoi di marmo della Farnesina, chi è abituato al rimbombo delle voci che rimbalzano sugli altissimi soffitti. È passato un anno e mezzo da quel giorno alla Link campus quando il ragazzo di Pomigliano entra per la prima volta nel cubo di marmo sorto sull’area appartenuta a Papa Paolo III Farnese (i papi, un’altra volta) e progettata per essere la casa del Partito nazionale fascista.

La Farnesina è un ministero particolare, vi si accede con un concorso complicatissimo, la carriera interna ha passaggi obbligati, il personale è qualificatissimo, la gerarchia severa, l’impostazione è quella di un gruppo di civil servant che si muovono assai meno dei loro colleghi a seconda di come tira il vento della politica. Lo scetticismo con il quale venne accolto Di Maio c’entrava sì con un background digiuno di esteri, con un’impreparazione generale del capo di quelli che venivano considerati parvenu di Palazzo, ma era figlio anche di scelte considerate superficiali o sgangherate dei mesi prima. “Una mossa di propaganda e poco più”, dice oggi una feluca dell’accordo chiuso con Pechino sulla Nuova Via della Seta, che fu duramente contestato dalle opposizioni, guardato con sospetto dall’Europa e con preoccupazione dagli Stati Uniti. Ancor peggio fu l’intemerata francese con i gilet gialli, immaginati in un attimo di poco lucida follia come interlocutori se non alleati delle elezioni europee.

Iniziative condotte con il piglio del leader politico che insegue il consenso, che molto relativamente avevano a che fare con i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico guidati fino allora da Di Maio. Come il giovane leader è diventato allora un ministro rispettato da una macchina esigente e poco incline a farsi condizionare dalla politica sui dossier?

Il primo, fondamentale, mattone viene posto esercitando proprio quel peso da capo politico che era stato il movente delle intemerate con i gialloverdi. Di Maio riporta da subito il portafoglio del Commercio internazionale alla Farnesina, sanando una ferita profonda che aveva aperto Silvio Berlusconi trasferendolo nel 2008 proprio al Mise, una battaglia che il ministero conduceva infruttuosamente da anni.

Il neo ministro mette subito le cose in chiaro: “Al ministero degli Esteri sarà mia premura puntare all’internazionalizzazione del nostro sistema economico e della nostra industria e ricerca, incrementando i canali di cooperazione in ambito multilaterale”. “L’intuizione - spiega una feluca di rango - è quella di fare degli Esteri anche un volano del Made in Italy, riportando a casa un portafoglio importante di spesa, di cui la Farnesina era sprovvista: sono soldi, bilancio, know-how”. Proprio su questo si mette da subito al lavoro con il Direttore generale della promozione del sistema paese, Enzo Angeloni, ex ambasciatore in india, che pian piano diventerà una delle figure importanti nella gestione dimaiana del ministero.

Alla Farnesina Di Maio ritrova poi Elisabetta Belloni, segretaria generale con la quale coltivava da tempo rapporti, in prima fila quella mattina di tre anni fa alla Link campus, che sarà uno dei rapporti chiave con i quali si inserisce nella struttura. 

Fondamentale la scelta del capo di gabinetto. Di Maio chiama con sé Ettore Sequi, ambasciatore in Cina con il quale il rapporto si è cementato e stratificato nei mesi delle trattative per la nuova via della seta, già al fianco dei predecessori Federica Mogherini e Paolo Gentiloni. “Questa sarà una scelta chiave - spiega la feluca - perché Sequi è stimato e considerato uno di gran peso da quelle parti”. Durante la pandemia, inoltre, il ministro ha costruito un altro fondamentale rapporto, quello con Stefano Verrecchia, direttore di quell’Unità di crisi che non solo si occupa incessantemente di crisi derivanti da rapimenti o prese in ostaggio, ma che ha avuto e continua ad avere anche un ruolo fondamentale nel rientro a casa degli italiani all’estero ai tempi del Covid.

