Dicembre 2020.
Oltre a mettere a repentaglio la sicurezza di tutti, le testate
atomiche hanno costi altissimi e in costante crescita. Anche l’Italia ha
il suo budget nucleare. Ma, a differenza degli USA, non lo rende noto. Una prima, e prudente, stima condotta dall’Osservatorio Milex nel 2018
ha calcolato che i costi direttamente riconducibili alla presenza di
testate nucleari sul suolo italiano oscillano tra i 20 e i 100 milioni
di euro l’anno.
Dal sito dell’azienda italiana Leonardo (visitato il 30/04/2021):
L’F-35 multi-ruolo […] con velocità e agilità da combattimento, sistemi
di missione avanzati […] è in grado di eseguire combattimenti
aria-aria, aria-aria -attacchi al suolo, attacchi elettronici, missioni
ISR con maggiore letalità.
IL SONDAGGIO GREENPEACE – IPSOS: UNA CONTRARIETÀ RIBADITA
Nel 2020 da un sondaggio di Greenpeace Italia risulta che l’80 per
cento degli intervistati chiede che gli arsenali nucleari mondiali siano
“smantellati”, che le testate statunitensi siano “completamente
ritirate dall’Italia”, che i cacciabombardieri tricolore non siano
impiegati per sganciare bombe nucleari e che il nostro Paese aderisca al
Trattato per la proibizione delle armi nucleari.
I dati del sondaggio di Greenpeace in Italia non sono una novità. Nel
2017 sono stati pubblicati i risultati di una prima, vasta indagine
realizzata nel 2015, in cui erano stati coinvolti 10.455 cittadini di 28
Stati dell’UE di età compresa tra 14 e 30 anni. Dai risultati emerge
che l’assenza di mobilitazione delle generazioni più giovani non è
indizio di un tacito sostegno alle politiche attuali, né di mancanza di
preoccupazione sul tema: è invece espressione di un forte senso di
impotenza, di incapacità a cambiare i risultati.
In tutta Europa la società civile esprime da tempo una forte
contrarietà alla produzione e all’uso di armi nucleari, ma i governi
continuano a investire su questi strumenti di morte, arrivando al
paradosso – in pieno dramma da COVID 19 – di sottrarre risorse
essenziali per la salute umana e ambientale per accrescere i
finanziamenti militari. Eppure i nostri Paesi vengono considerati
‘democratici’…
Un’équipe di studiosi ha avviato da alcuni anni delle ricerche per
capire alcune delle cause di questo paradosso. Alcuni dei risultati di
questa ricerca potrebbero stimolare la ripresa di iniziative pubbliche
anti-nucleari e motivare soprattutto i giovani ad agire: dai dibattiti
nelle scuole e nelle università, fino alle grandi manifestazioni di
piazza e alle denunce contro governi che sono sordi al volere della
società.
Bisognerebbe ridare ai giovani la fiducia nelle loro possibilità di
avere voce nelle scelte politiche, recuperando spazi di democrazia che
sono stati sottratti.
IL PESO DI UNA NARRATIVA DISTORTA
Sebbene gli storici ormai da tempo abbiano messo in luce che la
decisione di bombardare Hiroshima e Nagasaki non fu presa per abbreviare
la guerra e costringere i giapponesi alla resa, ma per calcoli
politici, molte persone credono ancora a quella interpretazione,
proposta dagli americani subito dopo la fine della guerra. Questo
risultato emerge da una recente indagine
realizzata nel 2019 sulle opinioni europee a proposito delle questioni
nucleari e dei bombardamenti atomici del Giappone. L’indagine ha
coinvolto circa 7.000 intervistati dai 18 anni in su: il 52% degli
intervistati ha espresso la convinzione che la guerra sia stata conclusa
più rapidamente grazie ai bombardamenti atomici, e solo il 17% si è
opposto a tale idea.
È emersa una correlazione positiva tra chi credeva che i
bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki fossero stati decisi allo scopo di
concludere rapidamente la guerra e chi si è dichiarato contrario alle
iniziative di disarmo. Una narrazione storica che è stata smascherata
come falsa ha dunque ancora il potere di influenzare le opinioni del
pubblico dopo tanti decenni!
L’IMPORTANZA DELL’INDAGINE STORICA
Sappiamo bene che le grandi narrative che vengono proposte / imposte
dalle istituzioni e dai media sono in grado di influenzare in modo
significativo l’orientamento dell’opinione pubblica. Per questo alcuni
studiosi, soprattutto storici, sono impegnati da alcuni anni in una
rigorosa indagine storica degli eventi che hanno accompagnato lo
sviluppo dell’era nucleare, e delle informazioni che i responsabili del
crescente complesso industrial-militare hanno fornito al pubblico per
acquisire il loro consenso e/o limitarne le manifestazioni di dissenso.
