Una straordinaria anticipazione. Un fuoruscito siciliano costantemente in giro per l'Europa e frequentatore dei circoli mazziniani londinesi, il barone Giuseppe Corvaja fu autore di un libro pubblicato nel 1841 con il titolo "Bancocrazia" nel quale "...
sostiene che l'unico potere effettivo nella società contemporanea è
ormai detenuto dalle banche e che pertanto occorrerebbe sostituire tutte
le banche private con un'unica banca centrale controllata dallo stato." (cfr. Giorgio Scichilone, Francesco Crispi, Flaccovio Editore, 2012, p. 93).
Un concetto grillino che, dunque, insospettabilmente e sorprendentemente viene da molto lontano.
Giuseppe Corvaja,
filantropo aristocratico siciliano, nato a Calascibetta, un
contemporaneo del «Gattopardo» e proprietario di un magnifico palazzo in
Taormina, emulo di Owen, Saint-Simon e Fourier, propose nel suo saggio
quasi avveniristico (per il suo tempo) un nuovo sistema sociale a
guidare la risorgenza di un'età dell'oro.
Le sue opere principali furono: «Il Nuovo Mondo, un piano finanziario per ottenere una completa riforma sociale», pubblicata a Parigi nel 1837, e «La
Bancocrazia o il Gran Libro sociale, novello sistema finanziario che
mira a basare i governi su tutti gl'interessi positivi dei governati», pubblicata a Milano, in due volumi, nel 1840-1841.
Ciò che egli chiamò «bancocrazia»
non era, né più né meno, che l'uso produttivo di tutti i tipi di
capitale, anche minimi, da parte dello Stato trasformatosi nella Banca
Centrale, in modo tale da eliminare «l’inutilizzazione» delle forze e
dei capitali in grado di produrre valore, il che sarebbe stato causa -
secondo lui - della miseria delle classi popolari.
(Claudio Finzi)
Giuseppe Corvaja è un deciso e fervente ammiratore e seguace del
Saint-Simon, ma va oltre le tesi del maestro, individuando senza
esitazioni nella banca il possente centro del nuovo desiderabile potere
universale, destinato a sostituire anche il potere tecnico.
Chi
in realtà controlla la società (sostiene Corvaia) sono le banche, che
però agiscono nell'interesse degli speculatori privati, dei grandi
azionisti e dei dirigenti, sfruttando tutti gli altri, risparmiatori e
lavoratori. Per porre rimedio a questa situazione, non esiste altro
mezzo che spostare il controllo dei capitali dai privati allo Stato,
sostituendo le molte banche private con una sola unica grande Banca di
Stato, in attesa della nascita di una sola unica enorme Banca mondiale.
Occorre "...poggiare il governo sopra una Banca … solo allargandone il numero degli azionisti sino all'ultimo dei cittadini".
Occorre sostituire con l'ordinata e positiva bancocrazia pubblica di Stato la disordinata ed egoista bancocrazia privata; "sostituire al federalismo politico il federalismo finanziario".
È
già un discorso da far paura; ma non basta. Giuseppe Corvaia vuole che
tutto: ingegno, capacità, tempo, laboriosità, lavoro manuale, danaro,
proprietà, sia versato alla Banca, che darà azioni e onorari
corrispondenti al prodotto ottenuto.
Tutto sarà valutato e
amministrato dalla Banca centrale, al cui controllo nulla deve sfuggire.
Insomma, quanto vediamo oggi svilupparsi in Europa e nel mondo, sembra
quasi prefigurato nelle pagine fra il profetico e l'allucinato
dell'ottocentesco barone siciliano, che alla Banca vuole consegnare
anche le anime.
Da questo "contratto sociale politico", come lo chiama Corvaia, nascerà il nuovo governo; governo della Banca, che sarà anche governo del popolo e dello Stato.
Il re (come lo stesso Saint-Simon anche Corvaja vuole salvare la
monarchia, perché spera di farsi appoggiare dai sovrani, in base al
principio di fare la rivoluzione con l'aiuto di chi dovrà essere
spazzato via) si identificherà col governatore della grande Banca; i
ministri altro non saranno che i direttori generali; i deputati e il
parlamento saranno una cosa sola con l'assemblea degli azionisti; i
cittadini saranno i soci.
Il nuovo contratto politico sarà eterno;
potrebbe chiederne la revisione soltanto chi fosse in grado di
presentare un progetto migliore. Ma questo è impossibile. Poiché le
leggi dell'economia bancaria sono esatte quanto quelle delle scienze
naturali, ecco che nella realtà il supremo potere della Banca non dovrà
mai combattere contro altre opinioni "...perché queste non potranno più sostenersi contro la verità matematica del Governo".
La discussione è finita, perché la Banca è arbitra e giudice persino
della stessa verità, calcolata secondo leggi immutabili e fisse, perché
matematiche. Non esisteranno più diritti naturali, ma soltanto diritti
civili, stabiliti dai soci, a maggioranza qualificata dei due terzi.
(Segui il link all'inizio della citazione per leggere il saggio di Finzi per intero)
La novità della proposta di Corvaja sta nell'aver ideato uno Stato-banca che capitalizza tutte le potenzialità e i prodotti dell'ingegno, del lavoro e della proprietà. Tutti coloro che hanno depositato i loro capitali, dal cittadino più povero, ricco solo della forza delle proprie braccia, fino al più grande capitalista, ricevono, in cambio, biglietti rimborsabili al portatore, spendibili come denaro contante.
Attraverso la via bancocratica Corvaja ritiene di poter combattere la povertà fino alla sua cancellazione e di garantire un'equa distribuzione delle ricchezze. Alzando la bandiera dell'associazionismo, entra, dunque, nel dibattito europeo sulla questione sociale, allineandosi, per certi versi, sulle posizioni di Saint-Simon, ma, soprattutto, di Fourier.
L'autrice. Concetta Spoto insegna Storia dell'Europa e Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Catania. Si è occupata di storia istituzionale e di storia del pensiero economico. Nella sua produzione scientifica figurano, fra gli altri, Il Vicerè Caramanico e il Parlamento del 1790; L'Accademia Gioenia di Scienze Naturali in Catania e il Giornale del Gabinetto Letterario. Scienza ed Economia Politica (1834-1868); Le casse di risparmio: una via per lo sviluppo; I "Principi Elementari" di Placido De Luca.
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