Nel giro di poche settimane “ci siamo accorti che leggeva i dossier, li studiava, metteva sul tavolo di Palazzo Chigi le pratiche che gli istruivamo”. È l’abc, ma il contraccolpo è decisivo per attirare su Di Maio la benevolenza del corpo diplomatico. I mesi di Enzo Moavero vengono ancora ricordati con risentimento: “Montagne di carte che semplicemente non firmava, rapporto quasi nullo con chi lavorava al ministero”, vuoi per carattere, vuoi per la congiuntura che lo vedeva tecnico nella morsa di uno strano governo politico (quello tra Lega e 5 stelle). Fatto sta che “le carte che non venivano lette, adesso lo sono”.

Di Maio rassicura anche sulla linea politica: coltiva un buon rapporto con gli omologhi europei, francesi e tedeschi su tutti, rassicura sulla collocazione atlantica del paese, abbandona le vesti di capo politico e insieme a quelle gli ammiccamenti alla Cina e alla Russia, che rientrano nei ranghi di importanti partner commerciali e poco più, stringe un rapporto con Mike Pompeo senza scottarsi troppo le mani con Trump, nonostante qualche timidezza retaggio del passato. Oggi i suoi collaboratori sottolineano il bilaterale di un’ora con il successore di Pompeo alla Segreteria di stato statunitense, il democratico Tony Blinken, che ha raddoppiato i tempi inizialmente previsti dal cerimoniale, come a spazzare via il campo da qualsiasi nostalgia trumpiana. Un rapporto “decisivo” per la liberazione di Chico Forti, spiega la macchina della comunicazione del ministro, rivendicando il successo del ritorno a casa del produttore televisivo e velista italiano dopo una detenzione di vent’anni negli States per un omicidio del quale si è sempre professato innocente.

Lo storico scontro su chi debba dare le carte sulla politica estera tra la Farnesina e Palazzo Chigi è superato anche in forza della sua intesa con Conte. Il premier centrale sullo scacchiere europeo, diventato ancora più centrale in tempo di pandemia, il ministro al lavoro sui dossier specifici. Dalla Libia - di cui è fresco di visita insieme ai colleghi di Francia e Germania al governo di unità nazionale, capofila dell’iniziativa europea sulla sponda sud del Mediterraneo - ai Balcani, dove si recherà nel prossimo viaggio ufficiale, fino all’attività per incentivare l’export e il made in Italy nel mondo. Uno schema destinato a rafforzarsi sotto la presidenza di Mario Draghi, che di certo a Bruxelles e dintorni non ha bisogno di presentazioni. “Di Maio è un ministro che viaggia - spiega chi lavora alla Farnesina - e per il nostro ministero è fondamentale, uno dei problemi di Moavero è che stava troppo a Roma”.

Negli ultimi mesi anche il suo staff ha ricalibrato la comunicazione. Si sono enormemente diradate le uscite che mirano a inseguire o indirizzare l’agenda politica, si sono moltiplicate quelle che riguardano l’attività del ministro. “Pazienza se si fanno meno like sui social, non è quello che conta oggi”, spiega un suo collaboratore. La convinzione è che il Di Maio politico sia già stato ampiamente recepito dall’opinione pubblica, e che ora si debba lavorare sui contenuti. Un parlamentare amico spiega che “Luigi sta provando a ritagliarsi nel Movimento un ruolo alla Franceschini, quello di chi da le carte senza dover necessariamente essere tutti i giorni in prima pagina, ma forte di un suo speso specifico”. Un lavoro che parte dalle scottature della prima esperienza di governo, da una tardiva presa di conoscenza di quanto siano fondamentali le sfumature diplomatiche nel rapporto con Bruxelles e con le cancellerie in generale, un’inversione a U dopo essere andato a omaggiare in faccia a Emmanuel Macron i rivoltosi che mettevano a soqquadro le città della Francia.