La qualità e la serietà della ricostruzione storica degli eventi
possono fornire degli indizi per capire l’evidente paradosso sopra
citato: tre quarti degli europei si dichiarano favorevoli al disarmo
nucleare, eppure da decenni ormai non si assiste più alle grandi
manifestazioni antinucleari che dagli anni ’60 agli anni ’80 del 1900,
videro decine di migliaia di persone scendere nelle piazze in Gran
Bretagna, in Usa, in Germania, in Italia per esprimere il loro profondo
dissenso verso le politiche pro-nucleari dei loro governi.
CONTROLLO O FORTUNA?
Dall’inizio dell’era nucleare sono stati fabbricate più di centomila
armi nucleari. Più di 2000 sono state utilizzate per eseguire test: la
potenza delle esplosioni ha dimostrato gli spaventosi e irreversibili
danni che sono in grado di provocare ai sistemi naturali e alle comunità
umane. Ma tale danno è niente a confronto di quello che potrebbero
causare anche solo alcuni degli ordigni attualmente disponibili. La
conoscenza del potenziale danno e la consapevolezza che armi nucleari
potrebbero essere utilizzate in qualsiasi momento contro qualsiasi
obiettivo in tutto il mondo dovrebbero provocare un senso di
vulnerabilità in tutti noi: non esiste infatti un modo realistico per
proteggerci dalle armi nucleari, a prescindere dal fatto che vengano
utilizzate deliberatamente, inavvertitamente o accidentalmente.
Ma conoscenza e consapevolezza sono state sistematicamente silenziate
da una potente narrativa che ha proposto lo scenario del ‘rischio
controllato’: uno scenario illusorio, che una corretta ricostruzione
storica potrebbe smascherare. Negli ultimi anni infatti diversi studi
hanno chiarito il ruolo che la fortuna ha ripetutamente giocato
nell’evitare disastri nucleari: alcuni sono ricordati in un articolo pubblicato sul sito del CSSR
pochi mesi fa. Ma queste informazioni restano per lo più confinate
alle associazioni e ai movimenti anti-nucleari, mentre vengono ignorate o
censurate dai media controllati dal potere. E certo non vengono
incluse nei programmi scolastici!
CRESCONO LE SPESE per la “SICUREZZA E LA STABILITA’”
A dimostrazione della mancanza di consapevolezza e dell’assenza di
democrazia, leggiamo qualche recente notizia sul tema. La spesa militare
italiana si attesta nel 2021 a poco meno di 25 miliardi di euro,
secondo le stime anticipate dall’Osservatorio Mil€x. La crescita delle
spese militari rispetto al 2020 è complessivamente significativa ed
ammonta all’8,1%. Pesano in particolare i costi per l’acquisizione di
nuovi sistemi d’arma: per la prima volta il totale complessivo destinato
dall’Italia all’acquisto di nuovi armamenti supera i 7 miliardi di
euro. In questa voce di spesa sono compresi anche i finanziamenti
destinati alla produzione e ai sistemi di controllo di armi nucleari.
15 febbraio 2021: L’Italia si conferma il partner NATO con più bombe nucleari tattiche USA
L’Italia continua a essere il partner NATO che ospita il maggior
numero di questi ordigni di distruzione di massa, ben 35, nelle basi
aeree di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia).
Lo rende noto l’Istituto di Ricerche Internazionali IRIAD – Archivio
Disarmo di Roma dopo la pubblicazione da parte del Bulletin of the
Atomic Scientists di una ricerca sulle “Armi nucleari statunitensi”.
Il 22 gennaio scorso, in occasione dell’entrata in vigore del
Trattato internazionale che proibisce le armi nucleari, il ministro
degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio in
una nota stampa afferma:
“[..] riteniamo che l’obiettivo di un mondo privo di armi
nucleari possa essere realisticamente raggiunto solo attraverso un
articolato percorso a tappe che tenga conto, oltre che delle
considerazioni di carattere umanitario, anche delle esigenze di
sicurezza nazionale e stabilità internazionale”
Attualmente le politiche dei governi dell’UE si basano sulla
combinazione di alcune affermazioni che vengono presentate come se
fossero veritiere e condivise:
che esista una vulnerabilità nucleare, ma che sia accettabile come
prezzo da pagare per evitare conseguenze anche peggiori della morte
nucleare;
che queste politiche esprimano la volontà dei cittadini, e che essi
si sentano sicuri quando le armi appartengono ai loro stati o a stati
alleati.
Entrambe le affermazioni sono false, e fanno parte di una potente
narrativa che nega l’esistenza della vulnerabilità e non tiene conto
dell’opinione dei cittadini.
