A che punto sono i rapporti tra l'Italia e l'Egitto
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Si
torna a parlare del caso dell'omicidio di Giulio Regeni, ma i rapporti
tra Italia ed Egitto dipendono da moltissimi fattori (compresa la guerra
in Libia) e i recenti accordi del governo egiziano con Eni e
Finmeccanica
Matteo Orfini, deputato e già
presidente del Partito democratico, commentando la mancanza di passi
avanti nelle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni e la carcerazione da parte delle autorità egiziane dello studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, ha dichiarato: “Che altro deve accadere per interrompere la vendita di forniture militari all’Egitto e per richiamare il nostro ambasciatore?”. Orfini non è il solo a pensarla così: Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, ha dichiarato che “l’’Egitto
ha dato un vero e proprio cazzotto in faccia all’Italia, a tutti gli
italiani, al nostro Stato. Bisogna dare una risposta risoluta e veloce”,
aprendo così, di fatto, al ritiro dell’ambasciatore. Ma sei due partiti
di maggioranza sono d’accordo, perché il ritiro non avviene?
Il primo motivo è che all’interno
della stessa maggioranza giallo-rossa l’accordo non è unanime (Manlio di
Stefano, sottosegretario dei 5 stelle alla Farnesina, vorrebbe “dialogare”). Il
secondo motivo (da cui il primo, di fatto, dipende) è che il caso
Regeni e quello di Zaki non sono gli unici dossier diplomatici che
legano Roma e il Cairo. Ecco quali sono, partendo proprio dal caso
dell’omicidio del ricercatore italiano.
L’omicidio Regeni
Il 3 febbraio del 2016 un ricercatore universitario italiano, Giulio Regeni,
veniva trovato senza vita fuori da Il Cairo, sull’autostrada
Cairo-Alessandria. La causa della morte: frattura di una vertebra
cervicale causata da un forte colpo al collo, ma l’autopsia ha messo in
luce anche un’emorragia cerebrale, diverse bruciature da sigaretta,
coltellate, denti rotti, sette costole fratturate, una grande bruciatura
tra le scapole, molte contusioni e ferite dovute probabilmente alla
lama di un rasoio. Le ossa delle mani, dei piedi e delle scapole,
rotte.
Ventuno giorni dopo il ritrovamento
del corpo di Regeni, Paolo Gentiloni, al tempo ministro degli Esteri,
riferiva in parlamento al question time dicendo che “l’Italia, semplicemente, chiede a un paese alleato la verità e la punizione dei colpevoli”. Quelle parole, in particolare quel “semplicemente”,
facevano presagire che il timore di una volontà di insabbiare il
delitto da parte delle autorità egiziane esisteva sin da subito. E
purtroppo non si trattava solo di un presentimento: oggi, a distanza di quattro anni, i nomi dei colpevoli non ci sono.
Anzi, le autorità egiziane, in una recente riunione tra la procura di
Roma e quella della capitale egiziana, hanno nuovamente avanzato
sospetti su cosa ci facesse, Giulio Regeni, al Cairo.Erasmo Palazzotto, deputato e
presidente della Commissione parlamentare sulla morte di Regeni, ha
detto nei primi giorni di luglio ciò che molti temevano negli scorsi
mesi: “Non avevamo alcun elemento per immaginare un esito diverso dell’incontro tra le due procure”. Aggiungendo che “La richiesta, da parte egiziana, di investigare sul lavoro di Giulio Regeni ha il sapore di una nuova provocazione”.
La famiglia Regeni ha chiesto l’immediato ritiro del nostro ambasciatore al Cairo:
Gli egiziani non hanno fornito nessuna risposta alla rogatoria
italiana sebbene siano passati 14 mesi dalle richieste dei nostri
magistrati. E addirittura si sono permessi di formulare istanze
investigative sulle attività di Giulio in Egitto. Istanze che oggi dopo
quattro anni e mezzo dalla sua uccisione, senza che alcuna indagine sui
suoi assassini e sui loro mandanti sia stata seriamente svolta al Cairo,
suonano offensive e provocatorie
La vendita di navi militari
Recentemente si è tornati a discutere
del caso Regeni perché l’Italia, attraverso una firma del premier
Conte, ha perfezionato la vendita all’Editto di al-Sisi, da parte di
Fincantieri (azienda pubblica, su cui quindi lo stato italiano ha il
controllo), di due fregate Fremm
per il valore complessivo di circa 1,2 miliardi di euro. L’accordo
prevede la vendita immediata delle due navi militari e altre quattro in
futuro. Ma secondo molti la vendita andrebbe interrotta proprio per fare
pressione e ottenere la verità sull’uccisione del ricercatore italiano.