Non tutte le perplessità sono superate. “Quanto è profondo il riallineamento dopo le sciocchezze degli anni passati?”, si chiede una feluca. “Noi siamo stati abituati a vedere anche cambiamenti radicali dei leader politici, è la storia italiana, ma a seguito di processi politici, elaborazioni, profondi dibattiti. Qui c’è poco di tutto questo, ma mi auguro che duri”. Un suo collega sottolinea quella che definisce una “debolezza strutturale nell’idea diplomatica complessiva”. Va bene il lavoro sui dossier, va bene uno staff molto capace nel capire quando parlare e quando tacere, il senso del ragionamento, ma “la politica estera non scienza esatta, bisogna portare a casa dei risultati. Di Maio vuole fare della Libia il primo obiettivo della sua politica estera, perché significa stabilità e accesso risorse. Ma per essere giudicato bene ci vorrebbe anche un po’ di sostanza. Deve intestarsi qualcosa, un risultato concreto per cui essere riconoscibile”. L’esempio che porta è quello di Emma Bonino, della sua intuizione di ricorrere a un arbitrato internazionale per risolvere la crisi dei marò: “Perché la struttura inoltra dossier, suggerisce ipotesi, ma poi la decisione politica la deve prendere il ministro”. C’è poi un dato di contesto a penalizzare il giovane ministro, quello dell’assenza di una famiglia politica europea alla quale riferirsi. “Così - ragiona l’ex ambasciatore - tutti i rapporti sono basati sulla cortesia e sull’empatia personale, è difficile trovare sponde frutto di un’appartenenza comune”. E forse anche per questo che nelle ultime settimane sono partite le grandi manovre per un approdo della pattuglia degli europarlamentari al gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo, che c’entra molto con i tentativi di M5s e Pd di strutturarsi in un’alleanza duratura ma che avrebbe ricadute importanti nelle attività ministeriali.

“Il Movimento è moderato e liberale”, ha detto di recente intervistato da Repubblica, forse una fuga in avanti un po’ precipitosa, un uso improprio di categorie politiche consolidate con le quali i 5 stelle ancora oggi poco c’entrano, ma che restituisce l’idea della direzione in cui si è incamminato Di Maio. “Si sta cimentando nello stesso percorso di Franco Frattini e Gianfranco Fini, indipendentemente dal colore politico e da come quelle storie siano andate a finire”, spiega un ambasciatore di rango, “vale a dire l’idea di una costruzione di rapporti più duraturi che prescindano da esperienza italiana e che possano essere messi a frutto nel futuro”.

Già, il futuro. C’è un’ala critica nel Movimento che vede questo tentativo di accumulare capitale politico come la possibilità di tenersi al caldo un’exit strategy, la possibilità di costruire una sua rete di rapporti che prescinda dai 5 stelle, qualcuno a soffiare sull’idea a un certo punto di issare le vele e costruire un suo partito. Voci e veleni che girano fra i pentastellati, complice anche un vuoto di potere e una balcanizzazione del partito che alimenta paure e sospetti. Un esponente di governo è di tutt’altra idea: “Noi siamo visti come il brutto anatroccolo in Europa e nel mondo, ci guardano con sospetto, sono diffidenti. Il lavoro di Luigi serve a questo, a accreditarci anche fuori dall’Italia come forza responsabile di governo”. 

Alla Farnesina sperano che il riallineamento sia “profondo e duraturo”, ancora preoccupano le cicatrici di un recente passato che nelle frange più radicali del Movimento qua e là ancora riaffiora nelle iniziative politiche e nei dibattiti parlamentari. Di certo c’è che il Di Maio entrato con una certa fama non è il Di Maio che hanno conosciuto in questi mesi, e che “come ministro lavora meglio di quanto ci aspettassimo”. Che sia per sé o che sia per il Movimento alla Farnesina poco importa. Sempre che tra l’una e l’altra cosa ci sia poi qualche differenza.

Farnesina, dallo sgomento alla disperazione: "Ancora Di Maio, e questo sarebbe l'alto profilo...." - di profilo non si vede niente, ma quando lo giri da davanti a indietro e da indietro ad avanti ... dice tutto su Draghi e Monnezzarella ...

 

Farnesina, dallo sgomento alla disperazione: "Ancora Di Maio, e questo sarebbe l'alto profilo...."