Nel frattempo l’applicazione delle nuove tecnologie informatiche alla
produzione e alla gestione dei sistemi militari, anche nel settore
nucleare, aumenta la complessità della gestione e la probabilità di
malfunzionamenti. Inoltre mette sempre più alla prova la capacità dei
decisori di gestire, interpretare, verificare le informazioni e, alla
fine, prendere una decisione sul nucleare, moltiplicando le incertezze e
i rischi.
CAPIRE I FONDAMENTI DEL PARADOSSO
Le scelte compiute sugli armamenti nucleari vincolano popolazioni e
società per decine di anni, e possono spazzarle via in una manciata di
minuti. Ma come vengono prese le decisioni sulla disponibilità di armi
nucleari? Non ci si può affidare all’esperienza diretta: nessuno ha
partecipato a una guerra atomica. Non possono essere basate sulla
volontà delle popolazioni, perché sono state consultate molto di rado, e
sulle loro propensioni emerge comunque una evidente contrarietà alla
produzione e all’uso di queste armi. Eppure sono pagate con le tasse
dei cittadini, che si trovano loro malgrado coinvolti nelle
responsabilità di tali scelte.
Una ricerca attualmente in corso, finanziata dall’Unione Europea, propone di indagare quali sono fondamenti che hanno portato a considerare accettabile dal pubblico la scelta di dotarsi di armi nucleari.
Si tratta di un programma di ricerca interdisciplinare che intende
mettere in luce alcuni aspetti da cui dipendono le scelte politiche nel
settore degli armamenti nucleari:
Le categorie intellettuali da cui dipendiamo quando pensiamo a questi problemi
La governance, cioè il controllo e la gestione della conoscenza sul nucleare esercitati da parte delle istituzioni
Le narrative specifiche della storia passata, che individuano eventi
o tendenze da cui si attinge per ricevere insegnamenti sulle opzioni da
scegliere
L’immaginario di futuri possibili in contrapposizione a quelli considerati utopici.
Combinando ricerche di archivio e interviste realizzate in tutto il
mondo con sondaggi su larga scala e analisi del discorso di funzionari
politici e strateghi per diversi decenni, gli autori del progetto si
propongono di “mettere in luce il potere accecante / ingannevole di
categorie create diversi decenni fa e talvolta ancora considerate come
lessico insostituibile dell’era nucleare”.
DALL’ANALISI LINGUISTICA ALL’AZIONE
Come sta avvenendo nel caso dell’altra drammatica condizione in cui
l’umanità si trova – le conseguenze delle perturbazioni provocate dalle
attività umane sul sistema Terra – anche per il problema degli
armamenti nucleari assistiamo a una sistematica manipolazione del
linguaggio, una continua ‘reversificazione’. Con questo termine si
intende un processo in cui certe parole – attraverso un processo di
evoluzione e innovazione – finiscono per assumere un significato che è
totalmente diverso, o addirittura opposto al significato originario.
La ‘crescita sostenibile’, il ‘controllo’ sui sistemi naturali,
l’economia ‘circolare’, l’energia nucleare ‘pulita’, la ‘resilienza’
umana… sono alcuni dei termini che la narrativa dominante sta imponendo
con forza per orientare l’enorme flusso di denaro in arrivo dall’UE.
Nel caso degli armamenti nucleari, la narrativa dominante sta
esasperando e polarizzando la natura e le dimensioni del conflitto tra
potenze, imponendo iniziative militari al di fuori delle regole
democratiche, e indirizzando crescenti risorse economiche, materiali e
umane a costruire l’idea del nemico. Nella grande esercitazione
‘Defender-Europe 21’ sono impegnati 28.000 militari degli Stati uniti,
per ‘portare aiuto’ a 25 alleati e partner della Nato. Tra
maggio e giugno in 12 paesi, tra cui l’Italia, si svolgono quattro
grandi esercitazioni, con migliaia di soldati che si spargono in tutta
Europa per esercitazioni a fuoco. Dal canto loro i russi nella regione
artica e del Mar Nero hanno allertato esercito e marina per contrastare
le sfide e le minacce e garantire la propria ‘sicurezza’.
Nemici – dall’una e dall’altra parte – così minacciosi da convincere
le rispettive comunità della necessità di produrre nuove armi nucleari,
facendo dimenticare che il loro uso sterminerebbe tutti – al di qua e
al di là di qualunque confine…
Smascherare le finte narrazioni, ricostruire gli eventi storici,
accettare la nostra vulnerabilità potrebbero essere i primi passi per
coinvolgere i giovani e motivarli a organizzare forme estese e diffuse
di opposizione e a costruire le premesse per un futuro liberato
dall’incubo dell’olocausto nucleare.
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