Sul caso della vendita delle fregate
Fremm va detto che, dal punto di vista strettamente diplomatico,
all’estero l’accordo con Fincantieri è stato commentato come un successo
italiano. La Tribune,
testata francese, ne ha scritto rimproverando al governo di Emmanuel
Macron di essersi fatto scavalcare da quello di Conte. E se una vendita
di questo tipo ha un peso strategico non è soltanto per l’aspetto
economico (miliardario) ma perché i rapporti con l’Egitto, per l’Italia
come per la Francia, sono cruciali per un altro campo d’interesse: la Libia.
La guerra in Libi
La Libia è importante per molti
motivi: è un paese con grandi risorse di greggio, è lacerato da un
conflitto interno sul quale pesa un intricato gioco di alleanze
internazionali. Ma è anche il conflitto più vicino al territorio
italiano, e quindi europeo. Sempre in Libia vengono gestite con soprusi,
torture, uccisioni e riduzioni in schiavitù le vite di migliaia di
migranti che cercano di arrivare in Europa. Sulle coste libiche arrivano
i fondi europei, anche italiani, che purtroppo vanno a finanziare la guardia costiera libica che, però, è composta spesso dagli stessi trafficanti.
La Libia è legata all’Egitto e al suo
rapporto con l’Italia perché tra le due fazioni in campo, quella di
Haftar e quella di al-Sarraj, ci sono interessi contrapposti e piuttosto
importanti. Dalla parte di Haftar ci sono, oltre agli Emirati Arabi
Uniti (che hanno fretta di far valere il potere militare accumulato
grazie alle ricchezze ottenute col commercio di greggio, prima che il
mondo punti definitivamente sull’abbandono del fossile) anche la Russia,
la Francia e appunto l’Egitto. L’Italia invece sta dall’altra parte, da
quella di al-Sarraj, anzi nonostante qualche tentennamento il nostro
paese è addirittura il suo primo sponsor.
Il grande giacimento gestito dall’Eni
L’Italia in Egitto però non ha soltanto l’interesse dovuto alla guerra libica: c’è anche quello egemonico. L’Italia ha una storia di rapporti con l’Egitto lunga e importante. Per citare il fatto più recente Eni, la multinazionale italiana che lavora nel campo dell’energia, è l’azienda scelta dal governo egiziano per l’affidamento di un giacimento di gas al largo delle sue coste,
che sarebbe il più grande di tutto il Mediterraneo. Scoperto nel 2016,
il giacimento di Noor è entrato in produzione, dice Eni, “in tempi record” nel 2019.
La detenzione di Patrick Zaky
l 7 febbraio scorso Patrick George
Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna, è stato arrestato
all’aeroporto del Cairo con l’accusa di “propaganda sovversiva”. Lo studente si era recato in Egitto
per far visita alla sua famiglia, quando è scomparso per le successive
24 ore. Stando a ciò che hanno riferito i suoi avvocati è stato fermato,
torturato e poi incriminato. Il giovane è in carcere per reati di
opinione da ormai sei mesi, senza processo, nel carcere di Tora in una
sezione, la II Scorpion, dedicata agli oppositori politici.
Lo scorso 6 luglio il comune di
Bologna ha conferito a Zaki la cittadinanza onoraria, con la speranza di
vederlo tornare presto in ateneo. Nel frattempo, però, la sua
carcerazione preventiva viene rinnovata continuamente. E il timore è che
l’epilogo tragico della vicenda di Patrick Zaki sia simile a quello di
Regeni.
Quindi, perché l’Italia non richiama
l’ambasciatore dall’Egitto? In breve potremmo dire che non lo fa perché
la diplomazia è un sistema di pesi e contrappesi in cui la morale non è
l’unico elemento sul tavolo delle trattative. A contare sono, al
contrario, l’insieme delle questioni economiche, militari e diplomatiche
in ballo. Ciò che sappiamo è che l’Egitto è un paese alleato
dell’Italia, oggi strategicamente ancora più importante che in passato
per via di accordi militari, economici, e del suo peso nella questione
libica e negli scontri diplomatici su una serie di giacimenti contesi
tra Grecia, Turchia e Cipro. In questo scacchiere traballante quella del
ritiro dell’ambasciatore è solo una delle opzioni, e forse non è quella
dal peso maggiore. Ciò che più importa è la possibilità di ristabilire
la verità sull’omicidio di Giulio Regeni e di scarcerare, finalmente,
Patrick Zaky, ma per farlo ci vuole una strategia, un’idea sul come far
valere questi pesi e questi contrappesi a proprio favore.
L’Italia ce
l’ha? Non lo sappiamo.
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