Nel totoministri, sport nazionale ad ogni crisi di Governo, si dava la segretaria generale del ministero Elisabetta Belloni in pole position, poi Marta Dassù. E invece...

Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

Umberto De Giovannangeli 13 febbraio 2021

Ci avevano sperato, eccome se ci avevano sperato. Un Governo di alto profilo, un dream team, un Esecutivo delle eccellenze. Bene, bravo professor Draghi. Poi la doccia gelata. In un attimo, ieri sera appena dopo le 19, quando le agenzie e i siti avevano fatto filtrare i nomi dei ministri del Governo dei migliori, quando ancora “supermario” era a colloquio con il presidente della Repubblica, il panico è cominciato a serpeggiare alla Farnesina e nelle nostre sedi diplomatiche. Gli sms si moltiplicano, segnati dall’incredulità, dalla disperazione. Alcuni invitavano all’attesa: “sono solo indiscrezioni, sapete come è l’informazione in Italia”, “aspettiamo l’ufficialità, sentiamo Draghi”.

 

E Draghi appare in diretta televisiva. E il dramma si materializza. Luigi Di Maio è riconfermato alla guida del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. L’alto profilo non passa per la Farnesina. E le candidature “rosa”, esse sì di alto profilo: Elisabetta Belloni, Marta Dassù...

Nel totoministri, sport nazionale ad ogni crisi di Governo, dava la segretaria generale della Farnesina in pole position, anche se il borsino dava la Dassù, che agli Esteri c’era già stata al seguito di Massimo D’Alema, in ascesa. In terza posizione, ma distaccato, il titolare uscente. Niente da fare.

 A perorare la causa di Giggino era stato il padre fondatore dei 5 Stelle, Beppe Grillo. A Di Maio, leader dell’ala governista dei pentastellati, non si poteva rinunciare, come un Bonafede qualsiasi. Certo, era possibile uno spostamento verso altri ministeri. Ma non un declassamento. Sui ministeri di spesa, quelli che dovranno gestire un Recovery plan che soddisfi l’Europa, i partiti e partitini che formano la maggioranza “bulgara” a sostegno del nascente esecutivo, non dovevano toccar palla. E la palla, infatti, non l’hanno toccata. Giustizia e Interni, sono dicasteri troppo esposti per poter ospitare Di Maio.

 

E allora, rieccolo agli Esteri. Uno schiaffo in faccia alle feluche. Ora, è vero che con i suoi trascorsi internazionali, e con i rapporti diretti, e in diversi casi di amicizia personale, che il neo presidente del Consiglio può contare con tutti i Grandi della terra, la politica estera, in particolare quella europea, si farà direttamente da Palazzo Chigi. D’altro canto, chi, se non Draghi, può alzare il telefono e farsi sentire da “Angela”, “Ursula”, Emmanuel, Joe e via elencando. Tutto vero. Ma resta comunque l’amaro in bocca dalle parti della Farnesina.

 

“Speriamo almeno di non avere più a che fare con Di Stefano”, si lascia andare, con la garanzia dell’anonimato, un alto funzionario del MAE. Il Di Stefano Manlio, in questione, è il sottosegretario grillino uscente, non certo una cima quanto a diplomazia, conoscenza dei dossier oltre che delle lingue straniere. 

Delusione e sgomento

Di Maio, dunque. Quello che aveva piazzato Pinochet in Venezuela, la Russia nel Mediterraneo, il collezionista di gaffe in giro per il mondo, celebrate da esilaranti video che continuano a impazzare sui social con milioni di like. Di Maio, quello che all’uscita da un incontro al Cairo con il presidente-generale Abdel Fattah al-Sisi, ai giornalisti italiani al seguito raccontò che “il presidente al-Sisi ha garantito il suo impegno nel fare luce sulla brutale uccisione di Giulio Regeni”, aggiungendo, senza arrossire di vergogna ma con profonda convinzione: “E poi ha detto (al-Sisi) ‘Giulio Regeni è uno di noi’”.  

L’ultimo affronto

E quello della procura generale del Cairo che ha difeso  pubblicamente i quattro membri della National Security accusati dai pm di Roma di essere i responsabili del rapimento, della tortura e dell’uccisione di Regeni.

 

 “Per il momento non c’è alcuna ragione per intraprendere procedimenti penali circa l’uccisione, il sequestro e la tortura della vittima Giulio Regeni, in quanto il responsabile resta sconosciuto“, sostiene il procuratore generale, Hamada Al Sawi. Il documento diffuso dal Cairo attacca i pm italiani, li accusa di non aver fatto bene il proprio lavoro e ipotizza l’esistenza di una sorta di complotto sul caso Regeni per “nuocere alle relazioni” tra Italia ed Egitto. I magistrati si spingono fino a giudicare il comportamento tenuto da Giulio nel corso della sua permanenza in Egitto, mentre stava svolgendo ricerche per la sua tesi, definendolo ”non consono al suo ruolo di ricercatore” e per questo posto “sotto osservazione” da parte della sicurezza egiziana “senza però violare la sua libertà o la sua vita privata”.

 È “come se avesse parlato al Sisi”,  ha evidenziato Paola Regeni, visto che il procuratore generale è un militare nominato da lui. Ma l’attacco, accusano i coniugi, è “favorito” dal nostro governo “troppo remissivo, troppo debole” che parla senza compiere “azioni conseguenti”. E concludono: “Insultando la procura insultano noi, Giulio e l’Italia. Con questi governi non si tratta. Ci vuole un po’ di dignità”.

Il Governo era il Conte II. E alla Farnesina c’era Luigi Di Maio. 

La domanda che attende ancora una risposta

E’ quella che Globalist ha posto  al presidente del Consiglio, ora ex:, Giuseppe Conte “Il 23 dicembre è stata consegnata alla Marina militare egiziana ed è salpata in sordina dalla Spezia alla volta dell'Egitto la prima delle due fregate Fremm denominata al Galala: per la Rete italiana Pace e Disarmo, che aveva chiesto di sospendere questa fornitura, questa consegna, avvenuta senza cerimonia né un comunicati da parte del governo o dei ministeri competenti, manifesta l'imbarazzo del governo per tutta l'operazione della vendita di sistemi militar all'Egitto. Lo scorso febbraio, durante l'audizione nella Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uccisione d Giulio Regeni, la segretaria generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, ha confermato che Uama (l'autorità nazionale per il rilascio delle autorizzazioni all'esportazione di sistemi militari) ha autorizzato le principali aziende italiane del settore degli armamenti (Leonardo ex Finmeccanica e Fincantieri) alle trattative con l'Egitto per quello che è chiamato il "contratto del secolo": un contratto tra i 9 e gli 11 milioni per la fornitura all'Egitto di consistente pacchetto di sistemi militari tra cui altre 4 fregate militari, 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopoguerra, che farebbe dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani. Lei può confermare che le trattive per questo contratto sono tuttora in essere? Sono state vincolate a precisi passi in avanti da parte delle autorità egiziane per fare luce sull'uccisone di Giulio Regeni?”.

Queste domande ci permettiamo di rivolgerle ora al nuovo inquilino di Palazzo Chigi. Con rispetto, ma anche con fermezza. Porle al riconfermato ministro degli Esteri è tempo perso. Lui è sempre lo stesso: quello di “Giulio Regeni è uno di noi”. 

Quanto alla Farnesina, vale l’amara battuta di un diplomatico di lungo corso: “Sarebbe più dignitoso mettere all’ingresso un cartello con su scritto: la politica estera non si fa più qui. Rivolgersi alla presidenza del Consiglio”. 

Amen.

Piu' che stagione di mediocrita' si tratta di un'orgia di opportunismo come quella che precedette Mani Pulite nel 1992

 

Stati generali della RestaurazioneDi Maio è il leader che si meritano i Cinquestelle nella stagione della grande mediocrità

Il rituale finto in cui sarà approvato un documento aperto alle alleanze, al governismo a tutti i costi. Il passato è stato scaraventato in soffitta come un vecchio cimelio. Non è un male, anzi, ma il presente è altrettanto grottesco

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La pomposità del nome – Stati generali – non tragga in inganno: la sceneggiatura dell’appuntamento dei grillini di sabato e domenica è tutta già scritta, e il genere è quello del rito falsamente democratico dove tutto è stato deciso, controfirmato e messo in cassaforte. Ora, la ripetizione di un rituale a beneficio dello (scarso) pubblico pagante è teatro, diremmo che in questa circostanza è teatro comico o meglio ancora farsa animata dai soliti personaggi in cerca di gloria politica.

Nel copione è scritto che Luigi Di Maio ha fatto l’accordo con Roberto Fico dando così vita a una corrente del Golfo che è maggioritaria come lo era la corrente del Golfo di Antonio Gava e Vincenzo Scotti negli anni precedenti il crollo della Democrazia cristiana. Corsi e ricorsi.

Disseminati lungo quest’asse Di Maio-Fico sono gli altri maggiorenti che contano, Paola Taverna, Alfonso Bonafede e chi più ne ha più ne metta, un asse messo su per circoscrivere le chance di Alessandro Di Battista, ormai l’unico bastian contrario dei governisti, che però conta poche truppe pur soffiando sul fuoco degli scontenti tagliati fuori dall’operazione Conte 2 (le Lezzi, le Grillo).

Ma come si vede stiamo parlando di logiche e alchimie da partito super-tradizionale, nulla a che vedere con le velleità che si manifestavano sui palchi di Beppe Grillo (non a caso ben lontano da questo appuntamento) a botte di vaffanculo e assalti al cielo della politica in uno stordimento populista che preconizzava un futuro a misura di Casaleggio padre (stavolta il figlio è stato messo da un lato).

Tutto lontano, tutto finito, tutti ricordi scaraventati nelle soffitte della Storia, cimeli tristi di un passato a suo modo rivoluzionario, memorie ormai inerti in questo tempo di grande restaurazione contian-dimaiana, tutta brace fredda che non si rianimerà più. È questo infatti il tempo del governismo a tutti i costi, Salvini o Zingaretti per me pari sono, e se dopo il Papeete oggi va di moda il Partito democratico ponti d’oro al Partito democratico ed evviva il Nazareno, qualunque cosa pur che vada bene ai dem.

Volete il Mes? E alla fine siamo d’accordo anche noi. Volete escludere la Raggi dalla corsa di Roma? E vedremo di convincerla, sperando in una sentenza del Tribunale per lei negativa. La famosa alleanza strategica declinata da Dario Franceschini come una grande strategia viene dal Movimento interpretata come nei paesini, una mera intesa di potere.

Tutto sommato, è meglio di niente. È evidente che questa linea non porta voti – a quanti stanno i grillini? Al dieci percento? – perché senza un progetto politico vero più di tanto non puoi raggranellare, e anzi produce sempre maggiore disillusione. Tanto è vero che per decidere i 30 che parleranno per cinque minuti ognuno ha votato sul blog solo il 17 percento degli aventi diritto, per in totale di 26mila persone, pensa che grande partito.

Gli Stati generali della Restaurazione approveranno un documento di stampo dimaiano, apertissimo alle alleanze, l’esatto opposto del solipsismo autarchico e autoreferenziale – una sorta di sovranismo applicato a se stessi – trasformatosi dunque in una totale disponibilità alla logica dell’accordicchio di potere.

La mitica collegialità invocata tante volte ripeterà su scala interna questa inedita mentalità inciucista, misurando con il bilancino da vecchio manuale Cencelli il peso delle correnti all’interno di una specie di segreteria che verrà istituita dopo l’appuntamento online di sabato e domenica.

Vedremo se Di Battista si limiterà a piagnucolare per magari poi eclissarsi ma è chiaro che in un partito nel quale ormai la democrazia è pura rappresentazione scenica il potere vero sarà tutto o quasi nelle mani del ministro degli Esteri, vero unico leader, perfetto nella stagione della grande mediocrità della politica.


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